PLASTICA PROCESSO BIODEGRADABILE
TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
STORE / PROTOTIPO
CONDIVIDI
Share on facebook
Share on linkedin
Share on pinterest
Share on whatsapp

Surrogati della plastica e corretto riciclo: un esperimento e un’app

In Italia si producono circa 2 milioni di imballaggi, per un volume pari a 44mila balenottere azzurre. Cinquecento famiglie di cinque comuni lombardi hanno provato a vivere senza plastica

Buscate, Lainate, Buccinasco, Parabiago e Castano Primo: cinque comuni lombardi si confrontano con due mondi opposti, plastica e compostabile. Il progetto Meno plastica in Comune, realizzato da Altronconsumo in collaborazione con Assobioplastiche e promosso da Regione Lombardia ha coinvolto cinquecento famiglie in una serie di test finalizzati a monitorare il loro impiego di materiale riutilizzabile e proposto in sostituzione alla plastica. «Il progetto ha coperto circa un anno di tempo. Abbiamo cominciato distribuendo alla cittadinanza locale 2mila borracce in acciaio, da usare in alternativa all’acqua in bottiglia», spiega Silvia Bollani di Altroconsumo. «Al tempo stesso abbiamo promosso la costruzione di fontanelle sia in alcune zone della città sia all’interno delle scuole, come soluzione al posto dei distributori di acqua confezionata. Il progetto è partito prima del covid e prevedeva la presenza in aula degli studenti. La didattica a distanza non ha però fermato il lavoro».

Alle famiglie coinvolte nello studio è stato inviato un kit di prodotti compostabili da provare a casa: stoviglie, piatti, bicchieri, posate, contenitori per cibo, ciotole con coperchio, sacchetti per congelare e sacchetti per l’umido. «Abbiamo in seguito proposto altri oggetti a un totale di 15 famiglie volontarie. Si trattava di prodotti che puntavano a eliminare il packaging di plastica nell’uso domestico: shampoo solido confezionato in acciaio, tessuti cerati, refill dei detersivi», continua Bollani. «A causa della pandemia siamo stati costretti a fare spedizioni a domicilio. In tutto cinquecento scatole contenenti il materiale, una per famiglia. Abbiamo inoltre organizzato una serie di conferenze rivolte alle scuole, da svolgere in remoto: sull’uso della plastica, sul cambiamento climatico e sull’economia circolare». Si faranno, e si capirà cosa ne pensano i più giovani, primi combattenti delle battaglie green. Emergono intanto trend e risposte dalle famiglie intervistate nel corso dell’esperimento.

I sacchetti biodegradabili-compostabili sono i più utilizzati dalle famiglie coinvolte: circa il 62% ha risposto di usarli sempre. Seguono i sacchetti gelo (25%) e a distanza i contenitori con coperchio (o ciotole, 4%). Il monouso è preferito soprattutto per motivi pratici, così dice il 91% degli intervistati, e per ragioni d’igiene secondo il 64%. In quali circostanze si utilizzano soprattutto i prodotti usa e getta? Il podio mette al primo posto le feste – 75% delle famiglie ha risposto così – al secondo la casa (51%) e al terzo l’ufficio (32%). Altroconsumo si è occupato di chiedere un’opinione sui singoli prodotti proposti come alternativa. Emerge un quadro diviso. Da un lato, alcuni materiali hanno ottenuto una recensione positiva. È il caso dei piatti, assimilabili alla plastica: alcuni partecipanti dicono di averli scambiati per plastica vera e di averli usati per servire pietanze molto calde, riconoscendone la robustezza. Altri hanno riscosso meno successo, come le posate – lama tagliente ma forma poco confortevole – o le ciotole, che rischiano fuoriuscite di contenuto. Andrebbe chiarita la componente ecologica dei prodotti compostabili, dicono gli intervistati, perché in fase di smaltimento si rischia la confusione: in alcuni casi i materiali di plastica sono buttati nell’umido (dove andrebbero i compostabili) e viceversa. Secondo i rilevamenti di Altroconsumo in Italia solo il 43% della plastica raccolta viene a tutti gli effetti riciclata. Il restante 49% finisce invece nell’inceneritore.

