DARIA NICOLODI IN UN FOTOGRAMMA DI PROFONDO ROSSO, 1975
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Daria Nicolodi amava il silenzio, un riserbo scambiato per snobismo

Sussurrava anche quando era infastidita: un’aura magica e il profilo di una statua etrusca che sembra un Giacometti, Daria Nicolodi percorreva la strada del mistero, ne dominava il linguaggio

Nel 1975 ero un ragazzino, ma non ho più dimenticato quella sensazione di enigma e straniamento che incuteva Ritratto di donna velata, sceneggiato televisivo in cinque puntate sospeso tra giallo e fantasy. Quelle atmosfere oscure, un po’ naïve e fin troppo fittizie, erano capaci di generare paura e inquietudine. Ritratto di Donna Velata fu trasmesso sul Programma Nazionale dal 31 agosto al 14 settembre 1975. L’audience di quell’unico canale televisivo italiano catturava un pubblico diversificato. Andò in onda a fine estate, mi toccava la Versilia in compagnia di mio padre. Papà mi lasciava stare alzato a guardarlo in prima serata, dopo Carosello, il limite della giornata fino alla pre-adolescenza. Pur detestando qualsiasi cosa si manifestasse attraverso il tubo catodico, sperava che tramite quella fiction mi appassionassi all’archeologia. Girata in bianco nero tra Firenze e una Volterra dark e densa di misteri etruschi, la miniserie era diretta da Flaminio Bollini, uno degli sceneggiatori di Segno del Comando di Daniele D’Anza (feuilleton televisivo del 1971 imperniato su un segreto secolare custodito da spiriti inquieti lungo una serie di reincarnazioni e ambientato in una Roma negromantica e byroniana, ndr.). In quegli anni Settanta protestatari, fricchettoni e politicamente surriscaldati, il mistero, l’irrazionale e la fuga onirica erano più in voga di sempre.

In Ritratto di donna velata c’era di tutto: metempsicosi e arcani, il tesoro di un Lucumone celato in una necropoli di cui si ignorava l’accesso, che si cercava con ogni mezzo, lecito e illecito, scientifico o sovrannaturale. Un valzer di medium, fantasmi e veggenti, di trafficanti di reperti archeologici e patrizi nevrotici e decadenti, segnati da una maledizione avita che aleggiava su una villa nella campagna volterrana degna delle pagine di D’Annunzio. C’erano gatti neri, guardiani ultraterreni e hippies, urne e tombaroli, paranoici e scettici in blu, i calanchi, un vento implacabile e il Museo Guarnacci. Elisa era l’ambigua protagonista interpretata da Daria Nicolodi. Daria-Elisa era una bellezza strana e allucinata. Una presenza androgina e altera. Possedeva occhi ogivali da sacerdotessa arcaica, da Medea del Ghiberti, sottolineati dalla matita nera. Poche parole come vaticini scandite da una voce difficile da descrivere, che veniva da lontano. Un angelo gotico imperscrutabile diverso da tutto quello che la RAI aveva ammannito fino a quel momento.

Daria Nicolodi assomigliava all’Ombra della Sera, la piccola scultura etrusca che pare un Giacometti, assurta a simbolo del Museo Archeologico Guarnacci a Volterra. Il bronzo filiforme campeggiava come una profezia nella sigla del programma, sulle note del soundtrack di Riz Ortolani balzato subito ai primi posti della hit parade. È stata quell’inattesa memoria televisiva dell’infanzia, più che un’intera carriera nel cinema e nel teatro, a venirmi in mente qualche giorno fa, il 26 novembre, apprendendo che Daria Nicolodi se n’era andata a settant’anni, colpita da un infarto seguito a un’ischemia cerebrale. La sua scomparsa è passata in sordina, oscurata dal clamore mediatico globale suscitato dalla morte di Diego Armando Maradona. Negli anni Settanta Daria aveva raggiunto la popolarità proprio grazie al piccolo schermo, con programmi come lo sceneggiato Saturnino Farandola nel 1978 e La Venere d’Ille, ancora in quell’anno, una storia gotica tratta dall’omonima novella di Prosper Mérimée, che è l’estrema opera di Mario Bava, il primo Maestro del brivido all’italiana.

