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Una cartiera del Seicento torna a produrre carta utilizzando la canapa

L’associazione La Charta ha riportato alla vita la Cartiera di Vas: «quel che abbiamo ottenuto lo dobbiamo ai nostri esperimenti. Siamo gli unici a fare questa lavorazione da zero, dal seme alla carta»

Consulente in ambito di valorizzazione, gestione e storytelling del patrimonio industriale e esperto di archivi di impresa: Francesco Antoniol ha dedicato la sua vita a recuperare l’heritage industriale italiano, a far conoscere e riscoprire siti abbandonati e ad aiutare le imprese a valorizzare il proprio patrimonio. Virginia studio associato, di cui Antoniol fa parte, si occupa di turismo industriale e di consulenza alle aziende che hanno bisogno di raccontare la propria storia. Sei anni fa ha preso in gestione un sito di archeologia industriale: la Cartiera di Vas, in provincia di Belluno, con la creazione dell’associazione ‘LaCharta’. Il progetto ha vinto il bando comunale. Prevedeva la destinazione degli spazi a coworking, esposizione museale e produzione della carta.

La Cartiera di Vas ha prodotto carta per la Repubblica di Venezia dai primi del Seicento fino agli anni Sessanta del Novecento, con un totale di 30mila metri quadri di superficie: si tratta della fabbrica più grande di tutti i territori della repubblica di Venezia. La cartiera è stata chiusa dopo un’alluvione del Piave negli anni Sessanta.  Dopo una breve attività di piscicoltura, il sito è caduto in stato di abbandono fino a qualche anno fa, quando il sito è stato sottoposto a un restauro. «Gli anni non erano propizi: dal 2009 al 2015 la cartiera è stata chiusa di nuovo fino a che, attraverso un bando pubblico di reinsediamento non siamo riusciti a prenderla in gestione noi», spiega Antoniol. «Il nostro progetto prevedeva da un lato il riutilizzo degli spazi da un punto di vista culturale, messa a disposizione di uffici per coworking e spettacoli pubblici. Abbiamo ripreso la produzione iniziale, carta fatta a mano».

Dal 2018 Antoniol e i suoi soci di La Charta hanno iniziato a produrre carta con fibre naturali, come si faceva una volta. «L’unica differenza con la produzione originale è che fino al Settecento la carta si produceva a partire da materie prime secondarie, ovvero vestiti in canapa, cotone e lino. Noi non lavoriamo vestiti, e abbiamo deciso di utilizzare fibre di cotone, fibre di canapa, fibre di lino e una serie di altri elementi. La cartiera si trova al confine tra le province di Belluno e di Treviso. In queste zone, la canapa era storicamente coltivata». Antoniol e suoi soci producono fogli su ordinazione e fatti a mano. «Tutti i nostri prodotti sono naturali. I clienti vengono da noi, provano a fare la carta. Capiscono cosa voglia dire creare un foglio, si rendono conto del costo. Abbiamo prodotto dei fogli con l’innesto delle bucce dei chicchi di caffè nel cotone, o ancora lavorandoli con vino, prosecco, fagioli e cachemire. Il consumatore vede la canapa come un prodotto esotico. In realtà era coltivata nelle nostre terre fino a settant’anni fa».

NUANCES NATURALI CARTIERA VAS
Nuances naturali prodotte dalla Cartiera di Vas: caffè, vinaccia, cotone, canapa

La Charta è stata inserita in un progetto europeo relativo al recupero della filiera bellunese per la coltivazione e la produzione della canapa. «Grazie a questo progetto abbiamo capito dove poter comprare le sementi. Una volta acquistate, abbiamo dovuto denunciare tutto alle autorità (e nonostante questo abbiamo avuto visite quotidiane da parte dei carabinieri). Abbiamo piantato la canapa utilizzando una parte di terreno della cartiera: circa 200 metri quadri. L’abbiamo coltivata e, in collaborazione con un paio di piccole aziende del posto che trasformano la canapa per usi alimentari per produrre olio e farine, l’abbiamo raccolta». Dal raccolto, sono riusciti a ottenere la fibra della pianta, necessaria per la produzione della cellulosa.

