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Phillacolor: la tintura a freddo e a basso impatto di origine vegetale

L’innovazione tessile passa per il recupero delle tradizioni preindustriali, permettendo di risparmiare acqua ed elettricità grazie agli scarti vegetali del territorio valdostano

L’ultimo album di Brian Eno, Mixing Colours, composto insieme a suo fratello Roger, lungo venticinque tracce di musica ambient come nella tradizione del produttore e musicista britannico, indugia sulle sonorità evocate da ciascun materiale con i propri colori. Il colore è sullo sfondo, come un suono. La riflessione sul colore passa nella maggior parte dei casi per la vista. Laura Cortinovis si occupa dell’incontro fra il colore e il tessuto da vent’anni. Architetto per i primi 35 anni della sua vita, è stata catturata da una riflessione: «La pelle è l’organo più esteso del corpo umano. La pelle è perennemente a contatto con i tessuti». Questa consapevolezza si è intrecciata con l’interesse per il tessuto, sfociato nella collaborazione con la Fondazione Pistoletto, con cui condivide l’obiettivo di dar vita a una moda più sostenibile. La textile designer, a volte definita architetto del tessile, ha condotto le sue ricerche animata dall’impatto ambientale provocato dai colori di sintesi. «L’idea di Phillacolor nasce da una mia domanda, entrando in un supermercato. Ho visto molti colori chimici, e mi sono chiesta perché non ci fossero in commercio colori naturali. Perché non dare ai clienti la possibilità di scegliere?»

La nascita di Phillacolor in Valle d’Aosta ha alla sua base un lavoro di ricerca storica sugli usi dei colori naturali e sulle tinture praticate sin dall’antichità. «Il processo delle nostre ricette si associa a colori che somiglino il più possibile al pH della pelle, per ridurre il rischio di reazioni allergiche», spiega Cortinovis. Il progetto è arrivato alla fase di elaborazione finale nel 2019, ed è stato presentato insieme a Cittadellarte Fashion B.E.S.T. (Better, ethical, sustainable, transformation) a White Milano. Una ricerca, quella di Laura Cortinovis, che parte dalle pratiche tintorie italiane diffuse prima dell’industrializzazione di metà Novecento. «Nella pianura padana, e fino alle zone collinari e montuose nelle Marche, erano diffuse le coltivazioni di piante tintorie, poi soppiantate in poco tempo con la rivoluzione industriale. Oltre alle piante, è andato perduto il sapere annesso alla loro lavorazione». Robbia, reseda, guado e iperico erano e sono in grado di fornire colori in modo naturale. L’intuizione di Cortinovis per Phillacolor è stata quella di «recuperare ricette classiche con il maggior apporto possibile di innovazione, per ridurre la quantità di acqua impiegata nelle tinture. Ho avuto modo di vedere i processi di tintura industriale e sono rimasta colpita dalle quantità d’acqua utilizzate e dai residui prodotti», racconta. «Rimanevano inoltre alcune perplessità relative all’impatto delle stesse tinture naturali. Anche i loro processi richiedevano numerosi litri d’acqua».

L’evoluzione praticata da Phillacolor passa per la tintura a freddo. «Per una maglietta da duecento grammi occorrono circa cento millilitri di colore e cinquanta d’acqua. Il fissaggio avviene tramite l’ossidazione dell’ossigeno. I colori hanno una ricetta molto concentrata, che può essere diluita in base alla tonalità che si desidera ottenere». Mediamente la proporzione è di due a uno e mezzo, ma varia in base allo spessore della fibra impiegata e alla sua capacità di assorbire i colori, maggiore nel caso della seta. Le tipologie di tintura sono tre e usano solo elementi vegetali. Dye è il classico colore per tingere a immersione per ventiquattr’ore a freddo, «prodotto per mettere in pratica l’innovazione tramite la sensibilizzazione verso le tecniche tradizionali», spiega Cortinovis. Ci sono poi le tempere e gli acquerelli, che si possono impiega a freddo o a vapore: «Una tecnica che personalmente gradisco meno, per il suo maggior impiego d’acqua». Oltre alla riduzione dell’acqua, Cortinovis sottolinea come le tinture richiedano solo la manualità dell’essere umano, eliminando così il bisogno di ricorrere all’energia elettrica. «Abbiamo anche iniziato a praticare lo stampaggio in vegetale, recuperando le foglie secche degli alberi. Spennelliamo le foglie con le nostre tempere, oppure usiamo l’eucalipto che non richiede colore aggiuntivo, per poi stampare il colore sui capi. Perché le foglie rilascino il colore, in questo caso è obbligatorio l’uso del vapore».

procedimento acquerello pompetta 05
Procedimento acquerello pompetta, immagine Phillacolor

