
La canapa, regina dei materiali sostenibili e zero waste
Tra agricoltura, cantieri e rigenerazione urbana, la filiera della canapa mostra potenzialità e vuoti strutturali: una lettura aggiornata secondo le osservazioni raccolte da ANAB
Canapa italiana: una coltivazione che non coincide con le sue mappe
Nel panorama agricolo italiano, la canapa non è mai scomparsa del tutto, ma è tornata in scena con un andamento che non permette ancora di leggerla come una filiera compiuta. Gli ettari coltivati esistono, aumentano, ma non coincidono con una geografia verificabile: «Il Piemonte concentra circa metà delle superfici coltivate nazionali», osserva Vincenzo Guarnieri, ricercatore e vicepresidente di Canapa Sativa Italia. Il dato non è un valore assoluto, ma una proporzione che indica un fenomeno: l’Italia non produce canapa in modo uniforme, né secondo una pianificazione condivisa.
L’assenza di una rilevazione ufficiale, distinta per fibra, granella e biomassa, impedisce di stabilire un quadro univoco: «Si è ripartiti in modo frammentato: la filiera era naturale, oggi bisogna ricostruirla pezzo per pezzo».
La concentrazione piemontese, che nel tempo ha mantenuto una continuità maggiore rispetto ad altre regioni, non basta per ricucire il resto del Paese. In Toscana, Lombardia, Veneto e Centro Italia si registrano presenze intermittenti, spesso legate a iniziative locali. La coltivazione è il punto di partenza, ma senza una destinazione certa, la stabilità degli ettari rimane vulnerabile: «In Francia gli scarti colturali sono diventati materia prima di valore, mentre in Italia rimangono spesso un costo per chi coltiva». Il problema non riguarda l’agricoltura in sé, ma la posizione della canapa nel sistema produttivo.
Materie prime naturali ed edilizia: la canapa che entra nei cantieri
Nel campo dell’edilizia, la canapa assume un ruolo più concreto. Qui il tema delle materie prime naturali non è una definizione astratta, ma il punto d’ingresso per materiali tecnici, protocolli costruttivi e cantieri che già dialogano con la pianta. Nella cornice della fiera Restructura, a Torino, architetti, progettisti e imprese hanno portato esempi verificabili: intonaci a calce e canapa, sistemi di isolamento, pannelli e conglomerati biocompositi.
«La canapa, regina dei materiali climaticamente sostenibili e zero waste», si legge nella presentazione di Canapa Sativa Italia, è al centro di un settore che unisce proprietà termiche, durabilità e bilanciamenti energetici favorevoli.
Tiziana Gallo, architetta e referente per la canapa nel Comitato Tecnico Scientifico di CSI, introduce il nodo culturale: «Il passaggio da materiale possibile a materiale adottato avviene quando protocolli, responsabilità e ruoli sono chiari». La questione non riguarda la tecnica, ma la legittimazione: gli enti di certificazione, le amministrazioni comunali, i progettisti pubblici e privati devono riconoscere la canapa come materiale strutturale, non accessorio.
Alcuni esempi citati durante la conferenza mostrano che l’impiego della canapa non è più solo sperimentale. Tra i casi discussi compare il nuovo Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa, in cui le tecniche di edilizia naturale sono state integrate in un progetto complesso. Un altro riferimento è ai laboratori pratici tenuti al Lingotto, dove artigiani e tecnici hanno mostrato applicazioni reali dei materiali compositi.
Gallo sintetizza un cambio di prospettiva: «La rigenerazione urbana viene spesso ridotta a sostituzione di materiali o aggiornamento energetico. La canapa introduce invece un’idea di relazione tra paesaggio agricolo e costruito». Ciò significa collocare il materiale all’interno di una filiera territoriale che unisce agricoltura, cantiere e comunità.
Fibra di canapa e industria tessile: una filiera che manca di macchinari
Il segmento tessile è quello in cui la distanza tra potenzialità e realtà è più evidente. Il tema della fibra di canapa si lega a una struttura di macchinari, impianti, competenze specialistiche e passaggi industriali che oggi risultano parziali.
«La filiera era distribuita in modo naturale sul territorio», spiega Guarnieri. Nel Novecento, la canapa italiana veniva macerata e stigliata in prossimità dei campi in ogni distretto produttivo; oggi questi impianti sono pochi, talvolta inattivi, spesso insufficienti per sostenere una produzione stabile.
La stigliatura, fase centrale per separare la fibra dal canapulo e ottenere un materiale idoneo alla filatura, rappresenta oggi uno dei vuoti più significativi. Senza questa funzione intermedia, la fibra italiana non può raggiungere gli standard richiesti dal tessile. Le filature, infatti, non dispongono di linee dedicate alla fibra lunga di canapa nazionale. La lavorazione avviene dove è possibile con fibre importate, oppure attraverso passaggi misti che non ricostruiscono la filiera nazionale.
