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Valorizzare la canapa: la fibra è sempre più richiesta e il mercato in attesa

Serve puntare sulle imprese per rilanciare la canapa industriale. «Il made in Italy può creare qualità». Sfide e obiettivi dell’EIHA, European Industrial Hemp Association

Nel 2018 in Europa oltre cinquanta mila ettari sono stati coltivati a canapa. Un numero in crescita di tre punti rispetto all’anno precedente, sopra il settanta percento – se paragonato ai cinque anni precedenti e sopra il seicento percento rispetto al 1993. Oggi le coltivazioni di canapa sono aumentate ancora. La Francia è al primo posto tra gli Stati membri (diciotto mila ettari) e rappresenta circa il trentasette percento delle coltivazioni del continente, la Germania è al sette percento (supera i tre mila ettari), l’Olanda all’otto – come l’Italia (nel 2018 registrava quattro mila ettari).  Se considerati nel loro singolo – i Paesi del vecchio continente – non possono ancora rappresentare una forza per quanto riguarda coltivazione, lavorazione e diffusione sul mercato di prodotti a base di canapa. Le problematiche sono diverse: l’interruzione delle colture nel dopoguerra per favorire materiali sintetici, le leggi nazionali che rendevano illegali parti della pianta (come foglie e fiore), la confusione rispetto al valore della canapa industriale spesso assimilata alla marijuana con i suoi pregiudizi. 

La canapa non può più essere sottovalutata o sfruttata solo in parte – non valorizzandone il completo potenziale. Un ente terzo, capace di farsi spazio nel dialogo con le Istituzioni europee e allo stesso tempo rappresentate degli Stati e tramite per agricoltori e produttori, è quello che serviva alla canapa industriale. Da questa esigenza venticinque anni fa è nata – a Colonia – l’EIHA, l’European Industrial Hemp Association. Da una piattaforma di ricerca e sviluppo per connettere operatori del settore di una filiera disomogenea a unica figura istituzionale in grado di connettere i mercati esteri e proporre sviluppi nel settore. Così nel 2019 la decisione di stabile una maggiore rappresentanza a livello europeo (con sede a Bruxelles) e la creazione di un gruppo di esperti dedicato alla difesa e alla crescita del settore canapiero nelle sue diverse declinazioni. 

«Per secoli l’uomo ha sfidato le leggi della natura, al punto da incidere sullo stato di salute del nostro ecosistema. Per soddisfare una domanda sempre crescente di cibo e prodotti trasformati, i governi hanno sistematicamente incoraggiato pratiche insostenibili», si legge nell’introduzione al Manifesto dell’EIHA. Queste pratiche insostenibili sono le prime a dover essere scardinate, e per farlo la canapa può rivelarsi uno strumento essenziale. L’impegno di EIHA non si ferma alla possibilità di ricreare in maniera strutturata una rete di coltivazioni bensì punta a far ripartire un’economia – ancora silente – che potrebbe rivoluzionare le produzioni europee. Un obiettivo in sintonia con i principi dell’European Green Deal, presentato nel dicembre 2019 da Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione Europea. La canapa è una pianta che soddisfa ambiti diversi, utilizzandone ogni parte si possono realizzare prodotti diversi: tessili, carta, corde, materiali isolanti, pannelli di fibre, bioplastiche, compost, lettiere per animali, carburante, vernici, mangimi, alimenti, integratori alimentari, cosmetici e preparazioni medicinali.

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Tessuto in fibre di canapa

Seguirne ogni sviluppo, richiede un team di persone dedicate. L’EIHA suddivide le competenze per settore di lavorazione della canapa e comprende oltre duecento membri tra venticinque Stati europei e dodici extraeuropei. L’obiettivo primario dell’associazione (senza fini di lucro) è quello di monitorare le politiche relative alla canapa sul piano europeo ed essere una fonte responsabile e affidabile di informazioni per le diverse sfere di competenza. Al momento l’EIHA segue la riforma della Politica Agricola Comune (PAC), il regolamento sui nuovi alimenti e gli estratti di canapa, il livello di THC nei mangimi e negli alimenti, la valutazione ciclo di vita dei materiali a base di canapa, il suo impatto sulla CO2 e le relative questioni su ambiente e cosmetica. 

