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Anche l’energia rinnovabile ha bisogno di una filiera corta

Autoconsumo collettivo e Comunità energetiche: quali sono le prospettive di gestione dell’energia rinnovabile che resta nel territorio – o nello stabile – in cui viene prodotta

Il grafico delle installazioni annue di fonti rinnovabili in Italia registra un calo: dagli 11mila Megawatt installati nel 2011 si è passati ai meno di duemila dell’anno scorso. Ancora distante l’obiettivo dei cinquemila Megawatt di installazioni annue necessarie a realizzare l’obiettivo di riduzione di emissioni coerente con l’Accordo di Parigi per il 2030. (Il rapporto di Legambiente Comunità rinnovabili 2020 fotografa la crescita della produzione energetica a emissione zero negli ultimi anni in Italia).

Uno degli ostacoli all’installazione di impianti di energia rinnovabile fino ad oggi è stato la configurazione del sistema energetico nazionale, pensato come una rete con flussi monodirezionali: dai grandi impianti alle città e i luoghi di consumo. Poche centrali di produzione energetica – alcune fra tutte: Civitavecchia, La Spezia, Porto Tolle, Saras – producono energia e la immettono nella rete comune nazionale. L’energia prodotta a Civitavecchia può esser consumata in qualsiasi altro luogo d’Italia. «Questo modello poteva funzionare un tempo, oggi non più», spiega Katiuscia Eroe, responsabile Energia di Legambiente. «Al problema delle centrali che utilizzano fonti inquinanti si somma infatti l’inefficienza delle reti lunghe, a causa delle quali perdiamo circa venti Terawattora di energia ogni anno, più o meno la stessa quantità che importiamo dall’estero. Le tecnologie delle rinnovabili si sposano al contrario con sistemi energetici diffusi e distribuiti sui territori».

«Nel sistema energetico ideale, ogni edificio, che si trovi a Milano o in un piccolo comune, dovrebbe essere efficiente e autosufficiente dal punto di vista energetico, cioè consumare l’energia che produce grazie a piccoli impianti energetici integrati, diversi a seconda del luogo in cui si trova e alle fonti rinnovabili che si possono sfruttare. Gli edifici dovrebbero inoltre essere connessi tra loro in modo da scambiarsi energia se uno ne produce più di quanta ne utilizzi». Un sistema diffuso e distribuito di produzione energetica, in cui ogni edificio è autosufficiente e organizzato in una rete locale. Fino ad ora questo in Italia è stato difficile da realizzare perché chiunque produceva energia, anche attraverso piccoli impianti, era costretto a rimetterla in rete: non era possibile utilizzare l’energia prodotta con il proprio impianto o con un impianto in condivisione. Non era neppure possibile lo scambio diretto di energia tra privati perché la legge italiana imponeva che il soggetto produttore fosse diverso dal soggetto distributore.

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TANTI SONO GLI IMPIANTI CHE POTREBBERO ESSERE MIGLIORATI, ANNO DOPO ANNO INFATTI LA PERCENTUALE DI PRODUZIONE VA A DIMINUIRE, NEL CASO DELL’EOLICO SI POTREBBE DIMINUIRE IL NUMERO DELLE PALE E AUMENTARE LA POTENZA DEL ROTORE

La Direttiva Europea 2018/2001 stabilisce i diritti dei ‘prosumer’, cioè i produttori-consumatori, e introduce il concetto di ‘comunità energetiche’ in una logica di supporto alla produzione locale di energia rinnovabile. Il nostro Paese dovrà recepire la Direttiva Europea entro il giugno 2021 ma, grazie all’approvazione di un emendamento proposto da Legambiente e Italia Solare che è diventato Legge attraverso il cosiddetto decreto Milleproroghe e grazie ai decreti attuativi approvati a metà settembre 2020, è già cominciata una fase sperimentale per queste nuove ‘comunità energetiche’.

La direttiva europea apre a due nuove possibilità: l’autoconsumo collettivo e le comunità energetiche. L’autoconsumo collettivo prevede lo scambio di energia all’interno di unità condominiali o di una stessa utenza; una comunità energetica invece è un soggetto più aperto, al cui interno possono esserci attori solo produttori, attori solo consumatori o attori con entrambi i ruoli. Lo scambio di energia all’interno di una comunità avviene attraverso contratti tra privati.

In entrambi i casi il principio guida è quello della filiera corta dell’energia rinnovabile, che resta nel territorio quando non addirittura nello stabile in cui viene prodotta. La connessione alla rete locale continua a esistere, in modo da poter mettere in rete l’energia prodotta in eccesso e non consumata, in particolare nei casi in cui non si disponga di un accumulatore. L’energia in eccesso prodotta da un utente potrà essere scambiata con un altro utente della stessa collettività o comunità prima di venir messa in rete. Tutto questo necessita di un soggetto terzo in grado di tracciare e gestire l’energia prodotta e consumata, per esempio attraverso un sistema di contatori intelligenti collegati a un’app che possa gestire la domanda all’interno di una comunità o collettività.

