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Mater-Bi: il pregiudizio contro l’industria non aiuta la bioplastica

Bioplastiche, biodegradabilità e compostabilità – Francesco Degli Innocenti di Novamont interviene a difesa del Mater-Bi, contro gli ostacoli della filiera e i preconcetti del mondo accademico

A fine 2019, dalle pagine del Giornale del Trentino, i responsabili di Bioenergia Trentino e di Eco Center Bolzano lanciavano l’allarme: sacchetti, piatti e bicchieri biodegradabili, che i cittadini raccoglievano in buona fede nel sacchetto dell’umido, in realtà non potevano essere gestiti dai loro impianti di compostaggio. La raccolta corretta, secondo loro, era il sacchetto del residuo indifferenziato destinato all’inceneritore. L’aumento dei prodotti biodegradabili aveva creato un paradosso negli impianti gestiti dalle due realtà: l’impurità del rifiuto umido raccolto in Trentino, che fino all’anno precedente si aggirava intorno al 3%, era salito al 10%. Sacchetti della verdura, borse della spesa, confezioni di surgelati, piatti e forchette con la dicitura ‘biodegradabile’ avevano tempi di lavorazione non compatibili con gli impianti della zona. Il chimico e docente Ugo Bardi, dal suo blog su IlFattoquotidiano.it raccontava di un esperimento fatto dieci anni prima con i sacchetti in Mater-Bi per verificarne la biodegradabilità: metterli nel compostore domestico e aspettare, con risultati pessimi perché il sacchetto non biodegradava. Anche il biologo inglese Richard Thompson ha seppellito alcuni sacchetti biodegradabili in giardino per dimostrare che tre anni dopo erano ancora intatti e utilizzabili. La plastica biodegradabile sembrava non esserlo. 

Mater-Bi è il nome commerciale della bioplastica brevettata e commercializzata dal gruppo italiano Novamont, leader mondiale nel settore. Novamont è nata nel 1989 dalla scuola di Scienza dei Materiali del gruppo chimico Montedison, con l’obiettivo di sviluppare materiali e bioprodotti grazie all’integrazione tra chimica, ambiente e agricoltura, in un’ottica di transizione da un’economia di prodotto a un’economia di sistema. Oggi il gruppo è composto da quattro siti produttivi, quattro centri di ricerca, sedi commerciali in Germania, Francia, Spagna e Stati Uniti, cinque tecnologie proprietarie prime al mondo e circa 1800 tra brevetti e domande di brevetto. Il 5% del fatturato è investito in attività di ricerca, sviluppo e innovazione, settori in cui è occupato il 22% dei dipendenti.

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Il modello di bioeconomia è basato sulle bioraffinerie integrate e sulla rigenerazione territoriale

Mater-Bi è una famiglia di bioplastiche biodegradabili, cioè degradabili in sostanze più semplici mediante l’attività enzimatica di microorganismi, e compostabili, cioè capaci di trasformarsi in compost (utilizzabile come fertilizzante) attraverso il processo biologico aerobico del compostaggio. La sua produzione è inizia nel 1990 negli stabilimenti di Terni: le 4mila tonnellate del primo anno sono raddoppiate nel 1997 e oggi sono diventate 150mila all’anno. Le plastiche Mater-Bi sono vendute in granuli, lavorabili in modo simile alle altre plastiche. Per produrre questi granuli si parte dall’amido di mais: amilosio e amilopectina vengono lavorati con un agente complessante e additivi per ottenere diversi tipi di bioplastiche. La biodegradazione deve avvenire in impianti industriali di compostaggio – questo il motivo per cui i sacchetti di Mater-Bi non si decompongono in un compostore domestico – in cui i microrganismi trasformano la bioplastica in acqua, anidride carbonica e metano. Il Mater-Bi degrada anche in condizioni naturali, in tempi più lunghi: prove di laboratorio supervisionate dall’Istituto Italiano dei Plastici hanno mostrato che campioni di film in Mater-Bi inseriti nella sabbia umida marina biodegradavano in nove mesi.

Francesco Degli Innocenti, dirigente Novamont, chiarisce da dove arrivino le difficoltà che alcuni impianti industriali di compostaggio hanno incontrato nella gestione delle bioplastiche: «Il problema è legato al cambiamento del mercato. Alcuni impianti non riconoscono e in alcuni casi non possono trattare le plastiche compostabili. Sono costretti e reindirizzare questi rifiuti, inseriti dai cittadini giustamente nell’umido. Non è una questione di compostabilità del materiale, ma di compatibilità con alcune tecnologie di compostaggio esistenti. Guardando al caso singolo è un problema, guardando al contesto generale, sono sfasature tecnologiche che accadono quando una tecnologia inizialmente di nicchia prende piede». Il rischio è che i media cedano a una comunicazione strappa-click che riduce l’eccezione alla regola: Rifiuti, la beffa della bioplastica, titolava il Giornale del Trentino. In gioco c’è la fiducia dei cittadini. «La soluzione per questa fase di transizione sarebbe una gestione delle diverse situazioni a livello locale e capillare. Andrebbe svolta un’analisi granulare, impianto per impianto, per capire quali possono compostare le bioplastiche e quali no, in modo da fornire ai cittadini informazioni corrette in fase di raccolta differenziata».

