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La gomma naturale: origini, usi e limiti dell’oro bianco

La domanda globale di gomma è destinata ad aumentare, e senza il lattice proveniente dall’albero del caucciù molte produzioni si arresterebbero. La scienza scommette sul tarassaco russo

Goccia dopo goccia il latte dell’Havea Brasiliensis riempie una noce di cocco o una ciotola. Da questo passaggio si ottiene la gomma naturale. Si usa per realizzare pneumatici, elastici, antivibranti e componenti per le automobili, prodotti medicali e alimentari, pavimenti, preservativi, adesivi, indumenti tecnici, suole per le scarpe. Senza l’albero della gomma: il caucciù (da cahuchu, parola indigena che significa legno piangente) molte produzioni si arresterebbero. Secondo le stime della GPSRN (Global Platform for Sustainable Natural Rubber) creato nel 2018 con sede a Singapore, la filiera della gomma mantiene trenta milioni di persone nel mondo.

La domanda globale di gomma è destinata ad aumentare, per questo una gestione sostenibile della catena di approvvigionamento per preservare le foreste, la biodiversità e lo sviluppo delle comunità locali è di primaria importanza. L’alternativa è la gomma sintetica derivata dal petrolio. Alla GPSRN partecipano i più grandi coltivatori e produttori di gomma e pneumatici come Bridgestone, Good Year, Pirelli, Socfin e Ford. Alla base della sua istituzione ci sono dodici principi: la sostenibilità delle foreste, il controllo del consumo di acqua, la garanzia dei diritti per i coltivatori e per le terre coltivate, la tracciabilità, l’equità, l’impegno all’istruzione e alla formazione delle persone coinvolte nella filiera, la promozione di misure anticorruzione, la creazione di protocolli di controllo nella produzione e soprattutto il rispetto dei diritti umani. La lavorazione del caucciù all’origine è ancora artigianale e la mano dell’uomo è imprescindibile per la sua estrazione. Tutto segue la resina che la pianta produce per difendersi dagli insetti: il lattice.

Originario del Brasile, l’albero della gomma richiede temperature medie di 25-30° C e un ambiente umido soggetto ad almeno due metri di pioggia all’anno. Considerato il suo habitat ideale, la pianta non è coltivabile alle latitudini europee. Henry Wickham, un botanico inglese che su commissione della regina Vittoria nel 1876 provò senza risultati a coltivare i semi della pianta nei giardini inglesi, capii che il Sud-Est Asiatico poteva essere il luogo ideale. Gli alberi delle piantagioni asiatiche risultarono essere molto produttivi e soppiantarono così quasi del tutto le coltivazioni brasiliane (ridotte al due, tre percento già nel 1913). Oggi le piantagioni dell’albero della gomma si concentrano in Thailandia, Vietnam, Sri Lanka, Malesia, Indonesia, Cina e alcune zone dell’Africa (Camerun e Costa D’Avorio). 

ALBER DELLA GOMMA
La coppa e l’albero Havea Brasiliensis da cui si estrae il latte

L’estrazione del latte dalla pianta si ottiene attraverso il tapping, cioè la riapertura ad intervalli regolari di un’incisione diagonale fatta sulla corteccia dell’albero da cui trasuda la resina per ore (fino a tre chilogrammi di lattice per albero). Raccolto in un piccolo contenitore, il lattice può essere lasciato a coagulare (cup-lump) o può essere trasportato liquido alla farm per essere lavorato successivamente (field latex) e solidificato tramite acidi chimici (come l’acido acetico). Il ciclo di vita di una pianta dura fino a trent’anni. 

La gomma in stato solido viene pallettizzata e venduta, così come il lattice. Questa distinzione determina il tipo di gomma che si andrà a produrre. «I lattici in stato liquido vanno nel settore degli adesivi per fare collanti, nel settore medicale (per realizzare ad esempio guanti in lattice o il laccio emostatico), elastici, palloncini. Poi c’è il settore della pelle rigenerata, che grazie all’uso del lattice permette di accoppiare tessuti con pelle o con altri materiali e realizzare nuovi oggetti», spiega Alberto Pancani, Sales Manager Elastomer di Resinex, azienda parte del gruppo Ravago, con sede a Mornico al Serio in provincia di Bergamo dedicata alla vendita di polimeri in Europa (nel 2019 ottocentocinquantatré tonnellate).