junk app
La Junk App permette di individuare il materiale dell’oggetto per indicare come fare correttamente la raccolta differenziata

In Italia si producono circa 2 milioni di imballaggi, per un volume pari a 44mila balenottere azzurre. «Ci siamo occupati di scrivere una guida per capire cosa si può fare, nel quotidiano, per ridurre l’impatto ambientale. L’esperimento fatto con i comuni lombardi è un modello che vorremmo riprodurre anche altrove», continua Bollani. Si può cominciare dal frigorifero. Va posizionato nella parte più fresca della cucina, e la temperatura non va impostata sotto i 3-5 gradi: troppo bassa per gli alimenti e ad alto impatto per l’ambiente. Male anche se c’è eccessivo ghiaccio nel freezer. Secondo Altroconsumo 5mm fanno consumare il 15% in più. Per fare prevenzione l’elettrodomestico da gestire con più attenzione è la lavatrice. Se usata con riguardo si può evitare un impatto ambientale altrimenti massiccio. Consigliati 3-5 lavaggi a settimana a 30 gradi, sempre a pieno carico. Il bucato va steso subito: i comandamenti eco-solidali non prevedono l’asse da stiro. Tornando alla plastica, la si può ridurre anche quando si scelgono i prodotti per la pulizia. Bene preferire detersivi concentrati, anche perché hanno maggiore durata e occupano meno spazio in dispensa. Occorre scegliere ricariche e refill al posto dei canonici flaconi, perché si riesce a risparmiare il 70% della plastica. In alternativa via libera anche ai detersivi alla spina. E soprattutto si può scegliere di chiudere fuori casa i classici anti-ambiente: cannucce, acqua in bottiglia, confezioni monodose, piatti e bicchieri monouso, prodotti incartati in packaging vistosi. Un esempio su tutti sono i giocattoli per bambini, spesso confezionati con grandi imballaggi.

La plastica è spesso associata all’alluminio, utile per impedire il degrado di alimenti. Le confezioni composte da materiali misti sono più difficili da riciclare: non tutti gli utenti sanno cosa va buttato e dove. Anche i pezzi troppo piccoli sono riciclo sprecato, spiega Altroconsumo. Il rilevatore automatico non li riconosce in fase di smistamento e spesso sono trascurati. Il colore più inquinante – anche per gli imballaggi, non solo per la moda – è il nero. Non tutti i tipi di plastica sono uguali: il più adatto a sposare l’ottica di un’economia circolare è il PET, polietilene tereftalato. È il polimero più riciclabile ed è spesso anche molto pulito. Di questo materiale è composta, per esempio, una bottiglia d’acqua minerale. Nel 2019 sono state impiegate 230mila tonnellate di PET rigenerato: la maggior parte per realizzare nuovi imballaggi, il resto usato nel settore delle costruzioni. In Europa, insieme alla Germania, l’Italia è il Paese che ne usa di più. Altroconsumo rileva che nel 2018 ne sono state riciclate in tutto 29 tonnellate, evitando che finissero in discarica. 

Lo smaltimento e il riciclo dei rifiuti resta un capitolo spesso confuso. Fra i soggetti che lavorano per fare chiarezza c’è Junker, un’app nata nel 2016 in Emilia Romagna che classifica gli imballaggi, li suddivide nei loro componenti e spiega come buttarli. Parte dal codice a barre dei prodotti stessi. L’utente lo inquadra con lo smartphone e poco dopo riceve specifiche sui materiali e sulla loro composizione: plastica, carta, vetro ecc. I comuni possono abbonarsi e condividere con Junker le proprie regole di smaltimento. La localizzazione tramite gps farà capire a chi usa l’app in quali bidoni buttare le singole parti di una confezione. «Per quanto riguarda la plastica, la prima distinzione che dobbiamo fare è fra imballaggi e non imballaggi», spiega Noemi DeSantis, una delle fondatrici. «Come dice il consorzio ufficiale – Corepla – solo i primi vanno gettati nella plastica. Bottiglie, confezioni – tutto quello che non rappresenta imballaggio, anche se è composto dallo stesso polimero, è da buttarsi nell’indifferenziato». Qualche esempio: «I vasi per le piante. Se compro una pianta già inserita in un vaso di plastica posso considerare quest’ultimo come un imballaggio, e posso gettarlo nell’indifferenziata. Se invece compro il vaso in seguito, da solo, lo devo intendere come oggetto: non va nella plastica». Oppure: «I giochi per bambini, come la casa delle bambole. La confezione è differenziabile, il contenuto no. Una bacinella per lavare i panni: da buttare nell’indifferenziato. O ancora, i pennarelli e il mascara: sono plastica, ma non posso gettarli nel bidone apposito». Succede perché, come si legge sul sito di Corepla – il consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica – i produttori e gli utilizzatori di imballaggi sono tenuti ad aderire al Conai, il consorzio nazionale imballaggi. Versano a quest’ultimo il Contributo Ambientale, determinato in base a tipologia e quantità del materiale d’imballaggio immesso sul mercato nazionale. Serve a sostenere i costi necessari per la raccolta differenziata, per il riciclo e per il recupero dei rifiuti. Chi non produce imballaggi non paga questo contributo e non ha diritto al far entrare il proprio prodotto nel circuito. 

