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Cronistoria del mezzo antimoderno del futuro: la bicicletta

A Milano una nuova ciclofficina nasce da un progetto di un personaggio iconico come la Pinky – mentre Luca Agnelli crea sculture ibride elettriche assemblando telai di due ruote antiche

All’improvviso a Milano è comparso un nuovo mezzo di trasporto su due ruote fino a qualche giorno prima considerato un giocattolo. Gli entusiasti della nuova mobilità cominciano a utilizzarlo su strada e su marciapiede, qualcuno protesta: velocità eccessive, primi incidenti. Il Municipio interviene con norme che ne vietano l’utilizzo sui marciapiedi e sulle strade attorno alla circonvallazione. I milanesi si dividono. Per alcuni il nuovo mezzo aiuterebbe a ridurre il caos e la sporcizia delle strade. Per altri la novità è sospetta e foriera di pericoli. Qualcuno penserà alle polemiche apparse sui quotidiani milanesi nell’estate 2019, quando i monopattini elettrici hanno invaso la città. Le stesse polemiche erano scoppiate 134 anni prima con l’arrivo del velocipede, o bicicletta. Non si può ragionatamente pretendere che gli amministratori della città siano pratici della materia: il velocipede è nato troppo tardi per essere personalmente usato ed apprezzato dalla maggior parte di loro, si legge in una cronaca del Corriere della sera del 23 giugno 1885, quando i giornali avevano il coraggio di prendere posizioni. Il velocipede bene adoperato è molto più rapido di un buon cavallo e mangia molto meno… Se a Londra e a Parigi i portalettere fanno il loro servizio col velocipede […] perché non si può arrivare anche in Milano a un simile risultato pratico?

Come racconta Stefano Pivato nel suo Storia sociale della bicicletta (Il Mulino), questo mezzo di trasporto all’inizio era simbolo di futuro e velocità. I conservatori lo giudicavano pericoloso per l’ordine sociale e morale: era proibito ai preti e agli ufficiali dell’esercito perché scomponeva abito talare e uniformi, esponendo al ridicolo. Non si addiceva alle donne: sia perché per usarlo dovevano appropriarsi di un capo di abbigliamento maschile – i pantaloni – sia per la posizione sconveniente a cui costringeva – a cavalcioni. Sinonimo del femminismo. Mezzo di spostamento urbano e di lavoro. All’inizio del Ventesimo secolo i futuristi la celebravano nei loro lavori come emblema di velocità. Nel dopoguerra è protagonista della rinascita e del film Ladri di biciclette del 1948. Con la motorizzazione di massa degli anni Sessanta è associata alla lentezza e al passato. Nel nuovo millennio è il mezzo di trasporto di un presente e di un futuro sostenibile e consapevole. Come scrisse il giornalista Gianni Brera: Traverso le viti di una bicicletta si può anche scrivere la storia d’Italia.

Entrando nell’officina di Luca Agnelli, ad Abbiategrasso, provincia di Milano, tutti i percorsi su cui si è mossa la storia della bicicletta – conservazione e progresso, lentezza e velocità, passato e sostenibilità – entrano in corto circuito. Una sfilza di gioielli elettrici a due o tre ruote: telai di biciclette degli anni Settanta e Ottanta uniti a serbatoi di motociclette anni Quaranta che contengono la batteria, telai di tricicli con il cofano di auto d’epoca. Sellini e borse in pelle. Su un sidecar è posizionato un kayak in mogano. Più che biciclette sembrano sculture da strada. Tutto è cominciato nel 2015, quando Agnelli ha unito una vecchia mountain bike che aveva in cantina con il serbatoio di un Guzzino 65 del padre. Da quel giorno egli crea bici elettriche vintage assemblando componenti di velocipedi e motociclette del secolo scorso.

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Foto d’epoca dal libro ‘Storia sociale della bicicletta’, Stefano Pivato

«Ho sempre puntato all’eleganza, anche se a volte mi sono spinto verso risultati rockeggianti», spiega Agnelli. Unire componenti di veicoli diversi significa modificare ogni volta ingombri e spazi. «Questi telai nascevano per ruote di due centimetri di larghezza, mozzi di 10 centimetri. Trasformando il motore da endotermico ad elettrico e utilizzando il motore al mozzo posteriore sono costretto a modificare tutte le geometrie del carro. Devo rendere funzionale ed efficace qualcosa che non è nato con quelle misure». L’impresa più difficile è stata recuperare il telaio anteriore della Topolino Fiat anni Quaranta e posizionarlo su un triciclo Doniselli: «Due anni di lavoro per ricostruire elementi consumati dal tempo, rendere l’idea proporzionata e il prodotto funzionante. Il triciclo prima era utilizzato per trasportare le macerie di un muratore».