«La gomma naturale solida, per il sessanta percento va nello pneumatico, l’altro quaranta percento va negli adesivi, nei nastri adesivi, nel settore footwear (come le suole delle scarpe), negli articoli tecnici o legati alla moda (le fettuccine per gli indumenti intimi, le spalline per la corsetteria). Un altro settore importante che utilizza gomma solida è l’automotive per tutti i sistemi di assorbimento delle vibrazioni dei motori a scocca, nel settore dei trasporti (dalle ferrovie alle navi). La stessa cosa vale per le gomme sintetiche che hanno in parte sostituito alcuni utilizzi della gomma naturale. Lo pneumatico per auto private al 99% è solo di gomma sintetica. La gomma naturale è ancora molto utilizzata invece per gli pneumatici di camion, trattori e mezzi da cava (vista la sua resistenza alle pressioni e al peso imponente)», spiega Pancani. 

La gomma naturale ha diversi livelli di prezzo al chilogrammo: il lattice malese (di migliore qualità) si vende a 1.05$, le gomme scure (cioè sottoposte ad affumicatura) a 1.23$, le gomme da lattice da 1.35$ a 1.60$. Il costo delle gomme sintetiche invece varia ogni giorno perché segue l’andamento dei monomeri e si basa sulle cifre stabilite dalla borsa di Singapore. 

Quando si parla di sostenibilità della gomma naturale si torna alla piantagione e allo sfruttamento della pianta. «Tutti i produttori da cui noi ci riforniamo seguono un programma di sostenibilità, sia a livello di produzione che a livello sociale. Terminato il ciclo di vita della pianta, l’albero viene abbattuto e il legno viene utilizzato per fare mobili o per creare pellet e materiali per il riscaldamento. Al suo posto viene ripiantato un albero pronto per essere utilizzato. Intorno alla piantagione (solitamente una densità di cinquecento, cinquecentocinquanta alberi per ettaro) vengono create scuole, strade, uffici, ospedali per garantire una vita ai lavoratori delle piantagioni. In queste lavorano migliaia di persone e vivono fino a sei, sette mila persone. I produttori vogliono far star bene le popolazioni anche perché questo influenza la produzione», racconta Pancani. 

Tra queste, Socfin (Société Financière des Caoutchoucs) gruppo fondato nel 1909 che si occupa della gestione delle piantagioni di gomma naturale e di palme (da olio di palma) in diverse aree del Sud-Est Asiatico e dell’Africa. La produzione di gomma naturale del gruppo, sommando tutte le farm controllate, supera le centocinquanta-cinque tonnellate all’anno. Allo stesso tempo, grazie alle proprietà di assorbimento della CO2 tipiche dell’albero di caucciù, vengono catturate più di quattro tonnellate di carbonio per ettaro. 

«Dall’altra parte, la gomma naturale può essere riutilizzata ma solo in una piccola parte. Il motivo è la vulcanizzazione a zolfo (processo a cui la gomma viene sottoposta per risultare più resistente e non subire variazioni). Dopo questo passaggio è difficile recuperare il materiale. Questo viene granulato e polverizzato ma non è detto che venga riutilizzato al cento percento. Questo non succede invece con la plastica, che ha un ciclo di vita molto più lungo», sottolinea Pancani. 

MAPPA HEVEA BRASILIENSIS5
Distribuzione naturale dell’Hevea e dell’Hevea Brasiliensis

Anche Pirelli, leader mondiale nella produzione di gomme per pneumatici, compra e utilizza gomma naturale da Indonesia, Thailandia, Malesia, Brasile, Cina. Una delle priorità dell’azienda è la sostenibilità economica, sociale e ambientale della catena di fornitura della gomma naturale. Un impegno iniziato nel 2017 con la Sustainable Natural Rubber Policy, pensata per disciplinare l’approvvigionamento responsabile della gomma e realizzare una rete affidabile. «Per andare veloci bisogna aspettare» è il nome del reportage fotografico realizzato da Pirelli con il fotografo Alessandro Scotti che racchiude il mondo originario intorno alla gomma. Dalla natura incontaminata fatta di rumori e silenzi, alla vita dei coltivatori e al loro rapporto con la preziosa pianta da cui si ottiene la gomma. 

