QUEEN ELIZABETH IN BALMORAL, 1972
TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
E-COMMERCE
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
WhatsApp

Come si può tollerare e amare un capo di Stato non eletto?

Elisabetta II ha resistito alla caduta delle ideologie anche grazie allo stile, anteponendo il bene della corona a velleità esibizionistiche. Gli abiti della regina sono la divisa di una persona al lavoro

La sovrana con più giorni sul trono: 25mila, dal 6 febbraio 1952. Il regno più vasto al mondo considerando i sedici Paesi del Commonwealth: 151 milioni di sudditi. Il profilo più rappresentato su monete e banconote. Da sovrana ha conosciuto 14 primi ministri inglesi, 7 papi, 13 presidenti degli Stati Uniti. Un conto è la fascinazione che la monarchia può esercitare su un bambino, scrive la giornalista del Guardian Sali Hughes, altra cosa è l’amore che una donna di sinistra come la Huges – che non trova alcun motivo valido per giustificare l’esistenza della monarchia oggi – continua a provare per questo capo di Stato non eletto. Sali Hughes ha dedicato alla regina e al suo stile The Queen – Diario a colori della regina Elisabetta, libro fotografico che passa in rassegna dettagli su abbigliamento, accessori e retroscena dello stile reale. Si gioca con i colori degli abiti con cui la sovrana si è mostrata in pubblico, organizzandoli in nove capitoli e altrettanti palette: rosso, arancione, giallo, verde, blu, viola, rosa, toni neutri, motivi fantasia.

Prima regola nell’abbigliamento della regina Elisabetta II: parsimonia e nessuna ostentazione di lusso. La sorella minore Margaret poteva concedersi abiti e accessori di alta moda, salire su un aereo privato diretta a Parigi solo per provare una collezione Dior. Nella serie Netflix The Crown si racconta l’esuberanza della contessa di Snowdon, insieme al desiderio di apparire e all’invidia per la posizione ricoperta dalla sorella. Alla regina ciò non si addice: sebbene qualità e varietà del suo guardaroba abbiano pochi eguali, il suo stile non può cedere all’esibizionismo. A partire dall’abito da sposa, comprato con duecento tessere extra del razionamento e disegnato da Norman Hartnell. Gli abiti vanno indossati più volte a intervalli programmati, ogni cappello deve fare almeno dieci apparizioni pubbliche, le scarpe vengono risuolate; gli abiti privati, da campagna ed equitazione durano decenni. 

regina5
In tweed blu foglia di tè e cappello piumato all’aeroporto di Aberdeen, 1974. Immagine Reginald Davis

I colori sono vividi. Non è un fatto di gusto: i sudditi e la sicurezza devono riconoscerla tra la folla nonostante il suo metro e 63 di altezza. Anche gli ombrelli – Fulton, trasparenti – e i copricapi non devono mai nascondere il volto a sudditi e fotografi. Il gusto sta piuttosto nell’essere riuscita a indossare tutti i colori, anche i più difficili: il verde fluo, in occasione del novantesimo compleanno, nel 2016. In quell’occasione l’hashtag #NeonAt90 diventò virale e le vendite di accessori e abiti fluo impennò del 137%. Maniche a tre quarti per riuscire a salutare più comodamente. Abito intero per evitare scene imbarazzanti nel doverselo sistemare quando scende dall’auto. Per la stessa ragione le gonne hanno piccoli pesi cuciti sull’orlo inferiore. Il look è testato con un ventilatore, per non farsi cogliere impreparati dalle brezze britanniche. Un’addetta dello staff calza le sue scarpe nuove per ammorbidirle. Cappello abbastanza alto da essere visto da lontano, ma abbastanza basso da permetterle di entrare in auto senza urti. Fascia ortopedica durante le apparizioni pubbliche per mantenere una postura all’altezza del ruolo. Elisabetta II non veste solo se stessa, bensì l’intera monarchia, scrive Sali Hughes.