Nato nel 1967 ad Abbiategrasso, Agnelli ha lavorato trent’anni come restauratore di mobili antichi e produttore di ferramenta anticata. Nel 2015 il passaggio alle biciclette elettriche vintage: l’anno seguente dalla sua officina ne sono uscite 32, poi la produzione è diminuita assestandosi a meno di dieci l’anno: «Non aveva senso limitare i tempi di lavorazione per tenere i prezzi più bassi. Ora posso permettermi di dedicare quattro mesi alla creazione di una bicicletta. Per il sidecar ho avuto la commessa a fine aprile, ho iniziato a lavorarci prima dell’estate e credo di poterla consegnare entro fine gennaio 2021. Se applicassi una tariffa oraria dovrebbero costare decine di migliaia di euro, ma il mio obiettivo, a 54 anni, non è fare impresa o profitti, ma solo campare facendo le cose che mi piacciono». Agnelli lavora da solo, la moglie lo aiuta nella contabilità e non ha intenzione di assumere personale: «Non essendo un prodotto seriale è un lavoro che devo fare da solo, o sarebbe difficile miscelare le idee».

Delle 50 biciclette che ha realizzato in 5 anni di attività, solo 5 o 6 sono rimaste in Italia. Il cliente tipico è l’appassionato straniero che ha sentito parlare del lavoro di Agnelli e approfitta di una vacanza in Italia per andare a visitare la sua officina. In questo momento sono in consegna tre pezzi commissionati da un cliente Ucraino lo scorso aprile: un sidecar con kayak a bordo; un sidecar rosso fluorescente («la colorazione è stata scelta dal cliente») e una bici classica con forcelle spinner, serbatoio della Bianchi e telaio anni Trenta della bici da lavoro. Le occasioni come questa sono rare, Agnelli preferisce produrre oggetti senza commissione, spinto solo dalla creatività, senza ripetersi, e in un secondo momento proporli su sito internet e pagina Facebook.

I due elementi che Agnelli ama di più e utilizza ogni volta che può sono la forcella Bianchi Aquilotto – «una ciclomoto con motore ausiliario di 38 cc che è diventata davvero la bici del popolo» – e il serbatoio del Guzzino 65, costruito giuntando due metà con la tecnica della brasatura: entrambi modelli anni Quaranta. «Ho provato a riprodurre la forcella spinner della Bianchi in 3D: il prodotto cambia talmente tante direzioni e curvature che il disegnatore si è trovato in difficoltà. Negli anni Quaranta lo realizzavano con carta, penna e mezzi meccanici». L’amore per il vintage non ha tuttavia echi antimoderni: «Senza la tecnologia non potrei realizzare questi oggetti retrò. Il taglio laser e la progettazione 3D mi permettono di unire elementi che non erano pensati per i telai che utilizzo. Per esempio: gli originali usavano pinze frenanti, che non si adattano alla mia produzione. Io davanti utilizzo mozzi con freno a tamburo, dietro il motore è predisposto per un freno a disco, importante per la sicurezza, dato che una mia bici può andare a 25 km orari e in media pesa dai 20 ai 25 chili».

fantastic mister fellini wes anderson
Fantastic Mr Fellini, film diretto da Wes Anderson in omaggio a Fellini

Non tutti i clienti utilizzano le bici che acquistano da Agnelli, qualcuno ha paura di rovinarle: «Consiglio sempre di usarle, l’aspetto un po’ vissuto di questi prodotti fa parte del gioco: il serbatoio di un Guzzino 65 ha almeno 70-80 anni». Tra i nuovi oggetti che stanno prendendo avvio nell’officina di via Alighieri 113: una bicicletta donna; una bicicletta da un telaio di una ciclomoto italiana degli anni Cinquanta prodotta a Torino dotata di un particolare dispositivo di ammortizzazione sull’asse posteriore; una bici nera con postura grintosa e allo stesso tempo elegante («una specie di Ferrari nera»). Le biciclette da competizione o con caratteristiche tecniche ultramoderne sono lontane dai suoi interessi: «Amo la bicicletta da passaggio, da mobilità dolce, il mio obiettivo è creare un prodotto che dia piacere dell’utilizzo a 360 gradi: la stranezza nella postura di guida, nella pedalata, il bello di bersi un buon caffè osservando un prodotto che utilizzi perché ti piace. Può sembrare retorico ma è così».

