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Una moda che non rispetta l’ambiente è destinata al fallimento

La moda etica non può sacrificare nessuna delle tre funzioni del vestito: utilità, pudore ed estetica. Dio è tre volte sarto, primo designer della storia vestendo Adamo ed Eva con tuniche di pelli

Nel discorso agli artisti del 1964 papa Paolo VI ribadiva che nella creazione artistica c’è un atto spirituale: la riproduzione della Creazione divina. La risposta alle diatribe sullo statuto di artisti degli stilisti è nelle prime pagine della Bibbia: Il primo sarto, il primo stilista della storia è Dio – scrive il domenicano Alberto Fabio Ambrosio nel suo libro Dio tre volte sarto, pubblicato per i tipi di Mimesis –, tutte le figure creative del mondo della moda riproducono consapevolmente o inconsapevolmente un gesto divino. La teologia non ha finora preso in considerazione una analisi della moda, ma nella Bibbia e nei testi sacri si riscontra un guardaroba tessile, concreto e metaforico, come scrive il cardinale Gianfranco Ravasi nell’introduzione al libro. Una coreografia del fashion biblico. Il libro vuole fondare un nuovo campo di studi: la teologia della moda. Il titolo parafrasa il trisagio che il profeta Isaia sentì intonare dai serafini nel tempio di Sion: Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti.

Dio è tre volte sarto, scrive Ambrosio, che individua tre episodi biblici. Il primo episodio è nella Genesi, quando Dio veste Adamo ed Eva con tuniche di pelli, ancor prima della caduta originaria (Il Signore fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì; Genesi 3,21). Alcuni interpreti pensano che quelle tuniche siano la pelle stesa. L’accusa alla moda di essere effimera cade di fronte a questa immagine: persino le tuniche create da Dio per Adamo ed Eva sarebbero state transitorie, anche se fossero durate per tutta la loro vita. Il secondo episodio è in uno dei momenti della Passione, quando Cristo è spogliato dei suoi vestiti e della tunica – che il Vangelo di Giovanni precisa essere senza cuciture, segno di regalità. I vestiti sono divisi in quattro parti e la tunica tirata a sorte. «La tunica non può essere divisa – commenta Ambrosio –, deve rimanere segnata dalla marca di fabbricazione, cioè il Cristo». Nella ricerca del vestito alla moda c’è un riflesso della ricerca del valore assoluto. Il terzo episodio riguarda le vesti degli eletti dell’Apocalisse: bianche, devono durare per l’eternità e tendere alla perfezione – «fosse anche solo quella del comfort, della praticità, ma la perfezione è anche quella della bellezza». Le funzioni dei vestiti sono tre, di pari valore: protezione, pudore e ornamento.

L’incarnazione è concettualizzata come l’assunzione della natura umana, di una nuova apparenza: «Cristo è icona visibile del Dio invisibile. L’apparenza non vuol significare vacuità – il cristianesimo dà consistenza a ciò che all’apparenza è evanescente, cioè il vestito. Le parole del vestito sono utilizzate spesso nella Bibbia per ritradurre concetti fondativi. Da un lato ci sono le metafore fondate su immagini vestimentarie, dall’altra la tensione di un ritorno a una nudità originale, quella degli inizi che è la stessa di Cristo in croce».

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Every day sculpture. Immagine Julie Hrncirova, Bruto FNZ

Nel 1957 papa Pio XII si rivolgeva ai modellisti riconoscendone l’importanza. La chiesa, disse il Papa, non biasima né condanna la moda. «Non c’era mai stato nessun pronunciamento esplicito contro la moda. Dall’altro lato il fatto di doverlo affermare mostra che anche senza nessuna condanna ufficiale questa ostilità era stata data per scontata». Per capire quando e perché la moda abbia cominciato ad essere malvista dagli ambienti religiosi, bisogna andare al Diciassettesimo secolo, alla corte francese di Luigi XIII. In questo ambiente nasce la moda come fenomeno sociale, legato a una classe nobiliare che cambiava vestiti alla ricerca di stili e gusti sempre nuovi. Contestualmente alla nascita della moda nel Diciottesimo secolo, si sono affermati i suoi primi oppositori: non religiosi, ma pensatori laici, i cosiddetti moralisti: tra gli altri Monsieur de Fitelieu, che nel 1642 scrisse Contre-mode, e Jean de La Bruyèr. «All’epoca anche alcuni religiosi aderirono a questa condanna della moda e da quel momento la condanna sviluppata dai moralisti è stata assimilata e a volte fatta propria dagli uomini di Chiesa», spiega Ambrosio, che tutt’oggi deve difendere di fronte ad alcuni colleghi la sua scelta di occuparsi dello studio teologico della moda.

