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Economia circolare e biodegradabilità: gli sforzi, lo stato dell’arte e i limiti ancora da superare

Dagli scarti ortofrutticoli alle scarpe: come si compongono e come smaltirle a fine vita. Intervengono Giuliana Borzillo, Brand Manager di Id.Eight e Gianni Dalla Mora, fondatore di Womsh

Gli scarti dei prodotti ortofrutticoli

Il riutilizzo degli scarti ortofrutticoli non edibili interessa diversi fronti: carburanti, mangimi per animali, fertilizzanti, produzione di elettricità, bioplastica per il repackaging, l’industria della moda. Id.Eight è un brand italiano di calzature fondato da Giuliana Borzillo, product manager laureata al ‘Polimoda’ di Firenze, e Dong Seon Lee, fashion designer coreano. La ricerca di un paio di scarpe da acquistare per uso personale ha portato la coppia, lavorativa e di fatto, alla volontà di creare un proprio marchio. Dopo mesi di ricerca, Borzillo e Lee hanno individuato tre materiali di cui sono oggi composte le sneakers. «La Appleskin deriva dagli scarti non edibili della mela, quindi bucce e torsoli», spiega Giuliana Borzillo, Brand Manager del marchio. «La Vegea da raspi, bucce e semi d’uva, ovvero parti della vinaccia, dunque residui del processo di estrazione del succo d’uva. La Piñatex è un materiale ottenuto dalle foglie di ananas. Solitamente le si brucia o lascia marcire: noi da sedici piante di ananas otteniamo 480 foglie, corrispondenti ad un metro quadro di materiale». La Appleskin è prodotta da un’azienda di mele localizzata in Trentino Alto Adige, la Vegea è realizzata in Veneto; solo la Piñatex non è prodotta in Italia: «Nasce da un’azienda inglese che raccoglie le foglie di ananas nelle Filippine e le lavora in Spagna, per poi spedirle a noi», sottolinea Giovanna Borzillo. «Cerchiamo di mantenere la produzione il più possibile in Italia, perché ci permette di accorciare le distanze fisiche e di evitare i viaggi impattanti».

Le scarpe Id.Eight

Se la tomaia può essere realizzata con uno dei tre materiali derivanti dagli scarti frutticoli, le restanti componenti della scarpa sono costruite con l’ausilio di altri materiali di derivazione naturale. «La fodera è in cotone biologico, il sottopiede in cotone riciclato certificato ‘GOTS’. La suola è fatta in gomma, il cui trenta percento è riciclato; anche i lacci, l’etichetta, il nastro e la fettuccia sono in poliestere riciclato», spiega Borzillo. Le sneakers ‘Id.Eight’ richiedono una realizzazione lunga. Appleskin e Vegea condividono il processo produttivo: «Gli scarti, rispettivamente di mela e vinaccia, si fanno seccare e diventare polvere. La parte utilizzabile è biopolimerizzata e diventa una pasta, che viene mischiata a dei collanti non poliuretanici a base di acqua. II materiale è infine spalmato su una base di cotone organico». Il materiale ottenuto ha una consistenza, al tatto e alla vista, simile a quella della pelle. Per Piñatex, il processo è diverso: «Le foglie di ananas sono raccolte e fatte seccare. Successivamente sono spalmate su un supporto, dove poi sono tinte e colorate». Per quanto riguarda i filati in poliestere riciclato «si raccolgono le bottiglie e altri oggetti in plastica per essere triturati. Dalla polvere molto fine che si ottiene si forma un filato, che dà origine a una maglia, la base del materiale»

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Il materiale similpelle deriva da scarti biopolimerizzati misti a collanti a base d’acqua

Id.Eight: il packaging

Una volta che il materiale è pronto, è assemblato in una fabbrica a conduzione familiare localizzata nelle Marche, con cui Borzillo e Lee collaborano sin dalla nascita del brand. Da lì, dopo essere state inscatolate, le scarpe partono per Firenze, dove si trovano gli uffici di ‘Id.Eight’. Per le spedizioni, Borzillo e Lee si affidano al corriere GLS, che dispone della certificazione ambientale ‘ISO-14001’: «Ha sviluppato un progetto chiamato ‘Think Green’: per le lunghe distanze utilizza mezzi di linea LNG a gas o metano, per l’ultimo miglio usa biciclette o mezzi elettrici». Il packaging. «La scatola è di cartone riciclato, mentre le buste per la spedizione sono di polietilene riciclato. Per ogni busta c’è un risparmio del quaranta percento di CO2. All’inizio avevamo pensato che, per ogni paio di scarpe venduto, avremmo piantato un albero, tuttavia abbiamo optato per una diversa operazione», racconta Borzillo. «Sono nata e cresciuta a Napoli. Da ragazzina mia madre mi raccontava di gruppi di persone che facevano guerrilla gardening, gettando bombe di semi per far nascere piante e fiori in zone degradate o abbandonate della città. In ogni scatola che spediamo inseriamo una bomba di semi, costituita da palline di terra e semi di fiori ricoperte d’argilla, che possono essere piantate in un vaso o lanciate per strada. I fiori sono autoctoni e, quando sbocciano, attirano le api. Tutte le bombe di semi ci sono fornite dal Parco dei Cinque Sensi, a Vitorchiano (provincia di Viterbo, ndr.), che realizza anche tanti progetti per i più giovani. Parliamo in rete dei criteri che un brand sostenibile dovrebbe avere: occorrono regole, parametri da rispettare per definirsi tale. Capita che le aziende cavalchino il trend senza essere totalmente sostenibili».