L’unico prodotto estero vintage che Agnelli ha usato fino ad oggi è una Evans: «Una ciclomoto americana del 1919: bicicletta con a bordo un motore 4 tempi da 98 cc. Ho mantenuto la sella originale, che ha cent’anni. L’ho convertita a mio modo ma cercando di toccare il meno possibile perché era un capolavoro di suo. La forcella, realizzata con strumenti meccanici, è un tubo tondo con profilo aeronautico, ovale ellittico: sul commercio oggi non si trova più e poiché voglio utilizzarlo di nuovo in futuro me lo sono fatto produrre da un’azienda di trafila. Ormai in commercio ci sono prodotti confezionati tutti allo stesso modo, con le stesse linee. Devo andare a leggere il marchio dell’auto che mi sta investendo per capire a che casa automobilistica appartiene. Quando facevo il restauratore ho messo mano su mobili del Cinque e Seicento. C’erano cassettoni dei primi Ottocento che sembravano fatti ieri, questo perché il falegname non aveva limiti di tempo. Oggi se non produci più veloce della luce non sei conveniente e se non sei conveniente non vai bene. Io sono distante da queste logiche. Il complimento più bello che mi è stato fatto è che solo un italiano poteva pensare una cosa simile».

Negli ultimi anni a Milano nuove ciclofficine si sono affiancate a quelle storiche: oltre a riparare e vendere biciclette, molte offrono linee artigianali e su misura. La stazione delle biciclette, Scatto Italiano, La Ciclistica Milano, la storica Cicli Drali, la Ciclofficina Stecca, Fucine Vulcano, Ponte Giallo, Unza. L’ultima nata in ordine di tempo è Adèss Pedala, da un’idea della Pinky, regina e anima del Plastic. «La chiusura della discoteca in seguito al primo lockdown ci ha lasciato molto tempo libero, quindi ho cominciato a guardarmi intorno», racconta. Anche nel suo caso la scintilla nasce dalla bicicletta abbandonata di un genitore: «Una Bianchi degli anni Quaranta-Cinquanta con freni a bacchetta abbandonata in cortile, che mia mamma non poteva più utilizzare perché era troppo pesante. A me è sempre piaciuto andare in bicicletta, ho chiesto l’aiuto di un amico appassionato e con lui abbiamo rimesso in sesto quella, a partire dal colore: da uno indefinito a verde bosco». A seguire le due biciclette dell’amico, poi, solo attraverso il passaparola, le biciclette arrugginite restaurate e rimesse in strada sono diventate una sessantina.

Adèss Pedala non ha ancora né un luogo fisico definitivo, né un sito: solo un profilo Instagram. L’obiettivo è di trovare uno spazio da trasformare in ciclofficina dove poter acquistare, riparare, restaurare, noleggiare, ma che sia anche un luogo di condivisione tra appassionati delle due ruote. «Già ora, che lavoriamo in uno spazio temporaneo concesso in comodato d’uso, abbiamo ogni giorno setto o otto persone che vengono a trovarci e passano del tempo in officina: un ambiente amichevole e conviviale». Nell’officina ci sono diverse biciclette Saltafoss – storica azienda milanese nata nel 1965 – Grazielle, bici da bambino, bici chopper, due bici da cargo, due tandem da fiere, due risciò: uno indiano, acquistato dalla Pinky in un mercatino dell’usato milanese, e uno proveniente dalle coste riminesi, memoria di estati che furono. «Non c’è una procedura definita. Ogni bicicletta è una storia a sé e non ce ne è una uguale alle altre. Togliamo la ruggine, riverniciamo, cambiamo i pezzi che dobbiamo. L’idea, quando ci sarà uno spazio fisico, è che le persone vengano e si creino la propria bicicletta».

IMMAGINI

L’officina di Luca Agnelli si trova in via Dante Alighieri 113, ad Abbiategrasso (Mi). La ciclofficina Adèss Pedala non ha ancora una sede fisica, è su Instagram con il profilo @adess_pedala. Per una storia della bicicletta: Storia sociale della bicicletta dello storico Stefano Pivato (il Mulino), mentre la casa editrice Ediciclo è specializzata in pubblicazioni sul mondo delle due ruote a pedali.

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