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Ritratto di Donna Velata, prodotto dalla Rai nel 1975

Alla televisione era approdata già nel 1970, partecipando alle quattro puntate del varietà Babau, scritto da Paolo Poli e da Ida Omboni e messo in frigorifero dalla RAI per i contenuti ritenuti oltraggiosi e camp, poco adatti alle platee casalinghe. Fu trasmesso sei anni più tardi. Tornando al 1975, Daria Nicolodi era reduce dal successo cinematografico di Profondo Rosso, uscito in quello stesso anno, l’horror più cult di Dario Argento, allora il suo compagno e padre di una figlia, Asia (in realtà il suo vero nome è Aria Maria Vittoria –, nata nel settembre 1975, ndr.). In Profondo Rosso, Nicolodi interpreta la giornalista Gianna Brezzi, dando vita a una figura femminile atipica per il cinema italiano dell’epoca: una donna diretta, autonoma e combattiva. Introdusse i Goblin per rendere più attuale il soundtrack composto da Giorgio Gaslini. Come attrice e sceneggiatrice ha segnato buona parte del cinema di Dario Argento e ne è divenuta la musa, non di rado collaborando alla stesura delle sceneggiature. In precedenza era stata legata allo scultore e scenografo Mario Ceroli, precursore del gruppo dell’Arte Povera, da cui nel 1972 aveva avuto una bimba, Anna.

È in virtù dell’emanazione medianica, dell’aura magica che le apparteneva, che Daria Nicolodi assurge a icona del cinema di Dario Argento, attraverso una relazione sentimentale che si conclude nel 1985. Si erano conosciuti nel 1974, ai provini per Profondo rosso. Li univa l’amore per la narrativa di Raymond Chandler, creatore del detective Philip Marlowe, la passione per le atmosfere noir e le allegorie misteriche di Edgar Allan Poe, per la weird fiction di H.P. Lovecraft, capostipite d’un nuovo genere letterario di contaminazione. L’ingresso di Daria nella vita e nel percorso artistico di Dario Argento coincide con l’apertura di un piano di racconto cinematografico più spirituale, di una deriva mistica e trascendentale. Insieme sdoganarono il genere horror, ritenuto di serie b, portandolo a una dimensione fino ad allora sconosciuta – barocca, iperrealista e sofisticata.

Daria Nicolodi, bambina timida e solitaria, si era interessata di esoterismo e paranormale fin dalla più giovane età. Discipline cui era stata introdotta dalla nonna materna, Yvonne Müller, di ricca famiglia ebraica francese, la seconda moglie del compositore Alfredo Casella. La strada del mistero e le tenebre della ragione le erano congeniali, ne dominava il linguaggio e ne traeva sfumature forse inconscie. Il 19 giugno 1985, a Roma, la coppia Argento-Nicolodi fu arrestata per il possesso di ventitré grammi di hashish e dovette trascorrere due notti a Regina Coeli. In seguito furono assolti, appurato che ne facevano soltanto uso personale.

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La narrativa di Raymond Chandler, creatore del detective Philip Marlowe, univa Daria Nicolodi e Dario Argento

Daria Nicolodi appare in Suspiria – ne è co-sceneggiatrice, nel1977 – e Inferno (1980), in Tenebrae del 1982 e Phenomena, 1984. Ho scritto e riscritto pagine di Suspiriaconfidava – sotto un albero di Villa Borghese, quando avevo Asia nel grembo. Recita in Opera (1987) e, nel 2007 ritorna on stage nella Terza Madre, sequel di Suspiria e Inferno, accanto alla figlia Asia. Nel 1994 la perdita improvvisa della primogenita Anna Ceroli, in seguito a un incidente stradale, la allontana dallo spettacolo. Le sue apparizioni si fanno più sporadiche, come il cameo auto-ironico in Viola bacia tutti di Giovanni Veronesi (1998), film che vede protagonista Asia Argento, che la dirigerà due anni più tardi in Scarlet Diva. Fino al ritiro definitivo dalle scene, almeno una decina di anni fa, dividendosi fra Firenze e la campagna aretina. Recitare è una malattia che si cura recitando – disse in proposito, con uno di quegli ossimori che le erano cari – e io ne sono guarita. Trascorro le giornate leggendo, scrivendo e facendo la nonna. ‘Garbeggiava’, cioè giocava a fare la Garbo, secondo un termine da lei stessa coniato, trincerandosi dietro il mito di regina dell’horror. Si affaccia in televisione per una piccola comparsa nel 2009, in un episodio de L’ispettore Coliandro, dei Manetti Bros.

