OPERA DI GIUSEPPE BERGOMI  PRESSO L’INGRESSO DELL’ALBERETA
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Un racconto in Franciacorta può superare la letteratura delle terre di Champagne

Il legame tra un albergo e il suo territorio: l’Albereta ha dato alla Franciacorta più di quanto la Franciacorta abbia dato all’Albereta, per immagine e messaggio

Franciacorta è un esempio di un’Italia che ha fatto sistema: aiutarsi a vicenda, coordinarsi e regolamentarsi, tutelare e promuovere un territorio. Si trova un senso patriottico, un valore. Per contrasto, si può osservare come quanto sia avvenuto in Franciacorta non sia successo nell’Oltrepò Pavese (forse oggi se ne vede un avvio). L’Oltrepò è stato maltrattato negli anni Settanta: le sue vigne presentavano il vino di Milano, il vino popolare, e così pensando per al vasto bacino di clienti, non c’è stata evoluzione di qualità. Diversamente e con lungimiranza, in Franciacorta i produttori si sono imposti un disciplinare, hanno formato un legame tra loro creando il consorzio e rispettandone le regole. 

Franciacorta è delimitata a nord dalle Alpi, a sud da una catena di monti tettonici che si formarono cinquanta milioni di anni fa. Cinquanta mila anni fa, il ghiacciaio scese dalle Alpi, portando i detriti che oggi formano le colline. Si tratta di un terreno morbido, poroso, che lascia drenare l’acqua. I monti tettonici bloccano l’aria calda dell’estate, gli scirocchi africani; da nord, l’acqua del lago rinfresca – in Franciacorta non fa mai molto caldo e questo aiuta i vigneti. Nei tempi passati, in Franciacorta si faceva un vino a bollicine con il metodo champenois sulle vendemmie dei vitigni in collina. La scommessa di allora è la partita di oggi: al di là del valore delle singole aziende, è il territorio che deve creare la rinomanza mondiale. La zona che dà il nome al vino – le terre di Franciacorta come le terre di Champagne. Il rispetto, l’aurea – la partita appunto, si gioca tra le due terre, non tanto tra le aziende virtuose che in queste terre sono nate e oggi le sostengono, dando lavoro e orgoglio a chi le abita. Dire Franciacorta deve dare la stessa letteratura che dà la parola Champagne – e pazienza che quel romanzo sia cominciato ai tempi del Re Sole. Noi in Italia le cose abbiamo sempre saputo farle, e farle meglio. 

La terra di Champagne è alta in latitudine – la terra dava vini acidi. Per berli, la gente vi aggiungeva lo zucchero – nel bicchiere direttamente, prima di berlo – e a tentativi, fu messo in bottiglia e lasciato nel tempo. Lo zucchero diede la fermentazione e le bollicine. La leggenda e la tradizione vogliono che l’invenzione (o la casualità) fu merito dell’abate Dom Pérignon – ma studi vedono nel monaco benedettino solo chi ne migliorò il metodo. Al Re Sole si imputa la domanda, dopo averlo assaggiato – da dove venisse quel vino a bollicine – dalla campagna, gli fu risposto, dalla Champagne.

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dettaglio, L’Albereta

Le terre di Champagne contano 37 mila ettari – una sola cantina sociale può produrre fino a 100 milioni di bottiglie. I francesi pensano che dove c’è l’ulivo non si possano fare vini longevi. Nel 1968, la cantina Bellavista produsse duemila bottiglie che non furono commercializzate – oggi ce ne sono ancora alcuni esemplari, che all’assaggio restano validi. La Franciacorta conta 3 mila ettari. In Franciacorta le vigne più grandi raggiungono i dieci ettari – la più vasta conta undici ettari, appartiene ai conti Lecchi. 

Chi scrive, lo fa in una domenica mattina di novembre. Di fronte, la pagina aperta del Corriere della Sera: la pubblicità pianificata dal consorzio di Franciacorta a ridosso di Natale sui quotidiani nazionali, ritoccata, glam di quarto ordine e sorrisi ostentati appare affianco a un articolo sulle crisi ospedaliere e i collassi dovuti alla pandemia. L’immagine presentata dal consorzio Franciacorta ricorda un vino di pochi euro sullo scaffale di Esselunga. Il problema italiano, resta ancora la nomenclatura – spumante, prosecco, frizzante – perché sappiamo che alla fine, chi può permetterselo sceglierà ancora e ancora un Dom Pérignon – e chi non può permetterselo, ne comprerà un surrogato alla parola champagne. Ogni sforzo di sistema del consorzio dovrebbe lavorare affinché la parola Franciacorta conceda più orgoglio e sogno e desiderio, della parola Champagne. Non si tratta di aziende virtuose, ma di territorio. È un traguardo che si raggiunge raccontando le lavorazioni, l’impegno civile e sociale di chi a questo territorio lo mantiene, l’eredità e le abilità manuali. Non si ottiene niente, in questo contesto, divulgando immagini a pagamento riferibili ai personaggi dei programmi di Maria De Filippi. A chi scrive piange il cuore: vedere un lavoro secolare, un’abilità italiana che il mondo invidia, umiliati da una volontà di massificazione commerciale; da addetti alla comunicazione che non riescono a guardare oltre la propria provincia intellettiva.

