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Metodo Warburg, alfabetico o cronologico – come si ordinano i libri? Parola a tre bibliofili

Emanuele Coccia, Giampiero Mughini e Paolo Cognetti raccontano le loro librerie. In casa Mughini, tra i 22 e i 25mila volumi: «La collezione di Omnibus di Longanesi vale 95 o 1?»

Lo storico dell’arte Aby Warburg formulò la legge del buon vicinato come principio ordinatore della sua biblioteca: ogni libro deve stare accanto ad altri affini, rispondere alle domande poste dai vicini o porre domande cui si può trovare risposta nei volumi attorno. Questo criterio ha due conseguenze: quando si cerca un libro, spesso si scopre che quello al suo fianco, sopra o sotto, offre ulteriori spunti rispetto alla ricerca che si stava conducendo – e si finisce per prendere anche quello; ogni nuovo arrivato stravolge l’ordine precedente. Emanuele Coccia, filosofo e professore associato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, ordina la sua biblioteca secondo il principio warburghiano. «Non ho mai immaginato un ordine diverso. Non so se ci siano alternative, se esistono persone che ordinino i loro volumi secondo altri criteri – alfabetico o di editore. La divisione disciplinare mi sembra ridicola, perché i libri mettono in discussione le discipline. Il libro di Warburg, ad esempio, non è solo di storia dell’arte ma anche di antropologia, filosofia: può stare accanto a Philippe Descola, Bruno Latour, a un manuale di ecologia. L’unico modo che mi sembra razionale nell’ordinare i libri è ricostruire nello spazio tridimensionale le relazioni che la loro lettura ha costruito nella mia testa».

Emanuele Coccia sta lavorando a un libro dedicato alla casa e alla pietra. Sulla libreria: un catalogo sulle pietre, Moralizing Technology di Peter-Paul Verbeek, The Architecture of the Well-tempered Environment di Reyner Banham, Making di Tim Ingold. «Questi testi, che sembrano disparati, spiegano cosa significhi manipolare la pietra tra tecnologia, arte, antropologia, architettura, ecologia. Devono stare insieme, altrimenti sarebbe un incubo ritrovarmi». Anche nel suo caso, come accadeva a Warburg, la legge del buon vicinato obbliga Coccia a cambiare spesso la disposizione dei libri: «L’ordine cambia continuamente perché io lavoro con i libri, sui libri, scrivo libri. Alcuni volumi restano per mesi sopra o accanto alla mia scrivania e poi si allontanano per tornare in letargo, ma so sempre dove sono. L’utilità della regola del buon vicinato è che ogni volta che prendi un libro, quelli accanto attivano nuove connessioni, come se qualcuno ti suggerisse un altro testo, con un altro punto di vista, sullo stesso tema: in questo modo la biblioteca è una fonte di ispirazione e non un archivio per dimenticare».

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Illustrazione ad acquerelli di Georg Ehret of Carl Linnaeus, sistema di classificazione delle piante, da Systema Naturae (1736). Triennale Milano

Non ha mai pensato di dover costruire una biblioteca comprando i classici – partendo dalla base e proseguendo verso le specializzazioni. «Costruire una biblioteca secondo un canone fissato sarebbe più semplice e pacificante, ma è un’idea che mi irrita. Avere tutto Hegel, ma non l’ultimo manuale di ecologia o virologia, è da ottusi. Alcuni autori di filosofia ritengono di poter scrivere sulle piante senza leggere di botanica. I classici sono ovunque, e sono quelli che devono ancora essere scritti». La biblioteca di Emanuele Coccia è sparsa in diverse stanze. «Ora in cucina ho un libro sull’architettura portoghese. Ho traslocato una trentina di volte e ogni volta spedivo alcuni libri a casa dei miei genitori, altri sono in cantina, altri ancora sono nelle in case in cui ho abitato e dove non so se potrò tornare a riprenderli. Va bene che i libri circolino, che li si compri e ricompri perché non li si trova più, l’importante è averne tanti. La biblioteca deve sempre essere mobile, mai diventare un museo, altrimenti si finisce come il protagonista di Auto da fé di Elias Canetti (ossessionato dalla sua biblioteca e impaurito da ogni contatto con l’esterno, ndr). Si può paragonare la biblioteca a un parco giochi, oppure a Netflix: entri e ogni volta vedi qualcosa di diverso».

