
Le donne che la scienza ha cancellato: Anselm Kiefer e l’alchimia come atto politico
Anselm Kiefer nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale mette in crisi la storia ufficiale della scienza, riportando alla luce saperi femminili rimossi
Le donne alchimiste tra Medioevo ed età moderna: scienza, medicina e conoscenza ai margini della storia ufficiale
In bilico tra anticipazione scientifica e delegittimazione culturale, le alchimiste furono a lungo percepite, tra Medioevo ed età moderna, come figure ambigue e potenzialmente pericolose. Operarono ai margini della scienza e della medicina in un’epoca in cui intuizione e sperimentazione precedevano la codificazione istituzionale del sapere, muovendosi soprattutto nell’ambito dei rimedi e dei medicamenti, spesso nel ruolo di guaritrici. Proprio per questo vennero frequentemente assimilate alle streghe o alle incantatrici, collocate in una zona grigia tra cura e sospetto.
Quando tentarono di oltrepassare i confini della pratica domestica per accedere a territori considerati appannaggio esclusivo degli uomini, incontrarono ostacoli, interdizioni e forme di marginalizzazione sistematica. Eppure l’alchimia, in modo paradossale, ha sempre collocato la donna al centro del proprio immaginario simbolico: il corpo, il sangue, la fertilità e la generazione come principi originari di ogni processo di trasformazione.
Le alchimiste operavano su un insieme di conoscenze antiche fondate su materie naturali, quali erbe, metalli, sali, pigmenti, fuoco. Il loro approccio alla materia era di tipo empirico, costruito più sulla sperimentazione ripetuta che sull’astrazione teorica. Si trattava di un sapere periferico, trasmesso oralmente o conservato in manoscritti non canonizzati, strategicamente escluso dalle sedi della produzione scientifica ufficiale. Nonostante ciò, questo corpus di conoscenze ebbe un ruolo fondato nello sviluppo della farmacologia, della chimica e delle origini della medicina, pur restando a lungo privo di riconoscimento storico.
Anselm Kiefer e Le Alchimiste: pittura come narrazione visiva del sapere femminile rimosso
Dal 7 febbraio al 27 settembre 2026, Anselm Kiefer porta alla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale Le Alchimiste, un nuovo ciclo pittorico dedicato a un pantheon di donne alchimiste dall’Antichità all’età moderna. L’installazione site specific comprende quarantadue teleri, otto dei quali sono esposti nella Sala del Piccolo Lucernario, adiacente allo spazio principale. Sostenuta da Banca Ifis in qualità di main sponsor, l’esposizione riunisce quarantadue teleri, di cui otto collocati nella Sala del Piccolo Lucernario, dedicati a un pantheon di donne alchimiste dall’Antichità all’età moderna.
Il progetto si inserisce in un dialogo ideale con le ricerche di studiose come Meredith K. Ray, Carolyn Merchant e Tara Nummedal, che negli ultimi decenni hanno restituito visibilità a protagoniste a lungo escluse dalla narrazione ufficiale, portando alla luce un patrimonio di conoscenze rimasto occultato fino a tempi recenti.
Kiefer sceglie di assumere il ruolo di narratore e mediatore, facendo della pittura un dispositivo di memoria attiva e di scoperta. La sua interpretazione del pensiero alchemico —inteso come attraversamento di passione, distruzione e rigenerazione, in cui materia e spirito si trasformano attraverso la perdita — diventa strumento per restituire autorità a un sapere femminile escluso da secoli. Le alchimiste emergono così in una prospettiva che valorizza l’affinità tra il loro operare e il processo creativo dell’artista.
Come dichiara la curatrice della mostra, Gabriella Belli: «Le alchimiste agivano nella comunità in modo diverso dagli uomini. La loro posizione era spesso subalterna, ma il loro ruolo era centrale nella costruzione e nella trasmissione del sapere. Operavano in spazi lontani dalle università, dalle accademie e dalle istituzioni che hanno strutturato la storia ufficiale della conoscenza. Il loro lavoro si svolgeva in ambiti domestici, artigianali, terapeutici, dove la distinzione tra pratica scientifica, cura e osservazione della natura non era ancora separata.»
