TILLANDSIA, ANTANARES
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Tillandsia, la pianta figlia del Vento che si nutre di aria e purifica gli ambienti

Senza radici, cresce attaccata ad alberi o ad altri oggetti. Scoperta da Cristoforo Colombo, è oggi utilizzata per il biomonitoraggio della qualità dell’aria e come ornamento di design

C’è chi le chiama le Figlie del Vento: è così che i loro semi sono trasportati dalla pianta madre al luogo in cui ne nasceranno di nuove. Sono le Tillandsie, circa 650 specie di piante appartenenti alla famiglia delle Bromeliacee. Nessuna vive nel terreno. In natura le si può trovare attaccate al tronco di un albero, o a una roccia. A un palo della luce, a un muro o a una ringhiera, se l’ambiente in cui crescono è urbanizzato. Non hanno radici e possono fare a meno del suolo e dei nutrienti lì presenti che permettono ad altre piante di sopravvivere. Al contrario di ninfee e fiori di loto, non devono crescere nell’acqua. Alle Tillandsie basta l’aria di cui si nutrono. Tutte hanno una capacità che affascina chimici, botanici e scienziati: le stesse foglie con cui si nutrono assorbono particelle ed elementi inquinanti presenti nell’aria che le circonda. 

Di Tillandsia in Europa si è parlato per la prima volta nel 1623, quando il medico e botanico svizzero Gaspar Bouhin la descrisse nel suo Pinax Theatri Botanici. I primi europei a scoprirla furono Cristoforo Colombo e i suoi uomini, sbarcati nelle Americhe. È lì che la Tillandsia cresce spontanea, coprendo un territorio che va dagli Stati Uniti meridionali – Florida e Louisiana – fino alla Patagonia cilena e argentina. «Sono piante tropicali che attraversano ambienti diversi fra loro – spiega Paolo Michieli, vivaista titolare dell’azienda del padovano Tillandsia e autore insieme al padre del libro Tillandsia –, per questo all’interno della loro famiglia gli esemplari sono numerosi e differenti l’uno dall’altro. È possibile che ne esistano ancora alcuni che non conosciamo, perché molti sono ibridi naturali. Fino a una decina di anni fa eravamo a conoscenza di circa 150 specie in meno di quelle catalogate oggi». Sparse tra la Cordigliera delle Ande, foreste pluviali e deserti sabbiosi, si sono dovute adattare a paesaggi e condizioni climatiche estreme. Attaccandosi agli oggetti o alle altre specie vegetali dove il vento deposita i loro semi, a lungo le Tillandsie sono state considerate parassiti. Così sembrò a Colombo sbarcato sull’isola di Guanahani, l’odierna San Salvador nelle Bahamas, stupito nell’osservare sulla corteccia degli alberi insolite formazioni floreali di varie forme e colori. La credenza – ancora oggi diffusa tra le popolazioni indigene delle loro terre natìe – andò avanti a lungo. Fino al 1904, quando il fisiologo vegetale Carl Merz pubblicò il primo saggio in cui veniva svelato il sistema nutritivo delle Tillandsie.

Spiega Michieli: «Le foglie sono ricoperte da peli che possono essere più o meno densi e di diversa lunghezza, a seconda della zona d’origine della pianta: i tricomi, organi che dall’aria assorbono acqua e umidità portandola all’interno della foglia». I tricomi sono formazioni cellulari simili a squame che si trovano sulla superficie di un gran numero di piante. La loro forma cambia a seconda della funzione che svolgono. Proteggono la foglia da raggi ultravioletti e infrarossi, ne abbassano la temperatura, evitano la dispersione dell’acqua. La scoperta di Merz fu che, per la specie delle Tillandsie, i tricomi – di colore argentato – intrappolano le particelle d’acqua che sono poi assorbite insieme ai sali minerali presenti nell’aria. In una prima fase i tricomi si sollevano dalla superficie della foglia, formando uno spazio dove si raccolgono l’acqua e i sali, intrappolati quando si abbassano. Il nutrimento per la pianta è trasportato dalle cellule periferiche a quelle centrali e da lì è poi distribuito in tutto l’organismo. Questo meccanismo. –ribattezzato tricopompa – è la chiave per capire come le Tillandsie riescono a vivere senza infestare gli alberi e le altre piante su cui crescono o come fanno a vivere senza appoggiarsi ad altri organismi viventi. Epifite – si servono delle altre piante solo come supporto – ma non parassite: non hanno bisogno di rubare il nutrimento ad altri vegetali. La sopravvivenza della Tillandsia è anche garantita dal rapporto creato tra la pianta e le colonie di batteri azotofissatori che spesso ospita. Trascorrendo l’intero ciclo vitale sulle foglie, le forniscono una parte delle sostanze organiche di cui ha bisogno. Rimangono i tricomi, che – dice Michieli – sono circa dieci volte più grandi degli stomi di cui la pianta si seve per respirare, il cardine del sistema nutritivo della Tillandsia. 