Giampiero Mughini ha acquistato una casa a Roma per custodire tutti i suoi libri. Una ventina di stanze su tre piani. Al terzo si svolge la vita, con cucina, camera da letto, bagno: «Qui ci saranno circa un centinaio di libri, non di più: ogni cosa al suo posto». Il secondo piano è dedicato alla biblioteca e allo studio, con cinque stanze colme di volumi: una per la cultura russa, letteratura tedesca, saggistica francese e internazionale, letteratura italiana in edizione corrente; una dedicata alla letteratura italiana del Novecento, dove è contenuta anche la collezione di letteratura italiana in prime edizioni; una dedicata alla letteratura internazionale e francese in edizione corrente; una dedicata alla politica e cultura italiane del Novecento – è la stanza i cui lavora abitualmente. L’ultima stanza: «La chiamo in due modi: l’archivio delle immagini femminili o la stanza delle puttane», dove sono conservati i testi erotici, la collezione di tavole originali di fumettari e illustratori erotici e un’intera scaffalatura dedicata alla pornografia.

La collezione di prime edizioni italiane, che occupa quattro librerie, è tra le più complete: «Ho circa il 90% delle prime edizioni italiane del Novecento, quello che non ho è perché non mi interessa». Gli autori che non interessano a Mughini: «Non ho mai letto la Ferrante, che penso sia una abile scrittrice, ma che non ha bisogno di me come lettore. Io corro in soccorso a scrittori che hanno bisogno di me, per esempio Carlo Dossi, che ormai nessuno legge più, ma è cruciale nel passaggio tra Otto e Novecento. Non leggo libri che stiano nella top ten». Quando un grande autore finisce nella classifica dei libri più letti, c’è da chiedersi cosa abbia sbagliato: «È successo anche ad Alberto Moravia: alcuni suoi libri hanno avuto tale diffusione che non suscitavano in me alcuna libidine, benché l’autore meriti senz’altro di stare nel canone, basterebbero Gli indifferenti, uno dei grandi libri del Novecento europeo». Anche la letteratura italiana contemporanea non accende la libidine di Mughini: «La prima edizione del Nome della rosa è stata stampata in 80mila copie: nessun senso collezionarla. La chiesi a Umberto Eco, ma non la lessi mai». Quando si entra in casa d’altri, l’occhio cade sugli scaffali della libreria: «Non dico nulla e non direi nulla nemmeno sotto tortura, ma non torno volentieri in una casa dove vedo disposti in fila i dieci o quindici libri che stanno nella classifica dei più venduti».

Ordine e catalogazione. L’ordine nelle librerie è alfabetico: «Non vedo quale altro potrebbe essere. Nei casi delle biografie, naturalmente, l’ordine lo detta il personaggio biografato, non l’autore». Mughini aveva cominciato a catalogare la letteratura italiana del Novecento ma a ‘Pirandello’ si è fermato: «Fino a un paio di anni fa ho tenuto il governo della mia biblioteca in tutte le sue espressioni. Ora ne ho il controllo solo al 90% e la situazione è diventata drammatica. Non sono ancora arrivato tuttavia all’aberrazione – che capita a molti – di acquistare un libro due volte per essermi dimenticato di averlo già. Questo no». Piccole infrazioni all’ordine alfabetico sono costituite dagli ‘armadietti’, quattro o cinque teche sparse nella casa, ciascuna dedicata a un autore. Tra gli altri: il francese Christian Boltanski e l’americano Ed Ruscha, ritenuto il capostipite del libro d’artista moderno. Ruscha cominciò con un volume di una ventina di sue fotografie di stazioni di servizio lungo le autostrade americane, autopubblicato e venduto a pochi dollari. Oggi per acquistare una prima edizione di quel libro servono 25mila euro. Nell’armadietto a lui dedicato quella prima edizione manca.

