
Vasco Brondi racconta la sua psicogeografia di Milano
Milano è uno sfondo onnipresente nelle canzoni di Vasco Brondi – Un segno di vita è l’ultimo album, racconti di frontiera e battaglia in cui la città emerge in tutte le sue contraddizioni
Un segno di vita, l’ultimo album di Vasco Brondi, la colonna sonora di un viaggio intra-moenia, a Milano
Sentire e osservare una città dai finestrini dei suoi mezzi pubblici può aiutare a conoscerla, per abituarsi
l’uno all’altro lungo le rotte periferiche. L’S9 è il treno suburbano che collega la Brianza ad Albairate, una delle zone del milanese meno favorevoli alla riuscita del pendolarismo e alla fede nei mezzi pubblici. Saronno – Seregno – Milano – Albairate, la linea violetta “circonda la città di Milano e l’attraversa nei
quartieri a sud”, scrive Trenord. Tocca Porta Romana e la sua biglietteria in rovina che prima o poi
ritornerà in vita.
Con Milano sullo sfondo e l’odore della città in un treno suburbano macchiato di graffiti, avviene una sinestesia sonora o un cortocircuito: “Un segno di vita”, l’ultimo album di Vasco Brondi, in una serata tersa e confusa, diventa la colonna sonora di questo viaggio intra-moenia. Vasco Brondi parla di Milano e coglie i segni di vita dentro e fuori la città, attraverso i suoi testi e la sua musica.
Via Paolo Sarpi secondo Vasco Brondi
Via Paolo Sarpi è la base di Brondi a Milano, un posto lontano dalle cornici dei suoi viaggi, dallo yoga e
dagli immaginari che proiettano le sue canzoni. «In 15 anni a Milano ho cambiato molte zone: è come cambiare città e ogni parte dice qualcosa, sono due anni che sono in questa parte qua ed è il punto dove mi trovo meglio. Ho ricostruito una piccola Ferrara. Sono in giro tanto e quando sono qui cerco di non lasciare quasi mai il quartiere, giro a piedi fra qui e il parco, ho creato una città di provincia in un quartiere. Poi ci sono altri posti dove vado e hanno nomi di persona perché mi sposto così, in base alle persone che conosco».
«Com’è camminare da sola a notte fonda in viale Monza? Quando con C. abitavamo lì, in una camera
con i vetri sottilissimi che tremavano al passaggio del traffico, e quindi tremavano sempre, ci dormivo
benissimo. Allora neanche me ne accorgevo. Adesso non ci riuscirei più. La mareggiata della vita dove ti
ha portata?».

Vivere a Milano tra tutte le città che ci sono al mondo
Nel diario che Brondi ha scritto mentre Un segno di vita nasceva, sono molteplici i riferimenti a cose,
persone, luoghi, sensazioni di Milano. Corre in stazione Centrale – magari per raggiungere il lago di
Lecco e respirare; in bici al parco Sempione incontra volti conosciuti al teatro Franco Parenti; prova le
sue canzoni in un sotterraneo di via Porpora; si spinge verso la periferia “impossibile” per registrarne
altre.
Scrive: Vivere a Milano tra tutte le città che ci sono al mondo, in questa città che ignora le
stagioni, irreparabilmente estranea al ritmo naturale (…) dove i ragazzi più inquieti d’Italia arrivano con
la sete delle loro ricerche. Insoddisfatti, spiriti affamati, non appagati, e quindi sicuramente anche non
grati e non attenti a quello che abbiamo. Riempiamo l’aria sporca d questa città di sogni e agitazione e
grandi progetti.
Tra questi, Brondi ricorda Francesca Quaglia, 28 anni, originaria di Bologna, travolta da
un tir in una giornata d’agosto mentre andava al lavoro, al Cinemino, luogo cult di Porta Romana. «In
questa città di grandi possibilità, grandi sogni realizzati o irrealizzabili, ogni mese un ciclista muore»,
scrive il cantautore.