Il Concilio Vaticano II ha cambiato le carte in tavola. «Tra gli elementi precursori del Concilio tenutosi tra il 1962 e il 65 ci sono la teologia delle realtà terrestri e la teologia del mondo, da cui nascerà uno dei documenti principali del Concilio: la Gaudium et spes, una costituzione pastorale sulla Chiesa e il mondo moderno, in cui non si condanna il secondo. In quel documento non si parla di moda, ma la si può includere tra le realtà terrestri in esso non condannate».

Habitus e habitat derivano dalla stessa radice etimologica, il participio passato del verbo avere: qualcosa che si ha, in qualche modo si è ricevuto. Entrambi si ricevono e il loro utilizzo è fondato sull’habitus in senso latino di abitudine buona, che si costruisce nella ripetizione degli atti. «Il nostro vestito esteriore è espressione della nostra identità: a forza di portarlo crea un abito interiore, nel senso di habitus, abitudine. Se porto sempre l’abito religioso o se mi vesto sempre da punk, questo crea atteggiamenti interiori. Allo stesso modo, i nostri atti concreti influenzano e costruiscono l’habitat: non posso pensare di rispettare l’habitat, l’ambiente, se non fondo questo rispetto su atti concreti, come scrive papa Francesco nell’enciclica Laudato si’». 

La teologia della moda, scrive Ambrosio, deve fare spazio alla critica, se necessaria, e soprattutto alla presa di coscienza che il sistema della moda deve darsi delle regole etiche. La moda sostenibile o etica non può sacrificare nessuno delle tre funzioni centrali del vestito: utilità, pudore ed estetica. «Un principio teologico, cristiano e cattolico stabilisce che tutto ciò che non è rispettoso della persona e dei suoi valori finisce per non essere buono in se stesso. Bere alcool non è né bene né male secondo il cristianesimo. Esagerare con l’alcool non solo distrugge l’uomo, ma crea come reazione opposta il fatto che qualcuno lo abbia vietato: l’esagerazione diventa autodistruttiva per l’uomo e per l’immagine e salvaguardia stessa dell’alcool». Una moda che non sia rispettosa dell’ambiente finisce per autodistruggersi. «Il vero bene è il vero bello, più vado al vero bene e più vado al vero bello. Una moda etica sarà anche sempre più estetica». 

La teologia della moda vuole parlare sia al mondo della moda sia a quello della Chiesa. «Se la Chiesa, il Papa, parlassero di queste cose, questo pensiero diventerebbe azione. Questi concetti sono impliciti al Laudato si’ ma non son mai stati esplicitati. Credo che la Chiesa dovrebbe esplicitarli: mostrerebbe a tutte le persone che si stanno impegnando nella moda etica che stanno facendo qualcosa di giusto e la Chiesa è al loro fianco». Ambrosio è figlio di una sarta. Frate domenicano, non veste sempre l’abito: questo è stato possibile solo dopo il Concilio Vaticano II. «I miei superiori, una trentina di anni fa, ci hanno abituato a non vestirci con l’abito fuori dal convento. L’abito domenicano è bello, ma troppo appariscente: diventa un vestito ‘di moda’». L’alternativa è il clergyman, ma i religiosi non lo amano perché ad esso preferiscono il loro abito. «A Bologna, un superiore ci disse: ‘Fuori dal convento non portate l’abito e neppure il clergyman. Vestitevi in civile, ma vestitevi bene’. Non c’è niente di peggio di un religioso in abiti civili vestito male», scherza Ambrosio. «Ora indosso jeans Levi’s e un maglioncino di una marca qualsiasi. Lo stile non è solo questione di marca – anche se vado al mercato, con pochi euro, so di riuscire a vestirmi bene».


Alberto Fabio Ambrosio, domenicano, è professore di teologia e storia delle religioni alla Luxembourg School of Religion & Society e direttore di ricerca al Collège des Bernardins di Parigi: dirige un progetto di ricerca comune a entrambe le istituzioni sulle interazioni tra la moda e le religioni. Il progetto ha l’obiettivo di incoraggiare e organizzare ricerche, convegni, giornate di studio e pubblicazioni su questi temi per dare basi solide a questo nuovo campo di studi: la teologia della moda. Dio tre volte sarto è il primo libro della collana Vestire l’indicibile. Moda e religioni, che l’autore dirige per i tipi di Mimesis e che avrà un corrispettivo francese. Altri libri sono in lavorazione, tra cui lo studio di una dottoranda di Parigi sul concetto di riparazione in senso anche religioso applicato alla moda etica e durabile.

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