Lo studio di Mughini. Immagine Marco Anelli
Lo studio di Mughini. Immagine Marco Anelli

La passione di Giampiero Mughini sono gli autori italiani dimenticati. Tra gli altri: Stefano Terra e Salvatore Satta. Satta era un giurista sardo che nel 1948 scrisse De profundis e lo propose alla Einaudi senza successo: lo pubblicò con la casa editrice universitaria Cedam, la stessa che pubblicava i suoi libri giuridici. «Io non ho quella prima edizione, ma per averla darei mia sorella». Dopo la morte di Satta, nel 1975, i suoi familiari trovano un altro suo dattiloscritto inedito: Il giorno del giudizio, pubblicato di nuovo dalla Cedam. Pochi anni dopo quel libro viene pubblicato (e consacrato) dalla casa editrice Adelphi e la prima edizione diventa una rarità, sogno dei collezionisti. «Ho acquistato quella prima edizione la settimana scorsa».

Al piano terra, che gli amici chiamano Muggenheim, ci sono una decina di librerie con i volumi da collezione. Tra gli altri, tutti i libri di Bruno Munari o a cui il designer ha messo mano. «La distinzione tra secondo e terzo piano in realtà è stupida. Ultimamente lavoro più con la biblioteca da collezione». In queste stanze c’era la collezione di libri futuristi, venduta nel 2014. Come mi sento? Come se mi fossi tagliato un braccio, raccontava il collezionista ad Alberto Mattioli sulle colonne de la Stampa. «L’ho venduta in un momento di tristezza della mia vita personale», ricorda oggi. «Non avevo più un lavoro fisso nei giornali, e mi dicevo che alla mia età non avevo ancora molto tempo davanti. Inoltre erano libri che non leggevo più: l’incontro, la comunione, il matrimonio con la letteratura futurista si era già compiuto». La libreria antiquaria Pontremoli di Milano ne ricavò un catalogo: «Un catalogo di libri antiquari ben fatto è meglio di un anno di corso universitario, e quello della mia collezione futurista attenua un po’ il lutto della perdita». Con i soldi ricavati dalla vendita Mughini comprò altri libri, soprattutto d’artista.

Alcune librerie sono solo funzionali, altre di design, come il pezzo unico di Ico Parisi, esposto alla Triennale di Milano nel 1951, dove i libri sono disposti sdraiati. «Mi sarebbe piaciuto avere la libreria di Franco Albini messa in produzione da Cassina: di una bellezza fuori dal comune, anche se all’inizio crollava». In casa Mughini oggi ci sono tra i 22mila e i 25mila volumi. «Dipende da come si contano le riviste. Per esempio: la collezione completa di Omnibus di Leo Longanesi vale novantacinque o uno?».

Paolo Cognetti vive tra Milano e la Valle d’Aosta. La baita in montagna è piccola e può ospitare pochi libri: «Ce ne sono trenta-quaranta tra davanzali, tavolo, accanto alla stufa. Sono gli amuleti del luogo, che benedicono la casa: Mario Rigoni Stern, Henry David Thoreau. Ho una doppia copia a Milano di molti di loro, perché possono vivere in entrambi i luoghi». Nella primavera 2021, lo scrittore premio Strega ha il progetto di aprire un rifugio in montagna, dove ci sarà anche una biblioteca. Esclusa l’estate – che trascorre in Valle d’Aosta – per il resto dell’anno Cognetti va spesso avanti e indietro dalla casa a Milano: nello zaino entrano sempre tre o quattro volumi. La casa dei libri è in città: «Mi ci sono trasferito due anni fa e l’ho scelta proprio perché aveva tre grandi nicchie nel muro, su tutta la parete, in cui ho sistemato altrettante librerie».