Le bioplastiche sono inserite nel sistema Conai (Consorzio nazionale imballaggi): «I produttori di plastiche compostabili pagano un contributo ambientale al Conai, il quale può prenderle in carico e gestirle nel caso in cui una zona sia servita da un impianto che non è in grado di compostarle. In questo caso, la plastica compostabile andrebbe raccolta con le altre plastiche per essere riciclata con esse. Entro certi valori infatti, il Mater-Bi non interferisce con il riciclo della plastica». A valutare la destinazione del Mater-Bi, in questo caso, sarà l’impianto di smistamento dei rifiuti di plastica in base alle proprie tecnologie e a quelle dei clienti che dovranno riciclare il materiale in uscita.

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Palette per gelato prodotte da Novamont

«In laboratorio è possibile dimostrare che qualsiasi plastica è biodegradabile: il problema sono i tempi. Che una plastica tradizionale possa biodegradarsi in centinaia di anni desta interesse da un punto di vista accademico o scientifico, ma è inutile a livello sociale. Velocità di produzione dei rifiuti e di biodegradazione devono essere simili, altrimenti la biodegradazione non serve». Anche per gli oggetti di bioplastica, i tempi di biodegradazione e compostaggio dipendono dalle dimensioni: «Se metto a compostare un ago di pino e un film di bioplastica – il materiale dei sacchetti della spesa – questi avranno tempi di compostaggio veloci. Un tronco e un mattone di Mater-Bi, invece, dovranno essere sottoposti a più cicli di compostaggio per biodegradarsi. Per questa ragione gli standard di produzione e le certificazioni impongono spessori massimi oltre i quali non è possibile dire che l’oggetto è compostabile. Non potrei per esempio produrre un mattone di Mater-Bi e definirlo compostabile, anche se di fatto il materiale lo sarebbe, perché è biodegradabile e non contiene metalli pesanti»

Quello che da un lato può sembrare un limite – le bioplastiche compostabili devono avere dimensioni ridotte – dall’altro lato si trasforma in una risorsa: non c’è il problema delle microplastiche nel campo delle bioplastiche. «Le microplastiche sono minuscoli frammenti di plastiche convenzionali rilasciate nel suolo e nelle acque a causa della discarica incontrollata. Su questo punto abbiamo fatto numerosi studi per dimostrare che Mater-Bi non rilascia microplastiche. L’Echa, agenzia europea delle sostanze chimiche, ha definito microplastiche le particelle di plastica resistenti alla biodegradazione. Le particelle di Mater-Bi sono biodegradabili, non persistenti nell’ambiente, pertanto non possono essere definite microplastiche. Più il Mater-Bi è sminuzzato e maggiore è l’interazione con batteri e ambiente circostante che lo degradano».

Tra i campi di applicazione del Mater-Bi, oltre agli imballaggi, ci sono i teli per la pacciamatura, di solito in materiale plastico, utilizzati in agricoltura per controllare la crescita delle erbe infestanti. Al termine della stagione andrebbero rimossi, ma accade che qualcuno li bruci illegalmente, sprigionando diossine, o, più frequentemente, che si strappino lasciando brandelli o microplastica sul suolo. «Alcune zone della Spagna e della Sicilia sono devastate dal problema dei teli da pacciamatura abbandonati nei campi. I teli per pacciamatura in Mater-Bi invece possono essere lasciati nel terreno perché degradano, trasformandosi in anidride carbonica, acqua e biomassa». Dato lo stigma che ha colpito la plastica negli ultimi anni, anche la bioplastica è spesso vista con sospetto: «Dire bioplastica sembra come dire plutonio non radioattivo: impossibile. Questo crea sfiducia e preconcetto. Spesso anche in ambito accademico e nella letteratura scientifica si tende a credere che una produzione industriale non possa essere ecologica a priori: un atteggiamento mentale che diventa anche un modo per aver un certo successo accademico, ma che rende il nostro lavoro difficile. Spesso ci troviamo a lavorare con il vento contrario».

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Oltre al Mater-Bi, il gruppo Novamont produce Matrol-Bi, una linea di biolubrificanti e grassi a rapida biodegradabilità; e Celus-Bi, gamma di ingredienti da fonte rinnovabile per il settore della cosmesi e della cura della persona: dalle creme idratanti agli shampoo, dai fondotinta ai rossetti.

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