Alchimia, sapere femminile e rimozione storica: tra Isabella Cortese, Margaret Cavendish e la critica di Carolyn Merchant
Figure come Isabella Cortese, autrice nel XVI secolo di un noto compendio di pratiche alchemiche, ricette e procedimenti operativi, testimoniano una presenza femminile attiva e strutturata all’interno della cultura scientifica dell’età moderna. Un ruolo analogo emerge nel lavoro di Margaret Cavendish, filosofa naturale e scrittrice del XVII secolo, intervenne apertamente nei dibattiti sulla metafisica, la poesia e la scienza. Cavendish cercò di rendere la filosofia naturale più accessibile, prendendo le distanze dal linguaggio occulto, dalle ricette e dalle promesse universali dei chymists, e mantenendo una posizione critica sia rispetto al paracelsismo sia alla chimica medico-filosofica del suo tempo.
Eppure casi come questi sono stati a lungo trattati come anomalie, isolati o assorbiti in una narrazione che ha storicamente privilegiato il contributo maschile.
In The Death of Nature (1980), Carolyn Merchant, storica e filosofa ecofemminista, ha messo in relazione l’affermazione della scienza moderna con la progressiva esclusione di forme di conoscenza legate alla natura, al corpo e all’esperienza. Questi saperi, situati e corporei, erano legati all’alchimia, alla medicina, alle scienze naturali e alle arti e rappresentavano ambiti in cui le donne avevano operato a lungo. Col tempo, furono messi ai margini o considerati non scientifici, mentre il nuovo paradigma razionalista consolidava strutture di sapere prevalentemente maschili. In molte occasioni, il lavoro delle donne fu attribuito a maestri, mariti o confraternite, fino a essere relegato alla sfera della superstizione e dell’occulto, aperte di un più ampio processo di sfruttamento e svalutazione del sapere femminile.
La mostra Le Alchimiste nasce da questo vuoto e lo assume come punto di partenza. Kiefer non propone una ricostruzione cronologica o una genealogia completa delle alchimiste e dei loro saperi, sceglie invece di costruire un campo di forze in cui le presenze femminili riemergono come soggetti autonomi, riconosciute nel loro ruolo di agenti di trasformazione attiva, capaci di interrogare il presente. Come un narratore visivo, Kiefer lascia che le donne nelle sue opere prendano forma, attraversino tempo e materia e restituiscano un sapere intimamente connesso all’esperienza.
In questo senso, essere “dentro e fuori dalla storia” è la condizione esistenziale stessa di queste donne, che hanno contribuito allo sviluppo della conoscenza senza essere valorizzate come sue protagoniste. Kiefer trasforma questa tensione in materia visiva, facendo della pittura uno spazio in cui ciò che è stato escluso può tornare a manifestarsi.

La Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale: memoria della distruzione e spazio simbolico dell’installazione di Kiefer
Il progetto prende forma durante le visite di Kiefer a Milano degli ultimi due anni. Sin dal suo primo ingresso, Kiefer riconosce nella Sala delle Cariatidi il luogo necessario per il progetto. «Quando ho visitato Milano, la Sala delle Cariatidi mi ha colpito per il fascino del suo spazio segnato dalla storia. Fu gravemente danneggiata durante la Seconda guerra mondiale, e proprio per questo mi è sembrata adatta alle alchimiste. L’incendio causato dai bombardamenti alleati del 1943 danneggiò quasi del tutto i corpi delle quaranta sculture femminili che sorreggevano la balconata perimetrale, e ancora oggi la sala porta i segni di quella distruzione, senza essere mai stata ricostruita. Qui le alchimiste trovano il contesto ideale per ricordare il valore del loro lavoro nelle arti, nelle scienze, nella medicina e in altri campi, al pari degli uomini, e credo fosse importante restituire questa memoria. Inizialmente avevo pensato di creare un’installazione sospesa nella sala, ma non era possibile: così la mostra ha assunto un’altra forma, diventando un’installazione che dialoga direttamente con l’anima stessa dello spazio.»
