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Tinture in blu di guado – non solo indaco: i colori interagiscono con la luce e con le persone

La storia del guado è una storia europea. Il recupero delle piante tintorie ha attraversato due cicli di riscoperta negli ultimi tre secoli. L’ultimo trent’anni fa, nelle Marche, ad opera de La Campana

Dietro la fortuna dei colori, e delle coltivazioni in grado di fornirli, ci sono origini lontane: i romani, popolo dedito alla guerra, preferivano il rosso, colore che lascia tracce della sua predominanza nella cultura spagnola medievale e moderna. L’azzurro e il blu sono i colori dell’Europa, per ragioni storiche che si fanno risalire alle invasioni barbariche dell’Impero romano. Il campo blu della bandiera europea richiama il cielo ponentino scuro dell’occidente, in antitesi al cielo più luminoso del levante orientale. Nel secolo della produzione industriale di massa i colori sintetici prevalgono. Negli anni Ottanta una comunità lasciava la Lombardia e si stabiliva a Montefiore dell’Aso, comune della campagna picena. La Campana nasceva come una società cooperativa agricola. Quarant’anni dopo conserva questo spirito, essendo dedita a pratiche ambientali sostenibili e all’attività agrituristica. È qui che Alessandro Butta, tecnologo alimentare e maestro tintore, ha condotto le sue ricerche sul recupero dei colori naturali riportando in auge il guado, la pianta tintoria per eccellenza dell’Italia centrale dal Medioevo all’età napoleonica. 

La coltivazione del guado, Isatis tinctoria, ha dato lustro ai territori dell’Oltrepò Pavese, Monfeltro e Occitania. «I palazzi della città di Tolosa hanno sempre un cartiglio sulla porta d’ingresso», racconta Butta. «I guadaioli erano le famiglie rilevanti della città occitana, e mettevano la cuccagna come simbolo a mo’ di garanzia». La cuccagna, dal francese coques o cocagnes, è un panetto di pasta tintoria composta dal pigmento estratto dalla pianta. A cambiare gli equilibri europei fu l’arrivo dell’Indigofera tinctoria dai territori oggi tra India e Pakistan, alla base dell’indaco. «L’indaco rappresentava il colore della corona di Francia. Con i viaggi di scoperta e la successiva colonizzazione dei continenti, la passione per l’indaco ha alimentato i traffici atlantici e lo schiavismo, insieme al gusto dei nobili parigini per lo zucchero». I francesi apprezzavano soprattutto l’indaco delle Antille, per via della sua purezza. 

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Tinture in blu, La Campana

Con il declino del colonialismo francese delle Americhe, in età napoleonica ci fu un primo recupero del guado, dopo che era stato scalzato dall’indaco. «Quest’ultima fiammata napoleonica pare avesse dato luogo a un accordo, secondo il quale alcuni conventi potevano rimanere aperti a dispetto degli editti napoleonici, purché coltivassero il guado. Nel Sette e Ottocento l’uso del guado in Italia era di natura popolare, aveva perso le qualità del prodotto molto desiderato». L’iniziativa francese non si limitava alla coltivazione del guado. Dopo l’editto di Saint Cloud del 1804, che rendeva obbligatoria la sepoltura dei defunti al di fuori delle mura cittadine, a Monsampolo del Tronto si verificò un episodio che andava contro la legge imperiale: «Gli abitanti decisero di riesumare segretamente tutti i corpi del cimitero per riportarli in chiesa. Costruirono degli scaffali in una nicchia, dove riposero trecento cadaveri cosparsi di calce, dove sono rimasto nascosti fino al terremoto del 2016. Fu così che furono scoperte alcune mummie, tra cui quella di un popolano con un vestito in ottimo stato di conservazione tinto in blu di guado». Le sorti dei colori naturali mutarono nuovamente con la rivoluzione industriale e l’invenzione dei primi coloranti di sintesi a partire dal malva, brevettato nel 1857 dal chimico William Henry Perkin, seguito nel 1863 dalla fondazione della tedesca Bayer. «Fino ai primi del Novecento c’erano aziende inglesi che producevano cuccagne, ma ormai si trattava di un sistema lento, che impiegava fino a tre mesi per sfruttare i precursori della pianta da cui ricavare il pigmento»

Butta è uno dei pioneri che, dopo aver studiato la storia e la tradizione del guado, ha deciso di dedicarsi al recupero della pratica tintoria naturale: «La riscoperta è cominciata negli anni Novanta, quando la Comunità Europea rifletteva su quanto l’agricoltura fosse sbilanciata verso l’alimentazione. Da lì sono nati alcuni progetti per la valorizzazione di piante non alimentari per ricavare fibre, tinture ed energia», spiega. «La regione Marche è sempre stata molto attenta al tema, con un interesse e un sostegno per l’argomento. Nel 1995 si dava il via al progetto Cilestre, gestito insieme all’Università di Bologna, alla Confederazione italiana agricoltura Marche e ad Assam, l’Agenzia servizi settore agroalimentare regionale». Il progetto aveva l’obiettivo di recuperare la filiera delle piante tintorie a partire dal guado, e coinvolgeva tre realtà regionali: La Campana, per la coltivazione del guado da cui ricavare il blu; La Tela, il museo della tessitura di Macerata per le applicazioni tessili del colore e infine il Museo dei colori naturali a Lamoli di Borgo Pace. «C’è una macina nel giardino del museo di Lamoli. Le avevano i conventi e i duchi di Urbino, ed erano una fonte di reddito per la regione del Metauro nel Cinque e Seicento», racconta Butta. Centrale è il ruolo della regione attraverso Assam, soprattutto dopo il fallimento della cooperativa che si occupava della gestione del museo. «Dopo la conclusione del progetto è nato un accordo tra Assam Marche e La Campana, da cui è nato il laboratorio agricolo che lavora i colori».