I macchinari utilizzati si adattano alle piccole quantità da lavorare. Per creare 150 fogli A4 di una grammatura media, occorrono1 kg e 300 grammi di cellulosa. Di questi, 1kg è cotone e i 300 grammi sono di canapa. «Un foglio di carta non sarà mai al cento percento canapa, ma un innesto di fibre di canapa e lino su una base di cotone. Per fare un foglio che leghi bene, che abbia una trama e una sensazione al tatto compatta, serve una fibra lunga come il cotone che leghi quella della canapa, che invece è più grezza». La composizione con il cotone permette di ottenere un foglio più rigido, più resistente, più difficile da imprimere. Una volta impresso mantiene meglio l’impressione e soprattutto la sua reazione all’umidità e all’acqua lo rendono adatto alla stampa artistica. La carta di canapa è stata utilizzata da Carlo Colombo della Tessitura La Colombina per la presentazione i propri tessuti. «Tutto questo non ha letteratura contemporanea. Quello che siamo riusciti a ottenere lo dobbiamo solo ai nostri esperimenti. Siamo gli unici che hanno fatto questa lavorazione da zero, dal seme alla carta. Se ci fosse qualcuno che si è lanciato una cosa simile, che si faccia avanti – noi non siamo riusciti a trovare nessuno. Le informazioni che si trovano su internet e in letteratura circa la lavorazione della canapa da zero sono sbagliate». Dopo mesi di sperimentazione sono riusciti a ottenere il loro foglio. «Nessuno in Italia, o molto pochi e per altri utilizzi, usano canapa sfibrandola. Nessuno sa più quali siano le operazioni, le percentuali di solvente o i tempi di cottura della canapa una volta sfibrata, perché la canapa si compra già pronta». Il progetto di produzione della canapa è iniziato e concluso soprattutto per la complessità di produrla e lavorarla.

Una volta ottenuta la fibra di canapa, questa deve essere sminuzzata per essere inserita all’interno delle macchine. Quella utilizzata da La Charta è stata fatta costruire su misura da una carpenteria meccanica de L’Aquila: un cilindro olandese moderno ispirato ai modelli antichi, e in dimensione ridotta. Un’idea pensata in comune tra le varie aziende che hanno preso parte al progetto europeo della ricreazione della filiera di canapa del bellunese. Le macchine già presenti in cartiera erano state vendute in passato nei vari passaggi di restauro e avrebbe prodotto un quantitativo immensamente superiore rispetto a quello necessario per la produzione cartiera dell’azienda (7 quintali di cellulosa di allora, contro i 2kg al massimo prodotti oggi). «Prima di mettere la cellulosa di canapa all’interno dell’olandese dobbiamo sminuzzare le fibre a mano. Non c’è macchina che lo faccia. Per preparare i tre etti di fibra che servono per realizzare 150 fogli A4, dobbiamo lavorare in due per otto/dieci ore.  Il passaggio precedente consiste nella bollitura della canapa in acqua con una percentuale di solvente, ovvero soda caustica diluita, per altre otto ore. In totale servono circa 80 litri d’acqua, all’interno dei quali ci sono sempre 300 grammi di soda caustica diluita. Non è velenosa, ma non è una produzione a costo zero dal punto di vista dell’impatto ambientale».

Dopo aver sperimentato la coltivazione diretta e la produzione autonoma, Antoniol rimane scettico circa il futuro di questo materiale. Da un lato c’è il caos normativo: «Anche nel caso in cui questo punto dovesse essere risolto, servirebbe una strategia di comunicazione seria che facesse capire alle persone e alle forze dell’ordine che la canapa industriale è stata utilizzata in Italia fino agli anni Sessanta e che non ha niente a che vedere con le sostanze stupefacenti. In secondo luogo, nel nostro Paese non esistono aziende in attività o organizzazioni che abbiamo disponibilità delle macchine in grado di sfibrare la canapa, e siamo costretti a farlo con la forbicina. L’unica macchina industriale di cui sono a conoscenza appartiene a Veneto Agricoltura, ovvero la struttura della Regione Veneto che si occupa dei contributi per l’agricoltura. È una macchina che sfibra decine di quintali in poco tempo, ma che è inutilizzata e attualmente parcheggiata in qualche zona nel delta del Po. La canapa infatti per le sue capacità di assorbire molta acqua è stata utilizzata in passato in attività di bonifica». Il progetto europeo in cui Antoniol è stato coinvolto si era prefissato di acquistarne una, ma il prezzo proibitivo (300mila euro) superava il budget a disposizione, e l’idea è sfumata. «Fin quando non ci sarà qualcuno che a costi ragionevoli metta a disposizione una macchina che permetta di passare dalla pianta alla fibra non sarà mai possibile lavorare la canapa in Italia», spiega.

IMMAGINI

Causa lockdown, due anni di coltura sono andati persi. Il problema relativo alla produzione di carta di canapa, coltivata e lavorata manualmente, riguarda anche i costi, difficilmente sostenibili sia dal punto di vista economico, che fisico, che ambientale. «In qualsiasi copisteria un foglio di carta costa circa due centesimi. Un foglio di carta A4 con quella percentuale di canapa non riesco a venderlo a meno di tre euro al foglio. Un foglio di cotone delle stesse dimensioni costa un euro».

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda od organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.
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Cartiera Toscolano, Lampoon

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