Se l’utilizzo della gomma è prevalentemente legato alla produzione di pneumatici da strada, la gomma naturale solidificata, grazie alla sua versatilità, viene utilizzata anche per fare le suole delle scarpe. È il caso di GEA Gomma, leader europeo nel settore della produzione di para naturale per calzature: Sole Crepe. Fondata nel 1952 a Vigevano con sede a Castello d’Agogna in provincia di Pavia, l’azienda è alla quarta generazione di conduzione familiare e si distingue per la sua impronta totalmente sostenibile. 

«L’idea è partita da mio nonno, Giuseppe Bonomi. Dopo aver provato diverse piantagioni del Sud-Est Asiatico abbiamo deciso di utilizzare la gomma naturale proveniente dallo Sri Lanka, perché come performance è una delle migliori. Lavoriamo su circa seicento mila chili di gomma l’anno con uno scarto inesistente: tutto lo scarto viene riutilizzato, anche quello dei calzaturifici», spiega Stefano Grivel, Direttore Generale della GEA. Un processo di fabbricazione ecologico e non inquinante che avviene solo meccanicamente (non produce fumi o vapori, polveri o scorie) e senza l’utilizzo di additivi o coloranti. 

«La gomma grezza solidificata arriva in ballette da venticinque o cinquanta chili. Questa viene macinata tramite dei mulini e calandrata attraverso delle calandre. Da qui si ottengono dei fogli che vengono poi suddivisi in lastre di vari spessori: dai due ai venti millimetri. Una volta realizzata la lastra richiesta la si vende al calzaturificio che la trasformerà, con dei tagli, in suola per scarpe. La para naturale viene utilizzata per il classico e moderno polacchino Clarks (che era un loro cliente ma che ora realizza tutto direttamente in Vietnam) ma anche per scarpe femminili e per bambino», sottolinea Grivel. Riciclabili ed ecologiche, le suole in gomma naturale sono resistenti all’abrasione e all’acqua, inalterabili a contatto con soluzioni acide alcaline o saline, elastiche e flessibili. Le Sole Crepe sono reperibili in colore naturale (dal giallo al nero) oppure vengono tinte con l’aggiunta di pigmenti coloranti atossici.

Se la costante richiesta di gomma non fosse più sostenibile o se le piantagioni del Sud-Est Asiatico fossero colpite da un attacco fungino? La scienza sta lavorando ad una soluzione partendo dalla pianta di tarassaco russo. E potrebbe essere coltivato anche in Italia. «Il lattice è prodotto da moltissime piante, non solo dall’albero del caucciù. Nel caso dell’oppio, per esempio, il lattice è neurotossico per gli insetti. Pensiamo al fico, al guayule (un cespuglio da cui è possibile ottenere lattice per produrre gomma naturale) e al tarassaco russo», spiega Paolo Facella ricercatore, biologo molecolare ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e co-autore dello studio scientifico Comparative transcriptomics between high and low rubber producing Taraxacum kok-saghyz R. plants. Lo studio, pubblicato a dicembre 2018, considera la gomma proveniente dal lattice del tarassaco russo come una valida alternativa a quello derivato dall’Havea Brasiliensis.

«Il tarassaco russo – parente del tarassaco officinale, il cosiddetto dente di leone –  produce lattice sia dalle radici che dalle foglie ed è originario del Kazakistan. La sfida è far adattare questa pianta a climi più temperati, in Europa ci lavorano molti gruppi», spiega Facella. 

IMMAGINI

«Tramite approcci di trascrittomica», sottolinea Facella, «abbiamo individuato e selezionato geni potenzialmente coinvolti nella biosintesi della gomma di tarassaco russo. La manipolazione di tali geni target potrà permettere di migliorare la resa della gomma naturale sia in termini qualitativi che quantitativi. Questa gomma può essere utilizzata anche per pneumatici». Senza gomma, il mondo non si muoverebbe con gli stessi ritmi. 

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