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Dai prodotti finiti al materiale: un laboratorio diffuso in Veneto

L’interesse futuro del fashion design in un progetto made in Venezia: Fabbricrafter e le sue declinazioni, tra upcycling, zero-waste e biomateriali

Si parla di crafters e di makers, di aziende che hanno colto la necessità di condividere il loro patrimonio di conoscenze con professionisti giovani e di sostenibilità del territorio. La regione è il Veneto, l’orizzonte di applicazione è transnazionale. Fabbricrafter è made in Venezia, ideato da Alessandra Vaccari, professoressa di Storia e teoria della moda all’Università Iuav di Venezia, sostenuto dalla regione su finanziamenti del Fondo Sociale Europeo, grazie al bando vinto nel 2020. Il progetto ha ricevuto il punteggio più alto tra tutti quelli presentati dalle università venete ed era l’unico che si occupava di moda. «Da tempo i nostri corsi di laurea in Moda hanno contatti con il territorio e le sue aziende», spiega la professoressa Vaccari, responsabile Scientifico di Fabbricrafter, «le circa sei mila aziende del settore presenti in Veneto sono un inestimabile patrimonio di conoscenza ed esperienza. Allo stesso tempo, il dialogo con queste imprese ci ha fatto notare i margini di una potenziale crisi: da un lato, lo scarso fascino che le realtà locali esercitano sui giovani creativi usciti dai nostri corsi di laurea; dall’altro, l’insufficiente predisposizione da parte di un gran numero di aziende a riconoscere nuovi profili professionali capaci di coniugare manualità, creatività e conoscenze digitali per assicurare la transizione verso l’industria 4.0».

L’idea nata in seguito a queste riflessioni è stata quella di creare un modello per le aziende e provare a rispondere alle esigenze del settore. In Veneto più di un terzo degli addetti della moda – secondo le stime ufficiali – ha più di cinquant’anni. Il ricambio generazionale è un allarme occupazionale che deve essere letto al contrario: non si trovano le figure professionali. Ecco perché il progetto è «un laboratorio diffuso basato sulla figura di alcuni giovani ricercatori universitari con una predisposizione a vedere in una luce nuova i processi creativi e produttivi esistenti per lavorare dodici mesi al progetto, facendo da ponte tra Università e aziende coinvolte», spiega Vaccari. Fabbricrafter vuole esplorare oltre le pareti universitarie, facendosi apripista e interrogandosi su come, «un laboratorio diffuso di sperimentazione dell’abito, della calzatura e degli accessori possa contribuire alla sostenibilità ambientale e sociale della manifattura veneta per la moda, tra biomateriali, riciclo e artigianato digitale». Sono questi in sintesi gli obiettivi del progetto. Non si tratta di nuovi impiegati al servizio della moda ma di figure professionali ibride, a cavallo tra lo studio e le capacità di makers (creatori che sfruttano la tecnologia nel processo produttivo) e crafters (artigiani che puntano sul digitale per comunicare, promuovere e vendere i propri prodotti). «Queste figure lavoreranno con autonomia concettuale e con possibilità di sperimentare».

A questo si aggiunge il concetto di sostenibilità «del made in Italy e del territorio, che unisce buone pratiche e valorizzazione del capitale umano», continua Vaccari. «Fabbricrafter si innesta su un progetto precedente, Fashion Futuring, che ha mappato le aziende italiane con un potenziale in termini di futuring. Questo significa creare nuovi scenari che ridefiniscano il concetto di sostenibilità – anche in termini culturali e sociali – superando la mentalità del sostenibile uguale packaging non di plastica». Questa indagine ha mostrato come l’Italia sia un terreno fertile per la sperimentazione e per il recupero di «quella tradizione punk – intesa come Do It Yourself artigiana – che ha contribuito alla fortuna del made in Italy», spiega Vaccari. «È necessario tornare al fatto a mano e ritrovare ciò quello che risponde al senso di ‘futuro artigiano’’ non come retroguardia industriale, ma come – generatore di futuro». In questo contesto si innestano esperienze e competenze che spaziano dalle forme di economia circolare, ai modelli di design partecipativo, open design, fino all’utilizzo di nuovi tessuti che recuperano scarti industriali e residui agricoli.

Compresa l’anima teorica del progetto, la sua traduzione pratica avviata a settembre 2020 ha visto l’individuazione di tre assegniste di ricerca (selezionate attraverso un bando pubblico) e dei tre partners aziendali. Oltre alla definizione di un modello di lavoro replicabile su più ampia scala e aperto al confronto transnazionale, il progetto prevede anche la realizzazione di una capsule collection, fatta di abiti, calzature e accessori. Il progetto prevede anche tre mesi presso la Escola D’Art i superior De Disseny (EASD) di Valencia in collaborazione con la Professoressa Desamparados Pardo Cuenca, Direttrice del master CoDiseño de Moda y Sostenibilidad.

Materiali iuav
Il percorso “RI-pelle” promosso dallo IUAV si presenta con un intervento di upcycling degli scarti di lavorazione della pelle

Clizia Moradei, toscana con formazione da designer industriale, si è specializzata alla Magistrale in Arti visive e Moda allo Iuav di Venezia con una tesi sulla moda come metafora vegetale. Nella sua visione bioispirata, la moda rappresenta una positiva possibilità di cambiamento per il meglio del nostro pianeta. A lei è stata assegnata la ricerca ‘Calzature a impatto zero. Plastica riciclata e alternative bio-based per il design della scarpa’ in partnership con Womsh, brand di calzature sostenibili con sede a Vigonza (Padova). I prodotti realizzati dall’azienda sono solo made in Italy. Dal 2014 Womsh ha introdotto una linea di sneakers in Apple Skin, materiale vegano ottenuto dagli scarti della lavorazione delle mele prodotto da Frumat. In questo caso la ricerca di nuove soluzioni per il mercato e nuovi materiali da sperimentare sono stati i punti di partenza necessari per la condivisione del progetto Frabbricrafter. «C’è stata una sintonia immediata con Womsh, anche perché la lavorazione di materiali sostenibili è già il centro degli interessi di questo brand, fondato da Gianni Dalla Mora», spiega Vaccari, «questo ha permesso di rendere più proficuo il dialogo e anche ambiziosi i nostri obiettivi, spingendoli oltre il prototipo di sneakers, cui inizialmente avevamo pensato, fino a includere capi sportswear».