Terza regola: gli abiti parlano. Il modo in cui tiene la borsetta è un codice per indicare allo staff che si sta annoiando. La regina è un capo di Stato che deve mostrare imparzialità rispetto alle questioni politiche britanniche e internazionali. Nei viaggi di Stato i colori servono a esprimere vicinanza o neutralità. Nel 1978, in visita alla Repubblica federale tedesca, Elisabetta II indossò il rosso e nero della bandiera; l’anno dopo a Riad la fantasia dell’abito richiamava la guthra locale, nel 1994 a San Pietroburgo indossò il rosso, tre anni dopo in India l’arancione, in Australia non ha mai dimenticato il giallo. Per esprimere neutralità in contesti internazionali si presta bene il colore arancione, presente solo nella bandiera indiana. I colori degli abiti offrono anche un’inedita opportunità di mostrare la propria opinione senza trasgredire alle regole dell’imparzialità: durante l’insediamento del Parlamento dopo il referendum che decretò l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea indossò un abito blu con inserti gialli sul cappello, in cui molti hanno visto i colori della bandiera europea. Samurai Knitter ha notato che, incontrando Donald Trump nel luglio 2018, la regina ha sfoggiato in tre giorni tre spille diverse: una regalatale dagli Obama, una dal Canada, paese in relazioni non ottime con il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, mentre l’ultima era quella utilizzata per il funerale del padre.

I fornitori. La regina concede un’onorificenza ai suoi stilisti, commercianti, atelier, marchi di fiducia: il Royal Warrant. Chi ha offerto beni e servizi alla regina, al duca di Edimburgo o al principe di Galles per almeno cinque dei sette anni precedenti – ultimi dodici mesi compresi – può ottenerla ed esibire lo stemma reale in vetrina, sul sito o sul materiale promozionale. È tanto difficile avere il Royal Warrant quanto facile vederselo revocare. Quando June Kenton, direttrice della maison di intimo Rigby&Peller, pubblicò il suo libro di memorie Storm in a D-Cup, nel 2018, con alcuni dettagli sulle richieste della casa reale, la revoca arrivò senza spiegazioni. Oggi sono 800 i marchi che lo possiedono: Cornelia James per i guanti – cotone bianco per il giorno e nylon per la sera; Corgi Soks per le calze; Yardley, Floris, Molton Brown per profumi, creme e prodotti da toilette. Clarins o Elizabeth Arden per i rossetti. Kent per spazzole e pettini. Launer è il fornitore delle borsette dal 1968, con fodera in seta anziché suede per essere più leggera: ad oggi sono circa duecento. Al matrimonio di William e Kate Middleton la regina ne indossava una beige, facendo volare gli ordini. 

regina9
In compagnia dei nipoti Harry e William nel Royal Box del Guards Polo Club, Windsor, 1987.

Regista invisibile dello stile di Elisabetta II è Angela Kelly, sarta personale e amica della regina, quarant’anni più giovane: sceglie, custodisce, cataloga, pianifica e a volte confeziona abiti e accessori. Su suo consiglio, nel 2018 la regina ha fondato il Queen Elizabeth II Award for British Design e lo stesso anno ha partecipato alla sfilata di Richard Quinn, alla London Fashion Week, sedendo accanto alla direttrice di Vogue Anna Wintour. Angela Kelly ha raccontato alcuni retroscena del suo lavoro e del rapporto con la sovrana in due libri: nel 2012 Dressing the Queen, nel 2019 The Other Side of the Coin: The Queen, the Dresser and the Wardrobe. Dietro ogni abito ci sono riflessioni e pianificazioni. Le scelte di Kelly hanno salvato la regina in situazioni diplomatiche delicate: nel 2000 i consiglieri della sovrana scelsero un abito rosa per l’incontro con il Santo Padre ma arrivati in Vaticano scoprirono che era richiesto un abito scuro. Kelly, cresciuta con educazione cattolica, lo aveva messo in valigia. 