Le comunità energetiche dovranno essere soggetti giuridici non profit e non dovranno avere come caratteristica principale quella di produrre e vendere energia, e i loro introiti dovranno esser investiti in benefici socio-economici per il territorio. Nella fase sperimentale potranno costituirsi come comunità energetiche solo realtà con potenza massima di impianti di 200 kilowatt e legate a una stessa cabina elettrica di media tensione. Con il recepimento completo della direttiva questi limiti scompariranno e le comunità energetiche potranno essere di dimensioni varie, coinvolgendo dalle poche unità alle centinaia di migliaia di consumatori e produttori.

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ESEMPIO DI CONTATORI INTELLIGENTI, CHE COLLEGATI TRAMITE APP POSSONO GESTIRE LE ESIGENZE ALL’INTERNO DI UNA COMUNITÀ O COLLETTIVITÀ

Qualcuno in Italia aveva già mosso i primi passi in questa direzione. Le cooperative ènostra, nata a Milano nel 2014, e WeForGreen, già uniscono produttori e consumatori di energia rinnovabile. I soci possono essere solo produttori, solo consumatori, o consumatori che partecipano in maniera collettiva alla proprietà di un impianto. L’energia rinnovabile prodotta dagli impianti delle cooperative, tuttavia, è reimmessa nella rete nazionale e scambiata solo virtualmente: i ricavi sono utilizzati per ridurre le bollette o ulteriori investimenti. Le nuove comunità energetiche permetteranno di scambiarsi energia tra privati attraverso una scrittura privata che fissa il prezzo di vendita.

Esistono anche alcune cooperative che, sfruttando una normativa di un secolo fa, già si scambiano energia sul territorio senza immetterla nella rete nazionale. È il caso di Dobbiaco e Prato allo Stelvio, in provincia di Bolzano, e Primiero San Martino di Castrozza, in provincia di Trento. Qui la produzione locale è assicurata dal mix delle tecnologie (impianti idroelettrici, biomasse, biogas, solare fotovoltaico e termico, reti di teleriscaldamento) e la distribuzione avviene attraverso reti locali in media e bassa tensione. L’intera filiera è gestita da cooperative energetiche o società pubbliche: cittadini, amministrazioni e aziende locali sono unite con l’obbiettivo cardine di autoproduzione e indipendenza energetica. Oltre a garantire ai cittadini un costo in bolletta dell’energia inferiore rispetto al resto del paese, questi territori fanno parte dell’elenco dei 41 comuni italiani 100% rinnovabili, ovvero realtà autosufficienti dal punto di vista energetico, elettrico e termico.

Progetti analoghi, che ora potranno beneficiare delle nuove norme, stanno muovendo i primi passi anche nel resto d’Italia. In Veneto, Coldiretti e WeForGreen hanno creato Energia agricola a km0, una cooperativa energetica rivolta alle aziende agricole della regione. A Bologna nel luglio 2019 è nato Geco-Green Economy Community, un progetto che porterà entro il 2023 alla creazione della prima comunità energetica dell’Emilia Romagna, nei quartieri di Pilastro e Roveri, zone residenziali con 7500 abitanti. A Padova nel social-housing Qui abito partirà un progetto pilota di consumo collettivo che coinvolgerà quattro edifici composti da novantadue unità abitative; a Roseto Valfortore, in provincia di Foggia, si sta costituendo una comunità energetica che coinvolge una ventina di unità abitative.

«Quando ci arriva la bolletta dell’energia oggi l’unica cosa che facciamo è pagare. È talmente incomprensibile che non sappiamo neanche contestarla», afferma Eroe. Le comunità energetiche sarebbero d’aiuto anche per fornire strumenti di tutela ai consumatori. «Il cambio di paradigma: una comunità energetica offre l’opportunità di partecipare alle decisioni, di avere un’assistenza diretta. Il cittadino non è più solo un consumatore ma è parte attiva della comunità, decide collettivamente il prezzo con cui vendere e acquistare energia e ha assistenza continua da parte della comunità cui appartiene se i conti in bolletta non tornano. È una novità culturale, che all’inizio coinvolgerà forse solo le persone più sensibili al tema, ma presto sarà attrattiva anche per tutte le altre. Le cooperative energetiche sono già molto diffuse in Germania».