L’Albereta ha dato alla Franciacorta più di quanto la Franciacorta abbia dato all’Albereta. In alleanza con Chenot e prima con Marchesi, l’Albereta produce comunicazione del territorio su una clientela alto spendente che funziona come riferimento affinché la massa ne voglia cogliere l’ispirazione. All’Albereta si ferma la società e la celebrità, parametri non accessibili a tutti e per tale ragione, parametri che definiscono il desiderio di acquisto. A gestire l’Albereta è una donna con l’energia di ogni giornata di sole: Carmen Moretti, anima mente e cuore di una struttura che fattura 16 milioni di euro all’anno. La signora vuole il dettaglio: ogni camera inventata come un racconto letterario, i libri, le sfere di ceramica con i leoni azzurri in posa di studio. Le opere d’arte in giardino dialogano con le foglie degli alberi secolari – nel parco le varietà e il giallo del ginko. Carmen Moretti incontra ogni ospite, la sera resta ti aspetta vicino al camino tra le canzoni italiane al piano bar, un racconto ancora, un sorriso ancora. Ogni mattina si preoccupa di come i sogni abbiano lasciato poesie – la colazione, un cappuccino alla mandorla, i frutti di bosco e una marmellata di albicocche della Franciacorta. Il profumo di quercia, di mosto, di fiori blu e viola. I disegni di Fornasetti sono per i mosaici della piscina, il vimini intrecciato per ogni cuscino, i parquet vecchi restano lucidi come un coppale di Aquarama – Carmen Moretti non lascia niente al caso, o meglio, gioca con il caso per trovare meraviglia. Il suo impegno è una costante di voglia, calore e affetto – per questa casa che è un albergo. Per la Franciacorta, Carmen Moretti sembra battersi come un guerriero mai stanco, come un sorriso mai spento. In autunno, il fuoco resta acceso in giardino, sul patio che affaccia nel buio, verso il lago. La focaccia con il rosmarino, un albero di cachi arancioni quasi oro tra i rami freddi senza foglie a novembre. Le braci nei camini, le tende di velluto, il decoro in legno massiccio e le querce che ti abbracciano come il sonno che vorresti avere ogni sera. Quest’anno, 2020 il poco inquinamento ha dato risultati: passava un aereo ogni tre minuti – senza aerei, le vigne dell’Albereta erano fluorescenti, verde acceso come mai si ricordava. L’uva ha dato il suo lavoro. 

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L’opera Grande Ellissi di Giuseppe Bergomi di fronte al portone della Cantina Bellavista

Note. Il metodo Franciacorta è il metodo champenois, anche chiamato metodo classico. L’uva è raccolta a settembre, vendemmiata e riposta – diventa vino ad aprile. Ad aprile si fanno le cuvée, ovvero si mescolano i vini, l’enologo segue ricette scelte, inventa ricette nuove. (Le cuvée sono create dall’enologo sull’assemblaggio di vini diversi per tipologia e annata – mentre vino millesimato è un vino prodotto con l’uva raccolta in un preciso anno soltanto). Si aggiungono i lieviti e lo zucchero: lo zucchero attiva sia i lieviti sia la fermentazione alcolica. Ogni casa ha il proprio lievito – curato e studiato privatamente e con discrezione. I lieviti reagiscono con lo zucchero e producono alcol e anidride carbonica che mangia ossigeno e diventa bollicine. I lieviti rimangono sul fondo, si attacca sul vetro. Si lavora il remuage. La bottiglia deve essere inclinata e mossa, di poco, giorno dopo giorno, affinché il lievito si muova e dal fondo vada a depositarsi nel collo della bottiglia. Ci vogliono settimane. Il processo prevede che il collo della bottiglia così rovesciato sia poi ghiacciato, quindi stappato: la pressione butta fuori i centimetri solidificati dove rimane anche il lievito. Infine il vino, ripassa in dosatrice: qui si aggiunge un vino salvato per il rabbocco e se necessario, secondo la ricetta dell’enologo, si aggiunge la liqueur. Si definisce brut quando si aggiunge lo zucchero. I francesi mettono 20 grammi di zucchero a litro perché in Francia il vino di partenza è acido. 


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L’Albereta Relais & Château
Via Vittorio Emanuele, 23,
25030 Erbusco – Brescia

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