La regina non si toglie mai il cappotto in pubblico. Le unghie sempre nude o smaltate di rosa pallido (la duchessa Meghan nel 2018 fu criticata per uno smalto lucido e scuro). I guanti devono essere di colori diversi rispetto a quelli dei militari del paese che visita. Molti foulard che indossa sono realizzati per lei in esclusiva da Hermès. Anche la versione femminile del colbacco della fanteria è stata disegnata e realizzata solo per lei. PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) e Stella McCartney stanno studiando una versione meno cruenta di questo copricapo tradizionalmente in pelle d’orso – benché la regina ami le pellicce: ha indossato ermellino, leopardo, ocelot. Collana con tre fili di perle per la regina, due per la principessa Margaret: sono i regali di Giorgio V. La collana e il fermaglio con diamanti sono gli accessori firma. Fazzoletti alla lavanda. Tiara solo per eventi ufficiali. Tra la folla sempre i guanti. Mai il verde in un evento sull’erba. Mai mangiare indossando il cappello. Diamanti mai prima delle sei, da cui l’espressione ‘diamanti di giorno’ per indicare, nell’alta società, una persona intrusa o volgare. Mai abbinare i tre colori della Union Jack per evitare l’‘effetto hostess’. Contenuto della borsetta supposto da indiscrezioni: piccola fotocamera, foto di famiglia, cipria e rossetto, gancio a ventosa per appendere la borsetta, banconota stirata e piegata per le offerte in chiesa, parole crociate, mentine, occhiali da lettura, stilografica, porta trucchi, cellulare.

Nel recente HRH: So Many Thoughts on Royal Style la giornalista di moda del Wall Street Journal Elizabeth Holmes ha intervistato esperti di moda e designer, alcuni dei quali collaboratori della famiglia reale. Il libro racconta il ruolo e potere della moda nella rappresentazione simbolica della corona inglese e mette a confronto lo stile – e relativi messaggi su valori, interessi e posizionamento – della regina con quello di altri tre membri della famiglia reale: Diana, principessa del Galles; Catherine, duchessa di Cambridge; e Meghan, duchessa del Sussex. Pochissime donne moderne indossano un cappello come parte della loro uniforme da lavoro, a parte forse i membri delle forze armate, ha spiegato lo storico britannico Robert Lacey e consulente per la serie The Crown alla giornalista. È un promemoria che ricorda a tutti che la regina è vincolata a un servizio, a un lavoro

Come racconta la sociologa Maria Cristina Marchetti nel libro Moda e politica. La rappresentazione simbolica del potere, la moda, come tutti gli altri sistemi simbolici è centrale nella costruzione e affermazione del potere e della sua stratificazione all’interno della società. La pietra miliare nella tradizione reale moderna è stata posta proprio da Elisabetta I, nel XVI secolo: Elisabetta I è forse la prima sovrana dell’epoca moderna a dedicare attenzione alla rappresentazione simbolica del potere realizzata attraverso il corpo stesso del sovrano, scrive Marchetti. Consapevole della debolezza della sua posizione, sempre minacciata dalla fazione cattolica ancora dotata di una sua forza a corte, farà di tutto per rafforzare la sua posizione, unendo il suo destino personale a quello del suo paese. La sua omonima nel Ventesimo secolo, salita al trono appena ventisettenne, ha capito presto che la forza dei simboli è centrale per un’istituzione che molti consideravano anacronistica.  Il re è nudo, gridava il bambino de I vestiti nuovi dell’imperatore di Hans Christian Andersen, smascherando la fragilità del sovrano. God save the Queen continua a risuonare nel Regno Unito solo perché la regina è vestita?

IMMAGINI

The Queen. Diario a colori della regina Elisabetta della giornalista del Guardian Sali Hughes (Vallardi editore) racconta lo stile e i colori indossati dalla regina Elisabetta II in 68 anni di Regno in tutti i loro risvolti pratici e politici.

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda od organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.
WE UPDATED OUR PRIVACY POLICY AND OUR COOKIE POLICY.

WE USE COOKIES, INCLUDING THIRD-PARTY COOKIES, FOR OPERATIONAL PURPOSES, FOR STATISTICAL ANALYSIS, TO DISPLAY PERSONALIZED CONTENT, TO DISPLAY ADVERTISING TARGETED TO YOUR INTERESTS AND TO ANALYZE THE PERFORMANCE OF OUR ADVERTISING CAMPAIGNS. COOKIES ARE ALSO USED TO CONTROL YOUR PAYMENTS THROUGH OUR ANTI-FRAUD PROVISION. BY CONTINUING TO BROWSE THE SITE, YOU AGREE TO OUR USE OF COOKIES.