Il rapporto tra lusso, recupero e riutilizzo creativo (upcycling) degli scarti è invece l’obiettivo di Débora Russi Frasquete, nata e cresciuta in Brasile, un percorso iniziato con lo studio delle tecniche costruttive della moda, approfondito con una magistrale di storia e, dopo essere approdata in Italia, con un dottorato in Scienze del design all’Università Iuav di Venezia sugli stilisti italiani della prima generazione. Presso Ileana Pasin sta lavorando a un progetto di ‘Piccola Pelletteria Digitale. Recupero degli scarti di pellame e loro valorizzazione attraverso il design della moda e le tecnologie di fabbricazione digitale’. L’azienda guidata da Loris Pasin ha sede a Mogliano Veneto (Treviso) ed è esperta nella lavorazione di pelle pregiate per la confezione di indumenti per i maggiori brand del lusso italiano e internazionale. «Nelle prime fasi, la ricercatrice si è dedicata all’archiviazione e organizzazione degli scarti delle lavorazioni dell’alta moda, ovvero materiali di grande pregio. Ci sono due aspetti da evidenziare in questo progetto. Da un lato, il fatto che l’upcycling sia oggi al centro dell’attenzione, anche grazie alle esperienze di una nuova generazione di designer come il celebre caso di Marine Serre. Dall’altro, il fatto che ci aiuti a pensare come si possa rigenerare l’idea stessa di lusso, un concetto che purtroppo è troppo spesso identificato con lo spreco o con il potere del brand», spiega Vaccari.

La ricerca dedicata alle relazioni tra artigianato e applicazioni digitali nel campo della tessitura manuale, con l’obiettivo di realizzare un capo zero-waste (senza consumi) è il campo d’azione di Veronica Spano. Una formazione ibrida come manager di business creativi e culturali alle Università di Bolzano e Bologna, che ha sperimentato in diverse occasioni come la Creative Business Cup (fondazione governativa danese nata per dare supporto a startup creative nel mondo) e ha fatto esperienza come direttrice commerciale di una manifattura sociale di moda etica e sostenibile ad Atene. Nel suo percorso per Fabbricrafter incontra la Tessitura La Colombina con sede a Badoere (Treviso). La tradizione del telaio manuale e il suo ritmo si incontrano nella definizione della qualità attraverso i filati pregiati e a fibra lunga. Dal cashmere alla seta fino alla canapa.

«Dopo qualche settimana in azienda ho capito i privilegi e i difetti della mia posizione di ricercatrice accademica all’interno di una realtà aziendale in fermento, animata da scopi diversi rispetto l’Università», racconta Veronica Spano. «Quando necessario divento osservatrice delle attività aziendali e al tempo stesso, posso inserirmi in logiche quotidiane e suscitare dubbi su processi consolidati con domande o suggerimenti». La realizzazione di un capo, partendo dalla selezione di filati, la realizzazione del cartamodello, fino all’uso dei telai dovrà rispettare l’etica sostenibile e la riduzione dei consumi sulla produzione. Per questo, il ripensamento del piazzamento del tessuto tramite software CAD (Computer Aided Design) sarà parte attiva del progetto. La cultura insita nelle lavorazioni della Tessitura si approccia allo sguardo millennial e al loro paradigma digitale. Il valore di entrambi, artigianato e tecnologia, si nobilita nel materiale. «Il concetto di fabbrica lenta (teorizzato dalla manifattura tessile Bonotto di Molvena, Vicenza ndr) non è anacronistico bensì apre ad un mondo nuovo. Le piccole quantità di prodotto sviluppate in azienda concedono una tolleranza maggiore verso i margini d’errore», spiega la ricercatrice. «L’approccio di Carlo Colombo, che insieme al fratello Mario porta avanti la storica azienda di famiglia, è proprio quello di continuare a provare e imparare dai fallimenti, perché da questi emergono soluzioni innovative».

«Il mio obiettivo è riuscire ad abbracciare il ruolo del crafter, accogliendo la sfida di trovare un compromesso tra necessità di sviluppo cento per cento sostenibile e fattibilità del progetto, legata ai tempi del telaio manuale e le strategie di sviluppo adottate da Tessitura La Colombina», continua Spano: «il fashion design sta attuando uno spostamento – per il momento necessario – dai prodotti finiti, ai materiali utilizzati». Per farlo servono il sapere artigiano, la lavorazione di fibre d’eccellenza e i concetti della ‘fabbrica lenta’. «È un incontro e scontro di tempi e modi di percepire il tempo. Fabbricrafter mi permette di lavorare un anno con un’azienda la cui storia si estende in secoli di esperienza. Insieme si intravedono obiettivi terzi e idee per il futuro», conclude Veronica Spano.


Alessandra Vaccari, professoressa associata di Storia della moda e Storia e teoria della moda all’Università Iuav di Venezia e responsabile scientifico del progetto Fabbricrafter

Veronica Spano, assegnista di ricerca dell’Università Iuav di Venezia, progetto Fabbricrafter, partner aziendale alla Tessitura La Colombina di Badoere (Treviso).

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L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda od organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.
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