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La filiera della canapa riparte a livello industriale, con 70 anni di ritardo

Fito-depuratore per le coltive, fibra resistente per il tessile, salubre per le costruzioni edili, terapeutica per malati: discorso sulla canapa con Mario Catania

Fino a dieci anni fa in Italia le aziende che si dedicavano alla canapa erano perlopiù legate al suo sviluppo in campo alimentare (olio derivato dalla spremitura del seme), al commercio dei semi da parte di Seed Banks (destinati alla piantumazione o alla collezione), alla bioedilizia e alle apparecchiature necessarie per la sua coltivazione. L’ossatura di un settore si poteva intravedere, ma i problemi politici legati alla sua regolamentazione hanno rallentato il suo sviluppo (nel 2013 fu proposto un piano di legge, approvato solo nel 2016). Anche se per quanto riguarda la coltivazione della pianta (nelle varietà regolate dalle Normative Comunitarie, e ammesse alla coltivazione nell’Unione Europea), in Italia il via libera esiste dal 1999. Mario Catania è un giornalista e co-fondatore di Canapa Industriale, sito divulgativo fondato nel 2013. La scelta di accostare i termini canapa e industriale è pensata per enfatizzare le possibilità che la pianta offre. «L’idea è nata in seguito alla partecipazione a una fiera dedicata alla canapa che si teneva a Fermo», racconta. «Ho realizzato un documentario sugli usi e i progetti che si sviluppavano intorno alla canapa, una pianta in parte esplorata per millenni dall’umanità, e poi abbandonata. Oggi grazie all’uso e alle conferme delle tecnologie assistiamo a una rinascita della canapa e dei suoi nuovi scopi».

«Ancor oggi, se una persona parla di cannabis, il primo collegamento è al suo scopo ricreativo. In altre culture, dove l’uso non è demonizzato, diventa uno strumento per avvicinarsi o connettersi al divino. Un po’ come l’uso del vino o l’eucarestia per la messa», spiega Catania. Nel 2016 è approvata la legge che reca norme per il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa (Cannabis sativa L.), quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversità, nonché come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione. Tra le novità introdotte nella legge, la possibilità di non notificare alle forze dell’ordine la semina di varietà di canapa certificate (a patto che il valore di thc sia inferiore a 0,2%), mentre la quantità di thc nella pianta, se analizzata, deve restare dentro un range che oscilla tra 0,2 e 0,6%. Erano previsti finanziamenti al settore fino a settecento mila euro l’anno. Questa legge ha riportato fiducia alla coltivazione della pianta e ha permesso di generare investimenti che ad oggi – solo per il mercato della cannabis light e dei prodotti a base di cbd – si stimano intorno ai centocinquanta, duecento milioni di euro. La confusione in merito alla regolamentazione dei prodotti contenenti cbd però, è ancora presente: «A inizio ottobre 2020 un decreto del Ministero della Salute aveva inserito le preparazioni medicinali a base di cbd nella tabella dei medicinali del testo unico degli stupefacenti. Questo ha mandato in crisi farmacisti e consumatori», sottolinea Catania. Un allarme che si è fermato prima dell’entrata in vigore del decreto (previsto per fine mese) in seguito alla sospensione – come si legge nell’atto ufficiale – in attesa dei pareri richiesti all’Istituto Superiore di Sanità e al Consiglio Superiore di Sanità.

Dopo l’approvazione della legge del 2016 (anche se in realtà i primi negozi di semi e attrezzature da giardinaggio e per fumatori sono nati a fine anni ’90 – inizio 2000), si è visto il moltiplicarsi di grow shop nelle città – dove si vendono prodotti contenenti cbd, cannabis legale e semi di canapa da collezione. Il reparto industriale non ha avuto slancio – il comparto tessile non possiede una filiera completa per la produzione di filato di fibra di canapa. Le piante coltivate per il tessile prevedono una fibra lunga e pulita. Per tagliare e trebbiare le piante servono macchinari e attrezzature che in Italia, vista l’assenza di coltivazioni di canapa tessile per decenni, sono costosi e richiedono investimenti. In passato le famiglie lavoravano la pianta a mano. Dopo il raccolto era eseguita la macerazione in acqua – passaggio atto a facilitare la divisone di canapulo (parte lignea interna) dalla fibra – cui segue il passaggio nella stigliatrice (una macchina che divide le due parti). In seguito al proibizionismo e alla campagna anti droga organizzata dagli Stati Uniti a inizio secolo scorso, l’avvento delle fibre tessili sintetiche e del petrolio, si è abbandonata la coltivazione della canapa. Lo sviluppo dei macchinari per trattarla e lavorarla in Italia si è fermato, mentre in altri Paesi, come la Cina, la Francia e il Canada è continuato fino a oggi. La Cina è il primo fornitore di fibra di canapa per l’Italia, e la sua qualità per il tessile sta migliorando nel tempo. Sono in atto studi riguardo a progetti e impianti per meccanizzare i passaggi della lavorazione della pianta su scala industriale in Italia. Il settore cresciuto di più negli ultimi anni, forse perché meno toccato dal vuoto normativo, è quello dell’edilizia.

