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Madagascar a Milano con Made for a Woman

Eileen Akbaraly supporta le donne dei villaggi rurali in Madagascar: ad Antananarivo, capitale dell’isola, esiste un atelier ex fabbrica di sapone che produce borse e accessori in rafia

Quella del Madagascar è una storia di isolamento: diversi stati europei hanno tentato, tra il 1700 e il 1800, di piazzarvi degli insediamenti coloniali stabili. Dopo la dominazione francese, durata fino al 1958, alcune guerre di potere e una parentesi monarchica, da circa un secolo il Madagascar è una Repubblica con capitale ad Antananarivo, il cui nome significa ‘città dei mille guerrieri’. È nato qui il progetto umanitario Made for a Woman, fondato da Eileen Akbaraly, imprenditrice italo-indiana cresciuta nella capitale del Madagascar con un passato tra Milano e Londra. ‘Made for a Woman’ è un marchio di borse e accessori realizzati in rafia. La missione di è migliorare la condizione di vita della popolazione malgascia. Akbaraly ha studiato Fashion Business presso l’Istituto Marangoni di Milano, e conseguito un master in Corporate Social Responsability. «Sono per metà italiana e per metà indiana, racconta Eileen Akbaraly –, ma ho vissuto in Madagascar fino ai 18 anni. La mia terra è uno dei paesi più poveri al mondo, ho sempre voluto far qualcosa per aiutare la popolazione malgascia». Proviene da una famiglia attiva nel volontariato: i suoi genitori hanno fondato nel 2008, sempre in Madagascar, la ‘Akbaraly Foundation’. 

«Insieme a due amiche ho dato vita all’associazione Fitiavana, tramite la quale abbiamo fornito assistenza in orfanatrofi e ospedali a più di quindicimila bambini. Lavorando a contatto con loro, mi sono resa conto di quanto fossero in difficoltà le loro madri. Nella cultura africana la donna è il pilastro della famiglia. Ha più responsabilità dell’uomo, spesso dedito all’alcolismo e alla violenza domestica». Secondo uno studio della ONG Amref Health Africa, circa il 50 percento delle donne africane ha subito abusi dal proprio marito o partner. Un sondaggio condotto da Afro Barometer (rete di ricerca indipendente che indice sondaggi pubblici), ha mostrato come un terzo del campione intervistato sostenga che picchiare le donne è sempre o a volte giustificato. Sette cittadini su dieci difendono gli abusi in casa. «L’85 percento delle donne che lavora da ‘Made for a Woman’ ha problemi di violenza domestica, il 10 percento è composto da madri single che hanno in media tre figli a testa, e al restante 5 percento appartengono donne diversamente abili. Il mio obiettivo è dare indipendenza e dignità a queste donne. Non significa mettere da parte gli uomini – lavoro anche con dei ragazzi –, ma intendo far sentire queste donne parte di una società, focalizzandomi sul nucleo della famiglia». 

Quando una donna arriva in atelier, «la prima cosa che facciamo è investigare sulla sua situazione, in modo da individuare gli aiuti a lei più adeguati. Con Made for a Woman forniamo assistenza sanitaria, donando medicinali; organizziamo corsi di lingua francese, di nutrizione, di ‘family planning’, e presto anche di ballo. In atelier abbiamo un asilo nido per accogliere i bambini delle nostre collaboratrici. Abbiamo istituito dei conti di risparmio, nei quali le dipendenti possono versare i soldi guadagnati e metterli da parte», spiega Eileen. I salari pagati da Made for a Woman sono, secondo le statistiche, del 43 percento superiori alla media del settore e del 75 percento al di sopra del salario minimo del Madagascar. «Stiamo partecipando a un concorso internazionale di artigianato ecologico, il cui primo premio prevede l’erogazione di una considerevole somma di denaro. In caso di vincita, doneremo questa somma alle nostre lavoratrici. Recentemente abbiamo integrato dei volontari per fornire aiuto psicologico anche a livello comunitario».

handmade made for a woman
Made for a Woman si impegna a dare indipendenza e dignità alle donne lavoratrici

Recente la collaborazione con Akany Avoko Faravohitra, centro di riabilitazione per giovani donne. Il 59 percento delle frequentatrici di questo centro vi si trova per problemi sociali, ma il 41 percento ha commesso reati più gravi, a causa della povertà e del dilagare delle attività illegali. «Il centro già fornisce corsi di lingua, cucina, ristorazione e cosmetica. Erogheremo corsi di formazione per insegnare alle prigioniere a lavorare la rafia artigianalmente, in modo che non appena avranno terminato il loro percorso presso il centro, potranno lavorare da noi». I corsi di formazione per imparare a lavorare la rafia sono oggetto anche di un’altra collaborazione: una convenzione firmata tra Made for a Woman e il Ministro della popolazione, della protezione sociale e della promozione delle donne (‘MPPSPF’) del Madagascar. Prevede l’istituzione di un progetto che coinvolgerà le donne vittime di violenza domestica: «Le ragazze parteciperanno a dei corsi per diventare indipendenti nell’arte della rafia, a prescindere dal loro interesse nel lavorare con noi», continua Eileen.