La lavorazione del guado deve iniziare entro due ore dalla raccolta, prima che lo zucchero precursore del colore sia consumato dalle foglie dopo il taglio. «Oggi uso un sistema in acqua di derivazione indiana, simile a quello della lavorazione dell’indaco, che richiede cinque giorni contro i tre mesi delle cuccagne». Al chiuso, in giornata, si procede all’estrazione e a vari risciacqui. Il trattamento è necessario per eliminare alcune sostante tossiche contenute nelle piante. Il processo prevede l’uso di acqua a circuito chiuso, che viene poi recuperata quasi integralmente per l’irrigazione agricola nel resto dell’azienda: «Usiamo acqua di pozzo, riusandola anche due o tre volte in un tino da mille litri. Dopodiché regoliamo il pH e la immettiamo nel terreno o la usiamo per irrigare». Per quanto riguarda l’impiego di materiali di lavorazione, Butta usa sali di rocca contenenti alluminio e rame. «L’uso dell’allume di rocca riprende quello tradizionale. È ammesso in agricoltura biologica, come il rame, ed è di facile gestione. Con il corretto trattamento di alcalinizzazione dopo le tinture, precipita e si può asciugare con residui irrisori da smaltire». Il trattamento dei tessuti prevede la mordenzatura della lana, per facilitare il legame con il colore in fase di tintura.

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La fase di tintura della lana, La Campana

La sostenibilità delle pratiche tintorie de La Campana è legata alla natura agricola dell’attività, che permette di integrare i processi. «Le tintorie hanno difficoltà a replicare quello che facciamo. Mi occupo di far bollire delle erbe per estrarne un colore. Gli scarti delle erbe posso compostarli e usarli come concime nell’orto». La normativa vigente non prevede che questo settore industriale possa produrre scarti organici: «Ci vorrebbero aziende apposite in grado di lavorare le piante tintorie, tramite un circuito chiuso integrato dove il risultato è un prodotto virtuoso». Servirebbero depuratori appositi per l’acqua di scarto industriale, in grado di filtrare i residui chimici e biologici, che necessiterebbero di molta aria. «In tal senso c’è domanda per progetti pilota dieci volte più grandi della nostra realtà, con marchi che sono interessati al recupero delle tinture naturali, ma resta una realtà di nicchia che non potrà mai vedere un grande sviluppo. La produzione andrebbe a interferire con il mondo agricolo». Butta fa un esempio risalente alla sua collaborazione con una tintoria industriale di Cagli, nel distretto marchigiano del denim: «I primi cinquanta chili di colore che avevo estratto dal guado sono stati assorbiti da una macchina che tingeva nel giro di un quarto d’ora. Ho lavorato un anno, ho tenuto un terreno apposta di circa mezzo ettaro, e nel giro di mezzo ettaro è finito a colorare dei jeans. Sono rimasto con un paio di jeans ben rifiniti e tinti con il guado, oltre alla possibilità di parlarne a lezione»

È presto per immaginare una nuova classe di tintori naturali, che oggi non c’è. L’attività d’insegnamento di Butta all’Accademia di Belle Arti di Roma sta formando una nuova generazione di laureati che applicano una nuova consapevolezza nelle loro attività artistiche o nella moda. «Ci sono ragazzi che mi chiamano ancora al telefono, si è creato un dialogo su come usare il colore». L’interesse per il colore naturale è in crescita, anche se non è in arrivo un cambio del paradigma produttivo. «I colori naturali piacciono perché sono più profondi, mobili e cangianti. Interagiscono con la luce e con le persone che li guardano. Al contrario, i colori sintetici difficilmente sono il prodotto di più di un paio di molecole, risultano più piatti e omogenei». Il maestro tintore non intende demonizzare i colori di sintesi: «Se tutti i colori impiegati fossero naturali, servirebbero superfici coltivabili a livelli insostenibili, e vestiremmo quasi tutti di grigio o di bianco. Nell’Oltrepò Pavese, che serviva il distretto produttivo di Genova, queste coltivazioni erano contingentate. La resa del guado era elevata, ma svuotava il terreno dalle sostanze nutrienti per le future semine».

IMMAGINI

La Campana Società Cooperativa Agricola
Contrada Menocchia, 39
63062 Montefiore dell’Aso AP

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