Womsh: scarpe vegan

‘Womsh’ è l’acronimo di ‘world of mouth shoes’, ovvero ‘scarpe passaparola’ ed è il nome del brand di calzature fondato da Gianni Dalla Mora. Ha iniziato a produrre sneakers in pelle Bianca. «Bianca è una pelle di concia italiana, proveniente da grezzi europei. È metal free e lavabile. Per realizzarla non sono adoperate sostanze chimiche dannose per la salute o per l’ambiente», spiega Gianni Dalla Mora. «Ci ha permesso di ottenere un prodotto che soddisfa le prestazioni meccaniche e fisiche richieste. La tomaia è in nylon ottenuto da PET riciclato, la fodera è in spugna di cotone riciclato. I lacci sono di PET riciclato; le suole sono di provenienza italiana, ma al momento non è possibile realizzarle con materiale riciclato perché manca una tecnologia che possa garantirne la qualità».

Womsh: il packaging

Il packaging è in cartone riciclato, ricoperto di carta prodotta da scarti della lavorazione del mais. «Le scatole, il cartellino e il materiale pubblicitario sono realizzati con Crush, carta prodotta dagli scarti del mais dalla nostra azienda partner Favini». Crush è senza OGM, certificata FSC (sigla che garantisce l’uso di materia prima proveniente da foreste in cui sono rispettati dei rigorosi standard ambientali, ndr.) e realizzata con energia al cento rinnovabile. «Da quest’anno i nostri prodotti sono corredati da un QR code che ne racconta la storia, includendo certificazioni e documenti che attestano dove abbiamo comprato i materiali. La trasparenza e l’autenticità sono aspetti fondamentale e sempre più richiesti dai consumatori», chiosa Dalla Mora. 

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Womsh promuove modelli economici e di consumo basati sulla circolarità

LifeGate, Impatto Zero

La produzione Womsh è localizzata in aziende italiane, due delle quali si trovano a Barletta, in Puglia, e una in provincia di Brescia. La sede operativa del brand è a Vigonza, in provincia di Padova. «Produciamo le sneakers in aziende che si alimentano di energia pulita e rinnovabile per il novanta percento del loro fabbisogno. Dal 2014 collaboriamo con LifeGate, realtà di riferimento in Italia per lo sviluppo sostenibile. Insieme portiamo avanti un progetto per la compensazione delle emissioni di CO2, chiamato Impatto Zero. In cinque anni abbiamo contribuito alla riforestazione e conservazione di oltre undicimila mq di foresta all’anno. Prima di Impatto Zero avevamo partecipato a Foreste in Piedi, progetto per salvaguardare la foresta amazzonica in Brasile». In occasione del Black Friday di quest’anno, Gianni Dalla Mora ha scelto di non concedere sconti ma di «investire il venticinque percento degli acquisti in piantumazione di alberi. Così abbiamo piantato ottocento alberi in California, territorio devastato dagli incendi».

Le scarpe compostabili

Giuliana Borzillo spiega che, quando le scarpe ‘Id.Eight’ non sono più utilizzabili, «vanno smaltite negli appositi cassonetti della raccolta differenziata. I materiali che compongono la tomaia sono bio-based, hanno origine naturale e sono parzialmente compostabili e parzialmente biodegradabili, ma non possono essere gettati nell’umido né lasciati in natura. I materiali interni come la soletta e la fodera sono in cotone e quindi biodegradabili. I lacci e la suola in gomma sono riciclabili». Borzillo è interessata a trovare una soluzione per riciclare le suole, e il brand si sta muovendo in questa direzione. «Anche questi materiali, per quanto ecologici nella produzione, rilasciano microfibre nell’ambiente. Al momento non c’è soluzione al problema». 

Gianni Dalla Mora ha sposato il concetto di riciclo di Esosport, ramo sportivo della società lombarda ESO Società Benefit, che dà agli oggetti finiti nuova vita in forma diversa. «Abbiamo scelto il progetto Il Giardino di Betty, che prevede la creazione e la riqualificazione di parchi giochi per bambini. La pavimentazione antitrauma di cui sono composti è ottenuta dal riciclo di scarpe sportive esauste, palline da tennis, copertoni e camere d’aria di bibiclette, da cui si ottiene un materiale granulare». Womsh premia il consumatore che, a vita finita, riporta le sneakers presso i rivenditori, con un buono sconto di dieci euro. 

IMMAGINI

L’industria del cibo produce ogni giorno scarti. Il costo per le aziende impegnate nel settore ammonta a milioni di euro, cui vanno sommati i mancati ricavi. Secondo un dossier Coldiretti, è il comparto dell’ortofrutta a risentirne di più, mentre un’indagine di Scianet (progetto della Confederazione Italiana Agricoltori per fornire dati a chi opera nel settore) ha evidenziato come la manipolazione di frutta e verdura, finalizzata alla preparazione per la vendita al consumo, comporti di per sé una quantità di scarti – dal venti al trentacinque percento del peso della materia prima originale. Mele, pere e albicocche sono le specie maggiormente interessate, con una percentuale di scarto del quindici percento.

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