La vita di Vasco Brondi è la vita di tutti a Milano
La vita di Brondi è la vita di tutti a Milano, con le angosce di un tempo sospeso e probabilmente al di sopra delle proprie possibilità. La crisi della casa, gli orizzonti di cemento, l’aria rossa di un mattino di gennaio, primavere di siccità poi di diluvi; lamentarsi di Milano Satana che risucchia le energie, troppi eventi culturali, la Fashion week, la Design Week, la Music Week, la week che finisce il venerdì per scappare via in qualche angolo di verde o blu, lontano. La città relazione tossica, finestra sul mondo, capitalista e ferita, quella dei circoli bocciofili, di chi resta indietro. Un rapporto di amore-odio, per questa città continentale che vive per essere criticata ma è oggetto del desiderio, ci spiega il cantautore:
«Per me Milano è una forza magnetica e respingente ma ho sempre avuto un appoggio qui, per ragion sentimentali e non solo lavorative. La prima volta ero andato a trovare un mio amico di Ferrara che abitava in un garage a Milano nord, a Maciachini, non c’è grande astrazione era proprio un garage con la saracinesca e il soppalco. Spero che ora sia diventato illegale ma credo che esistano ancora questi garage a Milano nord».
«Il mio primo disco l’ho scritto a Ferrara e parla di quattro miei amici di lì e proprio alla fine, dopo che avevo fatto il demo, sono approdato qui a Milano per caso»
Torniamo indietro di almeno 15 anni: I nostri migliori anni telecomandati/I giorni pirotecnici/I manganelli telescopici sulle nostre vetrine interiori/Tipo protette da infami barriere architettoniche le nostre aspirazioni. Produzioni seriali di cieli stellati, tratta dall’album di esordio, è stata il primo contatto del cantautore con Milano, nel garage di Maciachini: «Il mio primo disco l’ho scritto a Ferrara e parla di quattro miei amici di lì e proprio alla fine, dopo che avevo fatto il demo, sono approdato qui a Milano per caso. Ho scritto due canzoni ambientate qui ma prima di farlo non solo non avevo mai vissuto Milano ma non l’avevo mai vista perché ho iniziato a lavorare prestissimo e sono andato via di casa e non ho mai avuto soldi o tempo per viaggiare».
Sembra che Un segno di vita, con la sua copertina rosso fiammeggiante, sia nato per dare speranza in mezzo al caos. Fuoco, perdita e vita sono parole che ricorrono nell’album: «Coesistono, non si contraddicono. La perdita può essere vissuta come parte integrante del ciclo delle cose, il fuoco è il momento in cui è iniziata la civiltà umana, ci ha cambiato il corpo e siamo diventati una specie strana».
Un segno di vita è un fuoco privato arriva alla vita personale delle persone
L’album coltiva i temi che avevano definito Terra con l’iperconnessione e le migrazioni: «‘La stagione buona’ inizia come se fosse un telegiornale, enumerando le persone che attraversano il confine, quante ne muoiono. Per me ogni disco è allargare quello che ho messo nel disco precedente, un pozzo sempre più capiente come se ci fosse dentro la realtà, la complessità del mondo, riesca ad avere sempre più spazio per entrarci. Qui al centro della riflessione c’è un doppio livello, quello della contemporaneità e sempre più chiaramente quella scintilla di eternità, quello che ci ha preceduto e che ci succederà».
Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio, è una delle citazioni più conosciute di Italo Calvino ne Le città invisibili. In mezzo al caos e al disorientamento, Brondi riprende il maestro della letteratura italiana e parla di “epicentro del disastro”:
«è il suo modo di dire in mezzo all’inferno, non esserne accecati ma portare quel fuoco per schiarire e riscaldare e non per bruciare e per bruciarsi. Di base non esiste l’epicentro del disastro, puoi fare un passo a lato, vederlo e sentirlo però anche tracciare segni di vita ed essere in primis tu stesso un segno di vita e non un portatore di altra violenza».
Stiamo per salutarci, in quest’angolo esposto e frenetico di città, non abbiamo esaurito tutte le curiosità sulla psicogeografia di Milano e c’è tempo solo per un’altra domanda. In questo periodo di violenza e sopraffazione, cosa vuol dire fare la rivoluzione? «Mi viene da citare Luciana Castellina, parlamentare comunista e attivista del movimento femminista. Lei dice che le rivoluzioni sono sempre avvenute quando una situazione non era più sostenibile quindi non c’è alternativa, cosa che accadrà principalmente per il cambiamento climatico. Non è una cosa che decidi, e le rivoluzioni – dice Castellina – le hanno sempre fatte i ragazzi e le ragazze tra i 17 e 20 anni anche quelle che abbiamo studiato a scuola, erano fatte da ragazzini».