Daria, fiorentina di Bellosguardo, usciva da una famiglia della borghesia colta e progressista. Moravia era un vecchio amico di famiglia. Il nonno materno, Alfredo Casella, compositore, faceva parte dell’intellighentsia internazionale del suo tempo, vicino a personalità quali Gerschwin, Fauré, Pirandello e Strauss, Hindemit e Debussy o Schönberg. Quanti la conoscevano la definiscono come un’intellettuale, conversatrice mai scontata. Grande lettrice, esigente, ironica e riflessiva.

«Di Daria ricordo le mani calde – racconta Ludovica Amati –, il sorriso, la voce calma che ti entrava nel cuore e la cultura. Gli occhi erano cristallini e profondi come laghi alpini. La ascoltavo come una figlia, tra gioie e dolori. Sapeva di magia. Ci faceva mangiare mele con il miele ascoltando Bob Dylan. La osservavo muoversi danzante tra noi. Vestiva in modo maschile, abiti di taglio sartoriale. Cercava il silenzio, era una madre e nonna devota, sul filo di un incenso o di un pezzo musicale. Mai giudicante, in perenne ricerca dentro se stessa e in mondi paralleli. Regalava parole su cui potevi riflettere giorni interi. Pareva sapesse tutto, una sommatoria di vite ed esperienze senza soluzione di continuità. Ho avuto l’onore di vestirla per una pellicola di Dario Argento dove aveva il ruolo di un angelo. Scelsi di farla celeste come i suoi occhi. Poche parole, molte prove. Da superare, perché era esigente e conosceva l’amore. Non l’ho mai vista arrabbiarsi, sussurrava anche quando era infastidita, dall’ignoranza e dall’arroganza».

Una mosca bianca nel panorama del cinema italiano, con il quale ha intrattenuto rapporti complessi e mantenuto un distacco da molti letto come snobismo, che forse non ha giovato alla sua carriera. Insofferente dell’ipocrisia e della volgarità, libera da ogni condizionamento o compromesso, femminista senza proclami o eccessi plateali. Viveva fuori da un sistema che forse non le era mai interessato. Il padre, un avvocato scomparso prematuramente, era figlio di Aurelio Nicolodi, fondatore dell’Unione Italiana Ciechi, mentre la madre Fulvia era figlia di Alfredo Casella, tra i maggiori musicisti del Novecento e insegnava filosofia presocratica all’Università di Firenze. Anche la sorella di Daria, Fiamma, musicologa, ha abbracciato la carriera universitaria. A Roma Daria arriva alla fine degli anni Sessanta, un periodo di fermento culturale per la Città eterna. Esordisce nel cinema d’autore nel 1970 in Uomini contro di Francesco Rosi, poi con Elio Petri in La proprietà non è più un furto, del 1973. Tra i registi con cui ha lavorato ci sono Mario bava e il figlio Lamberto, specialista nell’horror come il  padre, Sergio Citti, Mimmo Calopresti e Cristina Comencini, Michele Soavi e Giorgio Treves. Nel 1972 si fa notare nella riedizione della Salomé di Carmelo Bene, che alla sua prima apparizione aveva suscitato plausi e critiche violente, oltre all’indignazione dei partiti conservatori e dei benpensanti, oltraggiati nel pudore. Scriveva Alberto Arbasino che quest’opera geniale spaccava il pubblico in due, ma con la precisione di quelle reazioni chimiche tipo tornasole, capaci di separare con una botta sola le mezze calzette da quelli che cercano di capire.

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Un altro scandalo fu causato nel 1978 dalla commedia Gaetanaccio, al Teatro Sistina di Roma, cui l’attrice partecipava assieme a Gigi Proietti. Lo spettacolo fu soppresso subito dopo il debutto a causa del testo troppo esplicito riguardo ai temi religiosi e alla rievocazione satirica della condotta della Chiesa e della corte papalina nel Quindicesimo secolo. La censura intervenne e il sipario fu calato dopo un paio di repliche. In quell’occasione, per la colonna sonora dello spettacolo, Nicolodi incise il Tango della morte, duettando con lo stesso Proietti, del quale uscirà un 45 giri edito dalla RCA e inserito nell’LP omonimo. Un suo vinile era già uscito nel primo periodo romano.

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