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La richiesta di pelle italiana è spropositata rispetto alla materia prima – quali alternative?

La pelle che deriva dai macelli italiani non soddisfa le richieste del mercato conciario. Design italiano e tecnologia tedesca creano NUO – legno morbido come la pelle – e favoriscono la crescita di alberi

Dove si mangia carne, si vende pelle. Questa la logica alla base del commercio della materia prima destinata alle concerie. La pelle di abiti, borse, calzature, interni di auto, arredamento e oggetti realizzati in Italia deriva per il cinque percento dal nostro Paese. Il novantacinque percento è importato. Non è una questione di costi. La pelle all’estero non ha prezzi differenti. Il valore si calcola in base alla sua qualità e alla sua quantità. «La pelle si basa su un’offerta inelastica: il suo valore è dato dall’equilibrio tra domanda e offerta. Può valere zero o sottozero (come nei momenti drammatici del Covid) o avere un valore in base al tipo di trattamento e lavorazione che il cliente può dargli. Non esiste un valore puramente estrinseco», spiega il presidente della Camera Arbitrale delle Pelli Francesco Matelli. «L’offerta è data dalla domanda di carne non da quella di pelle. Non posso influenzare la macellazione per il prezzo della pelle per questo allevare un animale per ricavarne la pelle non ha senso. Questo è un problema del settore, spesso i clienti finali che devono fare programmi sul prezzo della pelle finita fanno fatica a capirlo», sottolinea Matelli.

Una conseguenza dell’origine stessa del mondo conciario, la sua circolarità. La pelle è uno scarto dell’industria alimentare. Se l’animale è maltrattato, vive in condizioni malsane o si ammala, il mondo dell’industria conciaria ne risente. «L’ottanta percento dei difetti che si porta dietro la pelle nascono nel ciclo di vita dell’animale, per questo incidono molto i sistemi di allevamento. Nelle zone dove c’è il filo spinato sui confini del bestiame al pascolo, la pelle è più rovinata, segnata» continua Matelli. «Nei paesi nordici da trent’anni anni è stato sostituito il filo spinato con il filo elettrico a bassa tensione, così l’animale percepisce il confine senza farsi male o rovinare la pelle. La Svizzera ha una cultura nell’attenzione all’animale, ha una legge che impone la pulizia delle stalle e determinate condizioni igieniche: la qualità della materia prima è molto elevata».

Concerie Leather
SCAMPOLI E RITAGLI DI PELLE. IMMAGINE M0851

Controllare la tracciabilità e la provenienza dei lotti di pelle è uno dei punti cardine del sistema, verificarne la corretta vendita e risolvere le controversie è l’obiettivo della Camera Arbitrale (attiva in Italia dal 1936). La pelle, prevalentemente quella di bovino e ovino-caprino, è commercializzata in quattro diversi stati fisici: il primo è quello che segue la catena del freddo. L’animale appena scuoiato viene diviso in lotti omogenei, questi sono conservati freschi e poi consegnati alle concerie. Questa modalità è quella (più usata in Europa) e che ha meno impatto da punto di vista ambientale, va considerato il consumo di energia (trasporto e refrigerazione). Bisogna però stare attenti sulle tempistiche, la pelle in questo stato non dura più di sette giorni dal momento in cui viene scuoiata al momento che viene messa nei bottali per la concia. Esiste poi la modalità ‘storica’ (la più vecchia e tradizionale) che sala la pelle in modo da disidratarla e conservarla più a lungo. «Questo è ancora un metodo utilizzato in gran parte del pianeta dove non c’è una conceria locale e quindi la materia prima deve essere consegnata in giro per il mondo. Si parla di materia grezza», spiega Matelli. La pelle semilavorata si divide in bagnata o secca. È un procedimento che salta la fase di salatura investendo in una concia iniziale che prepara la pelle alle lavorazioni di rifinizione – concia e tintura saranno fatte nelle concerie di destinazione. La pelle semilavorata è trattata soprattutto dai grossi produttori negli Stati Uniti, Australia, Sudafrica. La pelle secca (crust) è già trattata e tinta. Questo stato fisico della materia si ritrova nelle pelli di piccola taglia ed è destinato ad una base qualitativa più bassa. «Le concerie italiane rappresentano un’eccellenza e lavorano meglio i prodotti non trattati all’origine, così da avere anche un maggior controllo su tutta la filiera», sottolinea Matelli.

Perché l’Italia importa quasi tutta la pelle se proviene da una lunga tradizione conciaria? La pelle che deriva dai macelli italiani non soddisfa le richieste del mercato conciario. «La macellazione italiana bovina porta duemila e seicento capi (dati del 2019 ndr). La domanda di produzione conciaria di pelle bovine va dai venticinque ai ventisei milioni di capi. L’Italia deve soddisfare le richieste nel mondo e allo stesso tempo il mondo ha bisogno dell’Italia per la sua manifattura». In Europa i maggiori esportatori di pelle sono quelli che hanno maggiori macelli in funzione. Al primo posto per i bovini la Francia (quattro milioni di pelli all’anno), l’Olanda per il vitello (un milione e ottocento mila), segue la Germania. È questa la complessità e la grande capacità della conceria, riuscire a creare un prodotto più omogeneo possibile per realizzare un prodotto finito, partendo da una materia prima estremamente disomogenea e destinata, altrimenti, allo smaltimento inquinante.