Il risultato è un settore che non può beneficiare del proprio passato industriale. Il tessile è l’ambito che richiede più precisione in termini di regolarità della fibra, lunghezza, pulizia e standard tecnici: elementi che dipendono da macerazione e stigliatura. Finché queste fasi rimangono deboli, il tessile di canapa non può diventare un segmento strutturato. La qualità esiste in forma di sperimentazione, non di produzione continua.

Economie circolari e collaborazione: la filiera richiede un sistema unitario
Nel linguaggio degli esperti, l’espressione “economie circolari” definisce un’esigenza di sistema. Le competenze presenti oggi – agronomia, edilizia, tessile, biotecnologie – operano su piani paralleli. La conferenza organizzata da ANAB si pone l’obiettivo opposto: ricondurre questi piani a un fronte comune.
«Superare la settorialità di ciascuna associazione e mettere in circolazione i soggetti che individualmente si occupano di questo prodotto», afferma Guarnieri, è la condizione perché la canapa non rimanga frammentata. L’idea della circolarità non è una definizione teorica: si tratta di costruire convenienze condivise tra agricoltori e industrie, tra produttori di materiali e progettisti, tra ricerca scientifica e amministrazioni.
Simone Andreis sottolinea la necessità di strumenti di dialogo permanenti. «Le associazioni che operano sulla canapa industriale spesso lavorano su piani paralleli. Ciò che manca è un meccanismo di traduzione reciproca». Non è una questione di volontà, ma di struttura: mancano tavoli tecnici continui, accordi di filiera, protocolli comuni che stabiliscano parametri, volumi, qualità attese.
Il passaggio decisivo è la creazione di una massa critica che coinvolga agronomi, progettisti, imprese, istituzioni, fino ai decisori politici. L’idea è che la canapa possa generare benefici territoriali soltanto quando ogni anello del ciclo trova un vantaggio misurabile nella collaborazione.
Rigenerazione urbana e canapa: una possibilità che entra nel progetto delle città
L’ultima linea di confronto riguarda la rigenerazione urbana, un campo dove la canapa non è ancora un materiale strutturale, ma una prospettiva che gli esperti invitano a considerare. Secondo Gallo, la città non è intelligente quando è tecnologica, lo è quando «sa riconoscere e rimettere in circolo le proprie risorse».
Il ruolo della canapa, in questo scenario, è duplice. Da un lato è materiale edilizio: pannelli, intonaci, sistemi che migliorano la qualità termica e ambientale degli edifici. Dall’altro lato, è infrastruttura sociale: una coltura che può essere coltivata ai margini urbani, attivare reti agricole, coinvolgere imprese locali e generare economia territoriale.
Andreis descrive Torino come un laboratorio in trasformazione: «Da polo industriale a capitale olimpica, oggi si trova a dover affrontare una nuova sfida: la riqualifica del proprio patrimonio edilizio e post-industriale». In questo contesto, la canapa non è proposta come immagine estetica, ma come materia capace di collegare cicli produttivi e scelte urbanistiche.
La direzione che emerge è la seguente: costruire una base tecnica condivisa, uniformare i protocolli, mappare gli attori disponibili, rendere stabile il confronto tra chi produce, chi progetta, chi coltiva e chi costruisce. È una scala ridotta, ma necessaria.
La filiera della canapa italiana oggi: un organismo da ricomporre
La canapa italiana può fare affidamento su competenze specifiche e una forte memoria industriale, ma i suoi segmenti non coincidono ancora tra loro. La coltivazione esiste senza una mappa ufficiale; l’edilizia usa materiali verificabili senza una scala industriale consolidata; il tessile cerca impianti che possano lavorare fibra nazionale; l’urbanistica intravede una possibilità che non ha ancora assunto la forma di un progetto stabile.
La filiera non chiede celebrazioni, né narrative sul potenziale della pianta: chiede continuità, confronto, visione condivisa. La canapa non deve essere trattata come un materiale emergente, ma come una struttura produttiva da ricomporre. Un corpo unico che oggi è presente in parti distinte – agricole, edilizie, tessili, urbane – e che può diventare sistema solo quando i suoi elementi smettono di lavorare in solitudine.
In questa prospettiva, le quattro dimensioni analizzate – ettari coltivati, bioedilizia, fibra tessile, rigenerazione urbana – non sono comparti separati, ma linee che, se riunite, potrebbero restituire all’Italia uno dei suoi materiali storicamente più radicati. Non per tornare a ciò che è stato, ma per costruire un modo nuovo di intendere la relazione tra territorio, industria e comunità.
ANAB
ANAB (Associazione Nazionale Architettura Bioecologica) è un’organizzazione fondata per sviluppare e diffondere i principi dell’architettura naturale in Italia. Riunisce progettisti, ricercatori e tecnici impegnati nell’uso di materiali a basso impatto e nel rapporto tra costruito e ambiente. L’associazione promuove attività formative, linee guida tecniche e momenti di confronto interdisciplinare. Opera come interlocutore tra professionisti, istituzioni e imprese in ambiti legati alla sostenibilità edilizia e alla rigenerazione del patrimonio costruito.
Debora Vitulano