Quando si fa differenziata è possibile distinguere fra PET e plastica? «In Italia no, perché non ci sono distributori appositi per il PET. Si può scegliere di imparare a distinguerlo dalle altre plastiche per una questione di cultura personale», continua DeSantis. «Riceviamo spesso segnalazioni, domande e dubbi sul capitolo riciclo. Cosa gettare e dove, se è necessario pulire gli imballaggi prima di buttarli e così via. Purtroppo molti errori sono commessi in buona fede, anche perché alcune fonti considerate autorevoli diffondono imprecisioni». Le informazioni, continua De Santis, vanno ricercate fra i Consorzi ufficiali. CIAL – Consorzio imballaggi alluminio, RICREA – Raccolta e riciclo imballaggi acciaio, Comieco – Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica, Rilegno – Consorzio nazionale per la raccolta, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi in legno, COREVE – Consorzio per il riciclo del vetro. A questi va aggiunto, ovviamente, Corepla. 

Il riciclo corretto della plastica si comincia poco prima di gettare nel bidone le confezioni. «Le bottiglie di acqua o di bibite non vanno appiattite premendo dalla base al tappo e schiacciando a fisarmonica. Vanno pressate nel senso della lunghezza, per esempio mettendole per terra e poi salendoci con i piedi», spiega DeSantis. «In questo modo i lettori ottici dei centri smaltimenti rifiuti le riconoscono». Le etichette si lasciano dove sono: «Non è il caso di toglierle. Gli imballaggi sono sciolti ad alte temperature e finiscono per essere incenerite». Le confezioni possono anche non essere pulite, ma devono essere vuote: «L’importante è che siano prive di residui. Non è il caso di lavarle: saranno sciacquate e sterilizzate in fase di riciclo». Chiude DeSantis: «Più indifferenziato – o secco residuo – produciamo, più paghiamo. La tari punterà in questa direzione». Junker chiuderà quest’anno con 1000 comuni abbonati.

IMMAGINI

Junker app è stata creata da Giunko srl. L’hanno fondata Benedetta e Noemi DeSantis insieme a Giacomo Farneti e Todor S. Petkov. Ha sede a Bologna. Fra i vari progetti collaterali c’è la bacheca del riuso, connessa alla stessa app. Un mercato del riuso su scala locale, in contrapposizione a piattaforme come Subito.it. 

WE UPDATED OUR PRIVACY POLICY AND OUR COOKIE POLICY.

WE USE COOKIES, INCLUDING THIRD-PARTY COOKIES, FOR OPERATIONAL PURPOSES, FOR STATISTICAL ANALYSIS, TO DISPLAY PERSONALIZED CONTENT, TO DISPLAY ADVERTISING TARGETED TO YOUR INTERESTS AND TO ANALYZE THE PERFORMANCE OF OUR ADVERTISING CAMPAIGNS. COOKIES ARE ALSO USED TO CONTROL YOUR PAYMENTS THROUGH OUR ANTI-FRAUD PROVISION. BY CONTINUING TO BROWSE THE SITE, YOU AGREE TO OUR USE OF COOKIES.