Le ferite architettoniche dei resti delle Cariatidi e il sistema di specchi della sala sono parte integrante del dialogo tra Kiefer e le donne del passato. La mostra non poteva che nascere per questo luogo storico, proprio per farsi attraversare e assorbire. Kiefer ha spiegato che l’impossibilità di sospendere le opere l’ha costretto non solo a cambiare direzione ma a trasformare un limite in una scelta strutturale che fondasse l’identità dell’installazione: le figure sono disposte a terra, tra i paraventi, come un corteo che si allunga nello spazio e finisce per incombere sul pubblico.
I teleri entrano in relazione per prossimità, come parti di un insieme che si sviluppa nello spazio, invitando il pubblico a un rapporto fisico con la pittura. È il percorso stesso a tenerli insieme. La pittura non si offre mai tutta in una volta e costringe a una percezione fatta di distanze e deviazioni che cambiano.
Anche il pubblico viene coinvolto in questo movimento continuo. Percorrendo la mostra, non esiste un punto privilegiato da cui osservare, né si può avere una visione immediata dell’intero complesso. Si procede invece per passaggi, entrando e uscendo dalle opere e incontrando il proprio riflesso in uno specchio. L’esperienza incarnata del pubblico diventa misura e guida di lettura dell’architettura del percorso. La mostra prende forma come un’esperienza immersiva, in cui movimento e prossimità con la pittura rivelano la forza trasformativa delle alchimiste.
Dissolutio e Coagulatio: materia, fuoco e trasformazione nella pittura alchemica di Anselm Kiefer
Nella pittura materica e simbolica di Kiefer, corpi e volti femminili emergono dalle macerie come presenze che rifiutano ogni idealizzazione. Le opere si configurano come veri e propri laboratori alchemici, in cui piombo, zolfo, ossidi, oro, fiori e cenere sono sottoposti a processi di trasformazione — Dissolutio e Coagulatio — che rimandano ai cicli di nascita, morte e rigenerazione.
I materiali sono sottoposti all’azione della fiamma ossidrica e a stratificazioni dense di tonalità plumbee, dalle quali affiorano gradualmente le forme delle alchimiste. Mentre la materia resta in uno stato instabile e continuamente modificato, la pittura compone il processo stesso di restituzione di queste donne. Anche il tempo entra nell’opera, lasciando tracce visibili. Le superfici trattengono sedimentazioni, combustioni, interruzioni, riprese. Nulla appare definitivo e la trasformazione incorpora creazione e distruzione in un percorso di continua rigenerazione.
Per Kiefer l’alchimia è la chiave per comprendere il lavoro artistico. Come l’alchimista, l’artista non procede verso un risultato immediato. Lavora per tentativi, deviazioni, sedimentazioni, accumuli. Opera sul tempo e sull’imprevedibilità della materia. «Gli artisti alchimizzano attraverso le loro tecniche e creano sorprese», afferma Kiefer, indicando un processo in cui il gesto creativo e la materia restano aperti alla trasformazione. La pittura diventa così un luogo in cui le immagini si sublimano, si dissolvono, ritornano sotto altre forme.
In Le Alchimiste, il rapporto tra dissoluzione e coagulazione assume una dimensione intima. Dipingere equivale a stare dentro l’opera, a seguirne le fasi, a viverne la nascita, l’erosione, la morte e una possibile rinascita. La materia pittorica si estende al corpo di Kiefer, ne registra la presenza. La tela diventa un autoritratto che non passa solo dall’immagine, ma soprattutto dal gesto pittorico e la forza della sua azione.
La fiamma, il peso dei materiali, l’erosione della superficie possono compromettere l’intera immagine, è vero. Ma questo rischio fa parte del metodo di Kiefer. L’opera non può nascere, per sua natura, da un controllo totale, bensì da un equilibrio instabile tra intenzione dell’artista e materia che maneggia, in un rapporto in cui la perdita e la distruzione diventano fasi inevitabili del processo di evoluzione. Il lavoro pittorico diventa così linguaggio alchemico che coinvolge insieme materia, immagine e chi la produce, mettendo in scena un passaggio dalla materia alla forma, dalla distruzione alla possibilità di una nuova configurazione.
Micaela Flenda