Cortinovis si sofferma sulle differenze con le pratiche industriali. «Rispetto ai filati industriali, i manufatti che impieghiamo non necessitano di finissaggio, una lavorazione che serve a rimuovere i difetti e le impurità che un tessuto può accumulare nelle fasi precedenti, quali aloni e macchie. Rende il tessuto più morbido, e si può ottenere con procedimenti meccanici o chimici. Il risultato produce capi apparentemente perfetti e naturali, ma a contatto con l’acqua solitamente emergono tutti i difetti del tessuto e i residui delle sostanze impiegate. Non è un fattore necessariamente negativo, ma l’impiego di materiali come fluoro e argento risultano nocivi per l’ambiente e per l’essere umano». Il finissaggio si rende necessario per l’impiego dei colori di sintesi. I tessuti che adoperano le tinture naturali Phillacolor sono sottoposti alla meno invasiva mordenzatura, che prepara fibre e tessuti a legarsi stabilmente con i colori naturali tramite l’uso di sali di rocca. «La mordenzatura è infatti quel processo che prepara le fibre o i tessuti a legarsi con i coloranti naturali in modo stabile e avviene attraverso l’uso dei mordenti. La procedura consiste in un bagno ad immersione, che prevede di misurare il mordente e di scioglierlo in acqua. Vi si immergono le fibre a freddo per ventiquattro ore, dopodiché si sciacqua e strizza il capo per disporlo alla tintura», spiega Cortinovis. Le proporzioni dei materiali si calcolano in base al peso a secco delle fibre. Le fibre animali prediligono l’allume di potassio, mentre quelle vegetali una mistura di allume di potassio e carbonato di sodio. «Quando il manufatto è asciutto, se prodotto con tessuti protetici come la lana viene immerso in bacinella con un ammorbidente ricavato da estratti naturali come aloe vera o lavanda».

La riduzione dell’impiego d’acqua è consistente. Secondo Cortinovis «l’impatto sulle acque superficiali si azzera. Si azzerano anche i processi e i costi di depurazione. I colori naturali, anche se hanno dei residui di lavorazione, non impattano quanto gli scarti dei colori sintetici». Un altro vantaggio è legato alla riduzione della filiera. «Per ottenere i materiali necessari abbiamo esplorato il territorio valdostano, raccogliendo le piante spontanee per valutarne i risultati tintori. Ci siamo rivolti ai coltivatori locali che ci hanno fornito i loro scarti. Prevalentemente sambuco, rabarbaro spontaneo e prunus, che producono sfumature di verdi e di rosa». Sulle difficoltà nell’uso delle materie prime naturali, Cortinovis sottolinea che «la tintura naturale non può soppiantare quella sintetica, altrimenti si creerebbe un problema inverso di sostenibilità legato allo sfruttamento intensivo di altre risorse». In tal senso si rende utile il recupero, anche dei colori di sintesi. «Dalle ricerche della Fondazione Pistoletto ho scoperto, come mi riferiva Olga Pirazzi, che è possibile recuperare il colore di sintesi in polvere dagli scarti tessili, reimpiegandolo nei tessuti tramite un procedimento ad aghi». L’ambizione, condivisa con la fondazione Pistoletto, è di dare vita alla prima tintoria italiana a base di coloranti naturali. «Ho già tutto il piano in mente. Ci vorrebbe qualcuno interessato a convertire la propria tintoria industriale ai metodi naturali». È necessario indirizzare la sensibilità del pubblico e la domanda in tal senso. In ambito industriale si può intervenire sulla resa del colore grazie alla produzione in serie, dai risultati standardizzati: «La resistenza più forte sta nell’educare l’utente finale ad accettare le particolarità delle tinture naturali. Non sono lucide e non restituiscono colori saturi come quelli di sintesi. A volte si resta colpiti dal fatto che la tonalità possa cambiare in un giorno di pioggia rispetto a un giorno più secco. È sufficiente che l’umidità dell’aria cambi, per alterare impercettibilmente la resa della tintura». 

In attesa del salto a un modello produttivo su scala maggiore, Phillacolor nel 2021 avvierà la coltivazione di piante autoctone non protette grazie ad accordi con i coltivatori di zona, per ottenere un maggior numero di colori quasi a chilometro zero. Si arricchirà anche la disponibilità di colori per i materiali non tessili: oltre alla linea per carta e tela, ce ne sarà una per il legno a base di gomma vegetale. Non mancano collaborazioni nell’ambito della moda, con la designer Flavia La Rocca, vincitrice del premio Franca Sozzani Gcfa come Miglior designer emergente nel 2019: «Flavia La Rocca ha ideato un vestito modulare da cui si possono ricavare dieci combinazioni differenti. Si crea un ciclo di vita per un prodotto che occupa poco spazio e ha dieci impieghi diversi. Nell’industria tessile escono centinaia di metri di tessuti colorati, che a fine stagione va al macero se non impiegato. Usando il tessuto bianco grezzo, ciascuno può decidere come personalizzarlo. Questo abito dà la possibilità al cliente di scegliere le nuance di colore, non gli viene imposto nulla ma gli viene proposto un tessuto grezzo, da tingere a piacimento».

IMMAGINI

Phillacolor
Via Roma 27,
11100 Aosta AO

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