Per rispondere alla continua domanda di prodotti finiti realizzati in materiale simile alla pelle e a basso costo, si è sviluppato il commercio e la distribuzione di materiali sintetici a base plastica, che ora per legge non possono più essere chiamati con il suffisso pelle, cuoio e pelliccia ma che continuano ad essere commercializzati. Prodotti di bassa qualità e inquinanti che hanno influito negativamente sull’industria conciaria, facendo leva sulla disinformazione delle persone (diffondendo l’idea che gli animali fossero allevati per essere poi scuoiati). In parallelo – e grazie a una nascente consapevolezza sulla sostenibilità ambientale – si sono sviluppati materiali di base vegetale che non possono comunque essere chiamati con il termine ‘pelle’, ma che diventano un’alternativa ai materiali plastici e alla pelle animale. Tra questi c’è NUO, un materiale ecosostenibile brevettato a base lignea, morbido e flessibile come la pelle.

L’idea di creare un prodotto vegetale che potesse avere le qualità della pelle ma che rispondesse ai criteri della sostenibilità è di Marta Antonelli, fashion designer romana che nel 2012 convinse suo padre Marcello (con un passato nel mondo tessile) a realizzare questo prodotto. Il legno, materiale vivo che accompagna l’uomo, diventa una risposta al loro impegno. Inizia la ricerca necessaria per trasformare il materiale in un foglio flessibile. Il piallaccio, cioè il taglio sottile del legno accoppiato ad uno strato di cotone e ad una incisione a laser sono le basi della creazione di NUO. Dal 2017, grazie all’incontro tra design italiano e tecnologia tedesca, NUO si industrializza in Germania presso la Schorn e Groh Gmbh di Karlsruhe. La sede è passata da Roma alla Germania nel 2019, e nel 2020 viene fondata la nuova società NUO Gmbh.

NUO Concerie
NUO, MATERIALE ECOSOSTENIBILE BREVETTATO A BASE LIGNEA. IMMAGINE NUO GMBH

«Si tratta di un multistrato di sottile legno naturale (prevalentemente noce, frassino e faggio certificati EUTR o FSC ndr) a cui viene abbinato uno strato di adesivo EchoPU (colla a base di acqua) e uno strato di cotone (Certificato Standard 100 OEKO – TEX, che non contiene pesticidi o materiali dannosi per l’uomo e l’ambiente). Il pannello che si ricava riceve poi dei tagli tramite laser che incidendo il legno disegna delle micro-texture. Il materiale diventa così flessibile ma mantiene corpo e mano. Come ultimo passaggio, una finitura a base acqua (senza solventi) è distribuita sul materiale, così da migliorarne le resistenze e la durabilità», spiega Adriano Pistola Key account di NUO Gmbh. NUO è un materiale sostenibile e cruelty free, proviene dalla natura e circolarmente restituisce alla natura. Questo è possibile grazie alla selezione e all’attento taglio degli alberi che si basa su un piano di gestione forestale. Il legno di NUO proviene da foreste dell’Est Europa e Nord America. «Piano di gestione forestale significa fare un inventario trentennale di determinate aree di una foresta data in concessione. L’azienda che produce legno deve iniziare selezionando una prima zona (pista forestale) all’interno della foresta e in questa, cominciare tagliando solo gli alberi che hanno raggiunto un diametro tale da essere considerati maturi. Tagliare alberi maturi permette la naturale auto-rigenerazione dello stesso (visibile già a distanza di tre mesi)», spiega Pistola.

Oltre a tali operazioni volte a ridurre l’impatto ambientale e a favorire la rigenerazione naturale, a fine cantiere vengono effettuati dei rimboschimenti artificiali con piante cresciute in vivaio derivanti da semi raccolti nelle foreste utilizzate. Terminato il taglio in una zona della foresta si passa alla seconda, favorendo la ricrescita di quella precedente. Il cotone per NUO è comprato da un fornitore italiano. In quale altro modo NUO riduce l’impatto ambientale? «Il processo produttivo a valle è totalmente a secco», sottolinea Pistola. «Noi non abbiamo inquinamento delle acque, suolo e ambiente perché non abbiamo scarichi di sostanze chimiche e abbiamo zero consumo idrico». Le uniche sostanze utilizzate per realizzare NUO (colla e finitura) sono a base di acqua e non contengono solventi.

Il prodotto finito ha un peso compreso tra i cinquecento e i settecento grammi a metroquadro, uno spessore che varia tra 0,7 e 1,2mm, e può essere utilizzato in diversi settori, come la pelle. Dalla moda all’automotive, all’arredamento. NUO ha inoltre realizzato uno studio sul ciclo della vita del prodotto (Life Cycle Assesment, LCA) per tracciare l’impronta inquinante del materiale (carbon footprint). «È un metodo che permette di quantificare i potenziali impatti sull’ambiente e sulla salute umana associati a un bene o servizio. Lo studio, strutturato secondo la ISO 14040 e 14044, ci ha portato dei dati interessanti, NUO contribuisce a mitigare il cambiamento climatico riducendo la sua carbon footprint di almeno -63% per metro quadrato di prodotto finito lungo l’intero ciclo di vita del prodotto se paragonato a un metro quadrato di pelle prodotta da una conceria italiana tra le più sostenibili. Se vogliamo fare un altro esempio, in confronto al benchmark della pelle, l’uso di un metro quadrato di NUO per produrre uno zaino contribuisce a ridurre la carbon footprint di circa 30 Kg CO2Eq», conclude Pistola.

IMMAGINI

NUO
Printzstraße 15-17, 76139
Karlsruhe, Germany

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