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Tillandsia ‘spanish moss’ al microscopio

«Insieme all’acqua e ai nutrienti, i tricomi assorbono anche gli agenti inquinanti presenti nell’aria che si depositano sulla foglia», dice Michieli. Da anni diversi studi indagano sul potenziale decontaminante di queste piante. La Tillandsia si è rivelata utile in esperimenti di biomonitoraggio dell’inquinamento atmosferico. L’assenza di apparato radicale permette di analizzare gli elementi presenti sulla pianta escludendo che questi possano essere stati assorbiti attraverso il terreno. Tra le ricerche che hanno messo in luce questa capacità, la collaborazione tra il botanico dell’Università di Firenze Luigi Birghigna e il dipartimento di Chimica dell’Università di Bologna. Per l’esperimento sono state posizionate diverse piante di Tillandsia Usneoides in un’aiuola di Piazza Donatello, lungo la trafficata Circonvallazione della città di Firenze. Dopo sei mesi di esposizione sono state analizzate dai laboratori del dipartimento di ricerca bolognese, che hanno esaminato quali sostanze si fossero depositate sulle foglie di Tillandsia così da ottenere un quadro completo dei particolati presenti nell’aria. Da quattro anni Michieli collabora con il professor De Gennaro del dipartimento di Biologia dell’Università di Bari per verificare non solo il potenziale di biomonitoraggio della Tillandsia, ormai accertato, ma per capire anche la quantità di COV (composti organici volatili) che una singola pianta può assorbire dall’ambiente che la circonda: «Vogliamo poter dire con sicurezza quanti elementi nocivi una Tillandsia di una data grandezza è in grado di eliminare dall’aria». La ricerca, arrivata alle ultime fasi, dovrebbe essere pubblicata nei primi mesi del 2021. Studi simili segnalano che un chilogrammo di Tillandsia potrebbe riuscire a catturare una quantità pari a 0,2 milligrammi di sostanze tossiche. 

I processi di incompleta combustione di benzina e petrolio creano gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA), agenti inquinanti che aumentano il rischio per l’uomo di sviluppare tumori. Sono prodotti da traffico, attività industriali e processi di riscaldamento domestico. La Tillandsia ha la capacità di assorbire polveri cariche di queste sostanze. Una volta catturati gli IPA, spiega Michieli, «se una parte di molecola degli inquinanti è utile al suo nutrimento, la pianta può metabolizzarli, altrimenti è come se scartasse le sostanze nocive, mettendolo da parte nei vacuoli, una sorta di cestini dove le cellule vegetali depositano i materiali che non vengono utilizzati. A questo punto del processo, le sostanze nocive sono state sottratte dall’ambiente e rimangono all’interno della pianta, che cattura sia sostanze pesanti che si depositano sulla foglia, come i pm10-pm5-pm2,5, sia sostanze gassose, come il benzene o la formaldeide». Questa caratteristica fa della Tillandsia uno strumento a basso costo di purificazione dell’aria utile sia per gli ambienti esterni che per quelli interni. La presenza in spazi domestici di sostanze come il radon, l’anidride solforosa e il fumo di sigarette crea quella che viene definita la SBS – sindrome da edificio malato, dall’inglese Sick Building Syndrome. L’esposizione a queste sostanze in un ambiente chiuso può provocare emicrania, affaticamento, sonnolenza, nausea e allergie.

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Tillandsia Rectangula, immagine Ken Woods. Bromedalis in Australia

In design. Unire le proprietà purificanti della Tillandsia al loro apporto estetico si inserisce nell’esperienza del biophilic design, come spiega Roberta Filippini, architetto paesaggista che da tempo collabora con Michieli per la creazione di composizioni e installazioni di Tillandsia, alcune permanenti e altre temporanee. «Il campo di ricerca parte dal concetto di biofilia: integrazione tra architettura, design e natura. Lo scopo è portare le persone a contatto con l’ambiente naturale, nel nostro caso utilizzando il design per enfatizzare i benefici della Tillandsia. Costruiamo anche grandi opere, come i Tillandsia wall, giardini temporanei applicabili su qualsiasi tipo di superficie, o le nuvole di Tillandsia, facendo scendere le piante dal soffitto. Esteticamente, essendo piante sempre verdi, sono d’effetto. Quando fioriscono poi cambiano colore, ed è come se si creasse un quadro in movimento cromatico che, nel frattempo, pulisce la stanza in cui ci troviamo».

IMMAGINI

Tillandsia – Michieli Floricoltura
Roberto Michieli, Paolo Michieli, Tillandsia, Peruzzo Editoriale, 2016

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