THE BED SEES COMPANY
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Canapa: non c’è niente da inventare, c’è solo da non dimenticare

Rinnovare la memoria della canapa indossandola – un mosaico di imprese italiane suddivise in quattro regioni. Dalla jeanseria in Molise all’atelier di Egna

Coltivare e lavorare la canapa per uso tessile è un’attività che rimanda a fotografie in bianco e nero, bauli impolverati e memorie storiche. Marito e moglie, a cavallo tra Italia e Germania, hanno pensato di valorizzare una pianta che non conoscevano, credendoci e investendo sulle competenze del made in Italy. Nel 2015 Barbara Trenti e Andreas Geier lasciano il loro lifestyle cafè creativo a Laives (Bolzano) – locale con sartoria e musica dal vivo nel weekend – e partono per Amburgo con i loro due figli. «Dovevamo rimanere solo per un anno per motivi di lavoro, poi siamo rimasti tre anni e nel 2016 abbiamo fondato The Bad Seeds Company», spiega Barbara Trenti – biologa con un passato da insegnante. «Vogliamo che una storia di successo vecchia di secoli non sia dimenticata».

Il rapporto con il mondo del tessile e il riciclo delle stoffe è una questione di famiglia, per lo più legata al mondo della lana. In Alto Adige si stima siano buttate circa cento tonnellate di lana all’anno. «Nella sartoria a Laives facevamo up-cycling di lana ma non conoscevamo il mondo della canapa e le sue potenzialità». Una scoperta nata da una serie di circostanze che uniscono la Val d’Ultimo e una piantagione di canapa. «Quando abbiamo visto per la prima volta un campo di canapa ci siamo resi conto della bellezza di questa pianta e di tutte le possibilità che offre. In più, volevamo allontanarci dal mondo della lana perché nella nostra zona le pecore sono tenute malissimo – perché servono per la carne ma poi la lana è bruciata. Eravamo alla ricerca di un’alternativa vegetale». La canapa può produrre fino al duecentocinquanta percento di fibre in più rispetto al cotone e il seicento percento di fibre in più di fibre rispetto al lino utilizzando la stessa quantità di terra. 

La scoperta della canapa è in Italia ma la concretizzazione del progetto – cioè quello di realizzare capi in tessuto di canapa – avviene in Germania, ad Amburgo. «Coltivare canapa non era ancora legale ed era difficile trovare del materiale». Grazie all’individuazione di un grossista tedesco, riescono a trovare denim di canapa. La materia prima è raccolta e la fibra grezza trattata nell’Europa dell’est, precisamente a Odessa e in Romania. «Il mio obiettivo è sempre stato rintracciare fibre europee ma con manodopera italiana», per questo tutto il denim in canapa (circa quattrocento metri l’anno quello acquistato da The Bad Seeds Company) è diretto alle imprese partner del progetto altoatesino per essere lavorato. «Un tessuto rigido faticoso da cucire che ci ha costretti a fare diverse prove – non è stato aggiunto elastane ndr – solo dopo ogni lavaggio e usandolo, il tessuto diventa sempre più morbido». 

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In Molise si trova la jeanseria che si occupa della confezione del denim di canapa

Il mosaico di competenze che circonda The Bad Seeds Company, dal 2018 tornato a stabilirsi in Italia, a Egna (Neumarkt in tedesco) – in provincia di Bolzano, comprende diversi tasselli. In Alto Adige si trova la sartoria-atelier guidata da Barbara Trenti – responsabile della produzione e ricerca materiali – e dalla figlia Sofia, che dopo aver imparato come manipolare materiali come canapa, lino e ortica ha trasformato una passione in un lavoro quotidiano. Al loro fianco Andreas Geier, responsabile B2B dell’azienda e Katrin Taylor Voss responsabile vendite e marketing. A Egna – all’interno del negozio sviluppato dentro a una vecchia stalla, poi trasformata in falegnameria – si realizzano i pezzi unici o su misura, si disegnano i nuovi modelli e si studiano nuove combinazioni con stoffe di riciclo. «Abbiamo fatto camicie di ortica e un cappotto in canapa recuperando del tessuto lavorato a mano da una dote di cento anni fa, è ancora bellissimo», racconta Trenti. 