Il direttivo dell’associazione è composto da sette membri: Daniel Kruse (Presidente), Catherine Wilson (presidente di CannaWell e vicepresidente EIHA), Bernd Frank (tesoriere, presidente di BaFa Gmbh), Christophe Fevrier (presidente di Hemp-it), Rachele Invernizzi (vicepresidente di Federcanapa e presidente di South Hemp Tecno), Mark Reinders (amministratore delegato di HempFlax). Nel segretariato operativo di Bruxelles operano Lorenza Romanese – dedicata alle parti superiori della pianta (semi, foglie, fiori) e Francesco Mirizzi – responsabile della parte inferiore della pianta (lo stelo, composto da canapulo e fibra), accompagnati da Victoria Troyano e Monica Solano alla comunicazione e alle relazioni con i membri.

«Il nostro è un all plant approach, non possiamo esimerci dalla valorizzazione dell’intero interesse della pianta», spiega Francesco Mirizzi – entrato nel team dell’EIHA a marzo 2020 per dedicarsi alla ricerca, promozione e sviluppo della lavorazione della fibra e del canapulo della canapa. «La quale rappresenta l’ottanta percento della pianta e non può essere ignorata», sottolinea Rachele Invernizzi – in Italia si occupa di consulenza e valorizzazione della filiera della canapa e dei suoi sottoprodotti (con South Hemp Tecno e Federcanapa) mentre con EIHA segue la ripartenza del tessile. «Fino al 2012 fibra, canapulo e seme erano il focus, poi nel 2013 l’America ha iniziato a parlare dei grandi guadagni che si potevano fare attraverso gli estratti di cbd della pianta, e la fibra è stata persa di prospettiva», racconta Invernizzi. «Chi continua a coltivare canapa per cbd ha sempre necessità di smaltire il resto della pianta utile per la realizzazione di materiali bio-plastici, per l’edilizia o per la carta». Il grande tema del tessile è emerso prepotentemente lo scorso anno: «in seguito all’interesse dei consumatori e dei grandi brand», sottolinea Mirizzi. 

Nonostante il tema più discusso negli ultimi anni sia stato quello legato alla raccolta del fiore per gli estratti di cbd, la filiera del tessile è una necessità che l’Europa deve essere in grado di sostenere. «Cina (novanta mila ettari di canapa) e India hanno industria manifatturiera della prima e seconda trasformazione della pianta – ma da undici mesi riceviamo richieste di fibra da parte dei due Paesi. Durante la pandemia abbiamo visto come le catene di valore globali sono più suscettibili alla sostenibilità – non solo da un punto vista ambientale ma anche sociale – continua Mirizzi. C’è un cambiamento in atto. In Cina ad esempio, sono emersi i vari problemi legati allo sfruttamento della minoranza degli Uiguri nello Xinjiang per la produzione di cotone biologico. A questo ne segue la chiusura delle importazioni verso gli Stati Uniti».

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Nel 2018 in Europa oltre cinquanta mila ettari sono stati coltivati a canapa

Più che una gara basata sulla competizione l’Europa deve prepararsi alla lavorazione della canapa e per farlo dovrà anche contare sulla collaborazione delle industrie cinesi e indiane, che non hanno mai smesso di lavorare la materia prima. «È necessario riqualificare le industrie secondo le nuove leggi sulla sostenibilità che il Parlamento sta approvando – come la tassa alle importazioni extra UE in base all’impronta ambientale», dice Mirizzi. Per questo l’EIHA ha aperto un tavolo di discussione dedicato al tessile coinvolgendo esperti, Università e centri di ricerca. 