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Coltivazione della canapa in serra. Humboldt Seeds Team

Dal canapulo del fusto, la parte interna, si ricava biomateriale che è utilizzato per realizzare mattoni, intonaci e leganti. «Tutto nell’edilizia può essere sostituito dalla canapa, ma vi sono differenze positive. Le case in canapa sono salubri perché trattengono calore d’inverno (riducendo i costi del riscaldamento), sono permeabili, anti-umido, antimuffa», continua Catania, «La canapa è l’unica filiera carbon negative che l’uomo conosca. A livello globale l’edilizia immette il trenta, quaranta percento di emissioni di Co2 totali, mentre in tutta la filiera la canapa toglie più Co2 di quanta ne verrebbe immessa, perché lo scambio continua anche dopo essere diventata materiale edile. Un metro cubo di canapa toglie dall’ambiente circa sessanta chili di Co2. Con tutti gli obiettivi che ci prefiggiamo riguardo alla sostenibilità e all’inquinamento ambientale, se iniziassimo a costruire case in calce di canapa ridurremmo drasticamente le immissioni». In Puglia è stato costruito il condominio più grande d’Europa realizzato con calce di canapa. L’opera di Bisceglie Case di Luce del 2013 (realizzata con calce di canapa Equilibrium), e a cui ora ne sta seguendo un’altra, è di Pedone Working, impresa edile pugliese dedicata alle costruzioni sostenibili che ha creduto nelle potenzialità della canapa e continua a farlo. La Puglia è una regione che potrebbe rappresentare per prima il modello di economia circolare per quanto riguarda la canapa. A Cerignola a fine ottobre è stato inaugurato un impianto di trasformazione per la canapa industriale che semplificherà la sua lavorazione e ridurrà i costi del trasporto, creando una filiera corta e dando l’avvio a filiere non presenti.

Oltre all’edilizia la canapa può essere un ingrediente per la realizzazione di bio-plastiche (già in parte lo è per l’automotive) o per la carta. «Fino a metà Ottocento si usavano stracci e carta da canapa. In Cina la canapa si è usata fin da subito per produrla e così è stato per secoli, finché questa non è stato sostituita con la cellulosa degli alberi. Pensiamo al disboscamento – cosa si potrebbe evitare con il re-inserimento della canapa nella produzione», sottolinea Catania. Il settore che fatica a svilupparsi secondo le sue potenzialità è quello farmaceutico – di cui fanno parte anche preparazioni come olii ed estratti a base di cbd. Nonostante la cannabis in medicina sia legale da diversi anni, i pazienti – in costante aumento – continuano a denunciare da anni gli stessi problemi: la carenza di cannabis che si verifica ciclicamente, l’alto costo del farmaco, le differenze regionali nella dispensazione e l’assenza delle istituzioni. «Il decreto del 30 ottobre – poi sospeso – avrebbe potuto cambiare lo status quo. Il motivo della modifica della legge è dovuto all’inserimento in commercio in Europa di Epidyolex, della GW Pharmaceuticals (un farmaco per curare l’epilessia nei bambini che non contiene thc). Se il decreto fosse stato approvato, tutti i prodotti in negozio contenenti cbd sarebbero stati considerati stupefacenti. Federcanapa e le associazioni di riferimento avevano già impugnato il decreto, in conflitto con le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che dal 2018 ha rimosso il cbd dalle sostanze con azione stupefacente e psicotropa».

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Biomattone in canapa e calce CANAPLOCK. Edilcanapa

La risposta alle istituzioni in merito nel nostro Paese nasce dal basso, tranne la produzione di cannabis a uso terapeutico che avviene nello stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, controllato dallo Stato «ma che non riesce a rispondere al fabbisogno nazionale obbligandoci ad esportazioni dall’estero» continua Catania. «A fronte di una domanda di oltre due tonnellate all’anno, noi ne produciamo circa centocinquanta chili. Sul sito monitorcannabis.it i pazienti possono segnalare la carenza di cannabis». In Germania, Stati Uniti e Canada la gestione della cannabis per uso terapeutico è seguita dalle istituzioni, che ne monitorano così anche la commercializzazione e la diffusione. «In Italia esiste ancora il mercato sommerso della cannabis, che favorisce la criminalità, mettendo in circolo anche sostanze non controllate», spiega Catania.

«In America le istanze dei pazienti hanno portare l’attenzione delle istituzioni sul valore della canapa». In Italia Walter De Benedetto, affetto da artrite reumatoide, si è appellato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: dopo aver atteso per anni l’integrazione del quantitativo di cannabis terapeutica per il suo fabbisogno in prescrizione medica, ha iniziato a coltivare cannabis grazie all’aiuto di un amico. Dopo un intervento delle forze dell’ordine, ora rischia sei anni di carcere. «I pazienti dovrebbero essere messi al primo posto. Arrivano alla cannabis dopo qualsiasi farmaco». Mario Catania nel novembre 2019 ha pubblicato il libro Cannabis. Il futuro è verde canapa. La prefazione del volume è scritta da Raphael Mechoulam, scienziato che ha identificato la struttura del cbd, il primo ad aver isolato il thc e ad aver scoperto e studiato a lungo il sistema endocannabinoide, aprendo la strada alla moderna ricerca scientifica su questa pianta.

Per trovare un punto d’incontro tra istituzioni, coltivatori, consumatori e produttori di canapa serve ancora tempo. La canapa «è una pianta che si scontra con interessi economici di terzi (case farmaceutiche, tessile sintetico, petrolio). Se iniziassero a usare la canapa la strada si aprirà. Dove viene legalizzato l’uso della cannabis ci sono riduzioni dell’uso di alcool e nell’uso di antidepressivi, antipsicotici e altri farmaci», conclude Catania.

IMMAGINI

Cannabis. Il futuro è verde canapa
Diarkos Editore, 2019

Canapa Industriale
Magazine online sulla Canapa industriale

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda od organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.
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