La rafia è l’elemento chiave nel lavoro delle donne di ‘Made for a Woman’, la materia prima di cui sono fatte borse e accessori prodotti dal marchio. Si tratta di una fibra biodegradabile derivante da una palma che cresce in zone umide e vicine all’acqua, difficile da trovare in molte parti del mondo, ma proliferante in Madagascar. «Collaboriamo solo con fornitori che dimostrano una filiera trasparente – Kalfane FILS ha ottenuto la certificazione Amfori BSCI (‘Business Social Compliance Initiative’): questo certificato attesta che l’azienda dà ai propri impiegati le giuste remunerazioni; è esente da lavoro forzato e lavoro minorile; assicura la sicurezza dei lavoratori in fabbrica; salvaguarda l’ambiente e segue un comportamento etico».

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La lavorazione artigianale dei prodotti Made for a Woman

Il processo che la rafia segue prima di poter essere lavorata è composto da varie fasi: «La nostra rafia arriva da un parco nazionale protetto di trecentotrentamila acri, ‘Ankarafantsika’, che si trova al nord del Paese. I fornitori tagliano un ramo, che viene separato in due parti e fatto asciugare al sole. La rafia è poi spedita a Mahajanga, regione malgascia la cui economia è basata sulla lavorazione di questa fibra, dove è sottoposta a un controllo di qualità. Successivamente, è colorata con pigmenti naturali azo-free (privi di metalli e anallergici) e spedita al nostro atelier». Anche i pigmenti utilizzati da ‘Made for a Woman’ hanno una certificazione apposita, la GOTS – Global Organic Textile Standard, lo standard di lavorazione tessile leader a livello mondiale per quanto riguarda le fibre organiche.

La lavorazione della rafia è artigianale. Nell’atelier di Antananarivo non ci sono macchinari: «I nostri macchinari sono le mani. Abbiamo soltanto sei macchine da cucire usate. Tutto, dalla fodera della borsa alla serigrafia dell’etichetta, passando per il packaging, è fatto a mano (realizzato in legno con una tecnica tradizionale)». L’atelier è una struttura in passato sede di un’azienda di sapone della famiglia Akbaraly, rimasta inutilizzata per molto tempo. «Lo spazio è ampio, ma stiamo costruendo il nostro nuovo atelier vicino a un lago. La struttura sarà in stile loft newyorchese, con pannelli solari. Già nella nostra attuale sede di lavoro attuale i computer e le macchine da cucire sono di seconda mano; i tavoli e le sedie sono fatti di legno riciclato; cerchiamo di ridurre l’utilizzo di plastica al 2/3%». La produzione in atelier può arrivare a durare fino a tre mesi. Le borse possono richiedere tre settimane di lavorazione. Nei periodi di produzione le giornate di lavoro iniziano alle sette del mattino e terminano alle sei del pomeriggio: «Al mattino io e le ragazze arriviamo all’atelier, e facciamo colazione assieme prima di iniziare a lavorare. Alle dieci facciamo una breve pausa e continuiamo a lavorare fino a mezzogiorno, orario della pausa pranzo. Di sabato, o quando ci sono compleanni, festeggiamo assieme». Più avanti, dice Eileen, nelle mattinate di lavoro potrebbe esserci spazio anche per l’attività fisica «Mi piacerebbe inserire qualche lezione di stretching e meditazione»

«Quest’anno abbiamo realizzato alcuni pezzi impiegando scarti di rafia che sembravano inutilizzabili. Non credo nel concetto di collezione: ogni pezzo è unico. Sull’etichetta di ogni articolo c’è un codice QR che, se inquadrato, rimanda alla storia della donna che lo ha realizzato. Un mio sogno in fase di realizzazione è fare ‘in-house dying’ – realizzare autonomamente i pigmenti: nel nuovo atelier avremo un giardino dove far crescere frutta e verdura, le cui bucce saranno usate per realizzare i colori». Sebbene il periodo economico-sociale non sia favorevole, Eileen Akbaraly ha progetti in cantiere, come il lancio dell’e-commerce del brand. L’ambizione è «creare un network internazionale di donne sfortunate cui è stata data una seconda possibilità».

IMMAGINI

«Mandegascar si è una isola verso mezzodí […] E sapiate che questa è la migliore isola e la magiore di tutto il mondo, ché si dice ch’ella gira 4.000 miglia. È vivono di mercatantia e d’arti. […]», scriveva così Marco Polo ne ‘Il Milione’, descrivendo un’isola ricca di mistero che non aveva visitato, ma di cui aveva sentito parlare durante i suoi viaggi in Asia: il Madagascar.

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