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INTERNI CENTRALE DI TELERISCALDAMENTO DI PRIMIERO, SAN MARTINO DI CASTROZZA

Le rinnovabili in Italia. «C’è stato un periodo, tra il 2009 e il 2011, in cui l’Italia è stata uno dei Paesi di punta nel mondo per le installazioni di impianti per la produzione di energia rinnovabile, grazie anche all’incentivo Conto energia, che ha permesso un grande boom delle rinnovabili, in particolare il fotovoltaico», Katiuscia Eroe illustra i dati del rapporto che ha contribuito a stendere. «Quello fu uno degli incentivi più criticati, ma permise di arrivare a installazioni importanti, oltre a smuovere un mercato e creare posti di lavoro». Secondo i dati di Eurobserver, l’Italia oggi ha 121,4 mila occupati nelle rinnovabili, quasi i numeri del 2011. In Europa è in quinta posizione, dopo Germania (263mila), Spagna (167mila) e Francia (151mila). La regione con il maggior numero di impianti è la Lombardia, con 8,3 GW di potenza installata: ruolo importante hanno le centrali idroelettriche installate il secolo scorso. La Regione con le maggiori installazioni di rinnovabili, ossia solare ed eolico, è la Puglia. Gli impianti fotovoltaici sul territorio nazionale sono 778mila, gli idroelettrici oltre 3.539, gli eolici 4.805, quelli a bioenergie 2.808, i geotermici 15.365, infine 4,4 milioni di metri quadri di impianti solari termici e oltre 66mila impianti a bioenergie termici.

La tecnologia in maggiore crescita è il fotovoltaico, che ha raggiunto i 20,7 Gigawatt, quella con la maggior potenza complessiva è ancora l’idroelettrico: agli impianti si sono aggiunti in questi anni circa 1,5 GW di impianti sotto i 3 Megawatt. L’eolico raggiunge 10,7 GW, le bioenergie 4,2 GW di potenza. La geotermia è stabile, con 0,8 GW installati. Il fotovoltaico cresce a ritmi troppo bassi: negli ultimi tre anni sono stati installati 1,4 GW, a fronte dei 14 GW installati nel triennio 2011-2013. L’eolico passa, rispetto agli anni 2011-2012, da una media di 1.000 MW annui di nuovi impianti a 449 MW annui. L’anno scorso sono stati installati 750 MW di solare fotovoltaico (272 MW in più rispetto a quanto installato nel 2018) e 450 MW di eolico (112 MW in meno rispetto al 2018).

«Il rallentamento è dovuto innanzitutto al taglio degli incentivi, ma anche alle barriere non tecnologiche», spiega Eroe. «In molte regioni è di fatto vietata la realizzazione di nuovi impianti a causa degli ostacoli costituiti da burocrazia, limiti al recepimento delle linee guida nazionali e veti dalle soprintendenze, spesso ostili all’eolico. Mancano semplificazioni che incoraggino interventi di piccola taglia, così come riferimenti normativi chiari di integrazione nei territori per gli impianti più grandi e complessi».

Sul problema legato alla necessità di rigenerare gli impianti esistenti. «Negli impianti installati 15-20 anni fa la percentuale di produzione va a ridursi», spiega Eroe, «se c’è una forte crescita di nuovi impianti questa riduzione non si nota, ma con le politiche di basse installazioni attuali essa incide molto. A breve bisognerà intervenire sui primi impianti eolici, installati intorno agli anni Novanta. Ci sono due strade: dismettere totalmente l’impianto, dando magari all’azienda la possibilità di presentare un nuovo progetto, oppure fare repowering o rebleeding dell’impianto, e per questo è necessaria una spinta da parte del Governo. Il rifacimento dei vecchi impianti è anche un’occasione per sanificare impianti progettati male in passato, renderli più integrati con il paesaggio – penso al fotovoltaico o all’eolico selvaggio – oltre che aumentare la produttività: per esempio si può ridurre il numero di pale e aumentare la potenza del rotore. Mancano però politiche che rilancino le installazioni e incentivino il revamping degli impianti esistenti».

In dieci anni la produzione da rinnovabili è aumentata di quasi 50 Terawattora mettendo in crisi il modello fondato sulle fossili e portando alla chiusura di centrali da fonti fossili per 13 Gigawatt. Complessivamente, la produzione da rinnovabili in Italia nel 2019 è stata pari a 114 TWh, a fronte di una domanda elettrica nazionale di 316 TWh. Il contributo delle rinnovabili rispetto ai consumi elettrici è passato dal 15 al 36% e in quelli complessivi dal 7 al 19%. La crescita maggiore è avvenuta nel solare fotovoltaico e nell’eolico, che nel 2019 hanno soddisfatto rispettivamente il 7,6% e il 6,2% dei consumi elettrici nazionali secondo i dati di Terna (dati del rapporto di Legambiente Comunità rinnovabili 2020). Entro il 2030 è necessario aggiungere almeno 80-100 TWh di produzione rinnovabile e in parallelo ridurre i consumi attraverso l’efficienza: l’obiettivo è costruire un sistema che possa fare a meno delle fonti fossili.

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