In Molise si trova la jeanseria che si occupa della confezione del denim di canapa. «Abbiamo cercato una realtà che potesse rispondere alle nostre esigenze e così abbiamo trovato Target Service Jeans (produzione denim couture, casual e sportwear conto terzi con sede a Pettoranello del Molise in provincia di Isernia ndr). Hanno lavorato per i grandi marchi della moda italiana finché questi non hanno delocalizzato all’estero, poi si sono reinventati collaborando per realtà più piccole sempre italiane. Il denim acquistato dal grossista tedesco arriva in Molise dove è lavorato, tagliato e lavato», spiega Barbara Trenti: «L’azienda svolge una tintura classica per il denim ma ha realizzato un impianto di depurazione e di riciclo dell’acqua all’ interno del suo stabilimento»

A Prato si trova l’azienda che si occupa della trasformazione di denim in cotone in maglieria, la seconda linea di capi The Bad Seeds Company: 2nd Life. La trasformazione avviene meccanicamente presso la Pinori Filati, azienda che da più di dieci anni combina diversi materiali di riciclo e che seguendo il protocollo ZDHC (Zero Discharge of Hazardous Chemicals) e rispettando l’Higg Index (sistema di misurazione di pratiche ambientali su tutta la filiera) dà nuova vita al denim usato. I jeans, dopo essere stati separati dalle parti metalliche – come cerniere e bottoni – sono ridotti in fibre, questa massa fibrosa è poi confezionata in balle per essere inviata al processo di filatura. La tracciabilità del processo è certificata dallo standard RCS (Recycled Claim Standard) che verifica la composizione del materiale riciclato nel prodotto finito. 

Una volta ri-filato, il cotone riciclato arriva in Puglia, precisamente a Galatone (in provincia di Lecce) dove si trova la maglieria con cui Barbara Trenti collabora da più di otto anni. «Noi conosciamo personalmente tutte le persone che lavorano i nostri capi. Quando gli abbiamo portato per la prima volta il materiale non lo conoscevano e hanno dovuto fare delle prove, ora hanno anche nel loro portfolio la lavorazione di un nuovo filato. La particolarità della maglieria ricavata da vecchi jeans si rivede anche nella resa della tintura perché spesso non è uniforme (vista la varia composizione del jeans che non sempre è fatto di solo cotone) questo crea un tratto distintivo unico».

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La collezione The Bad Seeds Company in materiali vegetali

Se i costi di produzione sono elevati e richiedono la cooperazione di più soggetti sparsi per l’Italia, The Bad Seeds Company non ne fa un problema, piuttosto un valore aggiunto. «Adesso bisognerebbe essere aggiornati e dare testimonianza del risparmio energetico e di acqua che si utilizzano nella filiera produttiva, noi non abbiamo ancora certificazioni in questo senso perché ci siamo concentrati sulla provenienza e la lavorazione delle materie prime», spiega la fondatrice. «Per le cuciture usiamo filo in cotone, le etichette sono in cartone o cotone mentre le confezioni per le spedizioni online le facciamo con scatole riciclate». In realtà una certificazione c’è, ed è quella di PETA, l’organizzazione americana a sostegno dei diritti degli animali (People for the Ethical Treatment of Animals). I capi di The Bad Seeds Company sono completamente vegani e di origine vegetale: «ci hanno contattato loro quando eravamo ancora ad Amburgo, è stata una bella sorpresa».

The Bad Seeds ha sperimentato una coltivazione di circa ottanta ettari di canapa nel padovano nel 2020 (in Alto Adige non è possibile perché molto spazio è dedicato alle mele e il territorio montano richiede particolari cure agricole) dalla quale si è ricavato la parte superiore della pianta mentre gli steli sono stati sminuzzati e messi da parte per la biomassa. «Non c’è luce dentro a un campo di canapa», racconta Trenti: «detta così sembra una cosa triste invece è una cosa positiva perché la pianta cresce talmente fitta che non dà possibilità di sviluppo alle infestanti». Per questo la coltivazione non ha bisogno di erbicidi o pesticidi.

Se la filosofia alla base di The Bad Seeds Company racconta un brand sostenibile, legato ad una moda durevole e guidato da fondamenti etici, il nome in cui si identifica rimanda a qualcosa di negativo, di cattivo. «I semi di canapa sono un po’ cattivi per il pregiudizio a cui si associa la pianta. Quando insegnavo a scuola ricordo che chi indossava una t-shirt con la foglia di canapa non poteva nemmeno entrare in classe. Quando dovevamo scegliere il nome per la nostra realtà ricordo che mi chiedevano perché non ‘good seeds’ visti i benefici della pianta. Credo che se sei disposto a indossare un jeans con una foglia di canapa stampata sull’etichetta ti piaccia essere ‘bad’. Poi i tedeschi sono un po’ pirati», continua Barbara Trenti: «E poi noi siamo musicisti, la scelta del nome rimanda anche a Nick Cave & the Bad Seeds, che noi amiamo».

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«La libertà di fare i nostri affari come riteniamo opportuno ha un prezzo elevato ed allo stesso tempo è di inestimabile valore per noi. Ecco perché amiamo quello che facciamo e come lo facciamo», lo scambio diretto con i clienti e con gli altri soggetti interessati a cooperare nello sviluppo e nella valorizzazione della canapa è uno dei principali obiettivi di The Bad Seeds Company. «In tedesco c’è un modo di dire che esprime quello che si dovrebbe fare anche con la canapa: ‘Tutti cuciniamo con l’acqua’. Bisogna fare rete ed essere onesti, idealisti e anche un po’ cattivi nel perseverare – un po’ bad appunto».

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