Una delle tre è dedicata alla letteratura americana. «Un tempo differenziavo romanzi e racconti, ma il criterio è andato in confusione con gli autori di entrambi, che non mi piaceva dividere. Per un certo periodo ho anche provato a ordinare i libri in ordine cronologico, ma con il loro aumentare diventava difficile». Autori di romanzi e racconti oggi convivono in ordine alfabetico sui suoi scaffali. Ogni tanto, tra le file di libri, fa capolino una fotografia. Si riconoscono tra le altre le facce di Ernest Hemingway, Fitzgerald, John Fante, Raymond Carver. Sull’altro scaffale Rigoni Stern, Natalia Ginzburg: «Per i miei scrittori preferiti, cerco un Meridiano Mondadori o un libro che abbia una bella foto dell’autore in copertina e lo inserisco tra i suoi titoli di piatto, in modo che si veda la fotografia: anche questo funziona un po’ come benedizione per la casa».

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OMNIBUS – il primo rotocalco italiano diretto da LEO LONGANESI. Ferraguto

La seconda libreria è occupata per più di metà dalla letteratura italiana, sempre in ordine alfabetico, per il resto dalla narrativa straniera: «Si vede che non la pratico molto perché non occupa grande spazio». La terza biblioteca contiene diverse sezioni: uno scaffale dedicato a New York, su cui Cognetti ha scritto due guide personali: New York è una finestra senza tende (2010) e Tutte le mie preghiere guardano verso ovest (2014). Uno scaffale è a tema storico-politico, con libri sulla Resistenza e l’anarchia; uno scaffale dedicato alla poesia; alcuni scaffali sono dedicati alla montagna. Una sezione è dedicata ai libri su buddismo, Tibet e yoga. Alcuni graphic novel: Zerocalcare e Gipi. Su una mensola in alto c’è la letteratura scientifica: prima di frequentare la Scuola Civica di cinema Cognetti si era iscritto alla facoltà di matematica. Due o tre scaffali sono dedicati alla scrittura: biografie di scrittori e scrittori che parlano della scrittura: Francis Scott Fitzgerald, Paul Auster, Franz Kafka, Italo Calvino, Flannery O’Connor, Raymond Carver, Margaret Atwood. «Mi piace entrare nel laboratorio dei miei scrittori preferiti». Sul tema Cognetti ha scritto A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti (Minimum fax, 2014). Per le biografie: Hemingway, Carver, Fitzgerald, Charles Bukowski, Truman Capote, J.D. Salinger, Primo Levi, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Rigoni Stern, Nuto Revelli.

Molti titoli canonici, che qualcuno si aspetterebbe di trovare nella libreria di uno scrittore, mancano: «Sono un lettore di letteratura contemporanea, preferibilmente post 1950. Ho pochissimi libri anteriori al Novecento, faccio fatica a leggere libri grossi e vecchi, non ho letto quasi nulla dei grandi classici russi». Sparsi nella libreria degli autori americani ci sono anche libri autografati: la maggior parte degli autografi risale alla lavorazione della serie di documentari Scrivere/New York, sulla letteratura americana, nel 2004. Altri sono arrivati in seguito, come il libro autografato di Carver regalatogli dal padre. Dopo due traslochi, lo scrittore ha cominciato a selezionare i libri da tenere e disfarsi di quelli superflui. «Non ho intenzione di fare doppie o triple file, né di tenere in casa libri che non mi interessano solo per il gusto di averli. Le librerie di casa contengono circa cinquemila libri, e non sono ancora piene. Se ho uno scaffale degli americani che va dalla h alla k e mi arriva un libro che non ci sta, prima di farlo passare sullo scaffale sottostante e far scalare tutto, mi chiedo se ci sia qualcosa che posso togliere». Cognetti regala i libri di cui si libera a un amico, se non li vuole neppure lui e sono di scarsa qualità finiscono nella carta: «Se i libri sono brutti si possono buttare, non hanno nessuna sacralità. I libri brutti son solo carta».