Nell’European Strategy for Sustainable Textile la canapa può avere un ruolo chiave. Non solo per le qualità della fibra ma per la catena di valore che potrebbe generare rilocalizzando la sua coltivazione e lavorazione negli impianti europei. Il primo appuntamento il 5 novembre 2020, a febbraio il secondo – i primi di un lungo percorso. «L’ultimo nostro problema è quello del mercato. C’è tanta richiesta e c’è bisogno di un sacco di canapulo e di fibra. L’Olanda vende agli Stati Uniti mentre l’India ci chiede quattrocento tonnellate di fibra grezza al mese (per cotonizzarla meccanicamente ndr) ma al momento non riusciamo a soddisfare le richieste», spiega Invernizzi. «In Italia non possiamo pensare di realizzare fibra lunga con dinamiche del secolo scorso (il lino è un fuscello mentre la canapa è più vicina al legno). Dalle rotoballe di fibra raccolte in campo bisogna ottenere un tessuto. Non è l’agricoltura che si deve adattare ai macchinari, ma sono i macchinari che vanno adattati sulla base degli studi che abbiamo fatto sull’uso della fibra corta. Il made in Italy creerebbe prodotti di alta qualità».

Per distinguere il futuro mercato della fibra europea della canapa bisogna puntare sulla qualità della stessa. Il continente non ha ancora la produzione e gli impianti necessari. «Noi stiamo cercando di lavorare con le industrie – continua Mirizzi Hempflax (in Olanda) ci ha chiesto tanta fibra, il mercato c’è e l’Europa è veloce, nel giro di due-tre anni speriamo di avere nostra tessitura di canapa. In Romania, Lituania e Polonia ci sono nuove aziende che producono fibra, in Germania stanno costruendo impianto di seconda trasformazione per salviette». Al momento, sottolinea Rachele Invernizzi: «Gli impianti di decorticazione in Europa – fondamentali per tessile – sono: due nei Paesi Bassi, quattro in Francia, uno in Italia, zero in Germania. Rispetto ad altri settori, come calzaturiero o tessile, sono pochissimi. È ancora un mondo vergine e bisogna avere il coraggio di puntare. Come la Francia, che investe venti milioni in un nuovo impianto di trasformazione della paglia e non ha mai smesso la produzione»

L’approccio dell’EIHA è trasparente, si basa su dati scientifici e ricerche e non si occupa dell’interesse della singola azienda ma piuttosto crea una rete di condivisione per uno sviluppo cooperante. È importante cercare il supporto e collaborare con gli Stati membri ma prima di tutto l’associazione ha dovuto organizzare un lavoro di advocacy e di ri-educazione alla canapa. «Capire di cosa si tratta e saper distinguere la pianta dalla sorella stupefacente (marijuana) è stato impegnativo. Per questo non accettiamo nessun associato che si occupi di questo settore. Ci sono voluti anni per dare spazio alla canapa industriale», sottolinea Rachele Invernizzi. 

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«Come EIHA abbiamo convinto il Parlamento Europeo a supportare l’aumento del tasso di thc nella pianta da 0,2 a 0,3%, che dovrebbe entrare in vigore nel 2023. Questo è un buon segno perché risponde anche alla necessità di avere nuove varietà – che devono essere studiate. A dicembre, la giustizia europea ha emesso la sentenza che permette il commercio di prodotti di canapa fra Stati membri dell’Unione. Un altro traguardo», evidenzia Mirizzi. Se il ruolo dell’EIHA non prevede la creazione di linee guida per una produzione pan-europea della fibra di canapa – dall’altra parte sostiene, promuove e cerca di rendere possibile la prossima rivoluzione del mondo del tessile. Un lavoro che inizia dal campo coltivato e che termina – vista la moltitudine di possibilità che derivano dalla canapa – in continue possibilità ancora da esplorare. 

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