Tra i titoli sulla montagna nella libreria di Cognetti: Distanza ravvicinata. Storie del Wyoming di Annie Proulx, in cui è contenuto il racconto Gente del Wyoming (Brokeback Mountain) dal quale è stato tratto il film I segreti di Brokeback Mountain; In mezzo scorre il fiume di Norman Maclean, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da Robert Redford; Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani; In Patagonia di Bruce Chatwin. Tra gli autori meno noti: Andre Jules Dubus e Grace Paley. «La mia biblioteca sta diventando una selezione dei libri che ho letto e riletto e che mi piacciono: questa è una cosa di cui sono contento. Se mi si chiedesse di ridurli all’essenziale credo me ne basterebbero cento. Ci sono libri che sono stati importanti per noi ma che non ci capita più di prendere in mano, mentre ce ne sono altri che mi accompagnano e spero mi accompagneranno sempre. Sono i libri degli autori per me chiave, che ogni tanto mi viene il desiderio di riaprire: Hemingway, Carver, Rigoni Stern, Ginzburg, alcuni libri di Thoreau».

Una biblioteca è un organismo in movimento. È un terreno vulcanico, dove qualcosa sta sempre succedendo, anche se non percepibile dall’esterno. In queste regioni ogni ordine non è che uno stato di sospensione sopra l’abisso (Benjamin), scrive l’editore e scrittore Roberto Calasso nella raccolta di saggi Come ordinare una biblioteca. Anche Georges Perec dedicò all’argomento le sue Brevi note sull’arte e il modo di riordinare i propri libri (in Pensare/Classificare, Garzanti). L’ordine assegnato ai volumi sugli scaffali, tema per Calasso metafisico, dice del proprietario quanto i titoli stessi.

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Emanuele Coccia, nato a Fermo nel 1976, è filosofo e professore associato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Ha scritto di filosofia, arte, moda, pubblicità, ecologia. I suoi libri più recenti sono La vita delle piante. Metafisica della mescolanza (il Mulino, 2018) e Métamorphoses, uscito in Francia nel marzo 2020, in Italia l’anno prossimo.

Giampiero Mughini, nato a Catania nel 1941, è scrittore, giornalista e bibliomane. Tra i libri che ha dedicato a questa passione: La collezione. Un bibliofolle racconta i più bei libri italiani del Novecento (Einaudi, 2009), La stanza dei libri. Come vivere felici senza Facebook Instagram e followers (Bompiani, 2016), Che profumo quei libri. La biblioteca ideale di un figlio del Novecento (Bompiani, 2018). Noto al largo pubblico per la sua partecipazione come opinionista a diversi programmi televisivi sportivi e di attualità. Tra i fondatori del periodico il manifesto, ha collaborato con diversi quotidiani, oggi tiene una rubrica sul Foglio. Tra le ultime pubblicazioni, il libro autobiografico Memorie di un rinnegato (Bompiani, 2019) e Uffa: Cartoline amare da un tempo in cui accadde di tutto (Marsilio, 2020.

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Ha cominciato a scrivere a diciotto anni. Abbandona il percorso di studi in matematica all’Università Statale di Milano per iscriversi alla Civica Scuola di Cinema. Ha esordito come narratore nel 2003 con il racconto Fare ordine. Nel 2017 ha vinto il premio Strega con il romanzo Le otto montagne (Einaudi), che gli è valso anche il Prix Médicis étranger, l’English Pen Translates Award, il Premio Itas e il Grand Prize del Banff Mountain Book Competition. Vive tra Milano ed Estoul, in Valle d’Aosta, dove ogni anno organizza il festival di arte, libri e musica di montagna Il richiamo della foresta.

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