
Polvere, mani sporche e desiderio lento: la ceramica come rituale collettivo urbano
Nei laboratori di Antonio Grieco la ceramica smette di essere tecnica e diventa esperienza condivisa: gesto fisico, attesa, errore e socialità, contro performance, velocità e produttività quotidiana
La ceramica come pratica sociale: il laboratorio di Antonio Grieco
La prima cosa che si nota entrando in un laboratorio di ceramica sono la polvere e i residui di argilla, più o meno secca, sui tavoli, sul pavimento, sugli attrezzi. L’aria è in genere fredda, l’acqua nei bicchieri delle postazioni di lavoro lattiginosa, i tavoli non sono mai del tutto sgombri.
La radio è spesso accesa. Viene lasciata scorrere perché, con le mani sporche, non è comodo cambiare stazione. Nel laboratorio di Antonio Grieco, a Roma, nel rione Trastevere, la stazione prescelta è Radio 3 Classica. Il Maestro lo racconta come fosse una regola tecnica più che un gusto personale: «In passato ascoltavo solo Radio Rock, oggi invece musica classica. Alcune stazioni hanno rubriche molto strutturate, con orari precisi. Intorno all’ora di pranzo, per esempio, passa il canto gregoriano: per me è la musica più stimolante per creare. È una musica vocale che accompagna senza distrarre, tiene concentrati, immersi nel gesto. Non potrei mai rinunciare alla musica, soprattutto quando lavoro la ceramica».
Lo studio non è accogliente e non cerca di esserlo. È uno spazio di lavoro che impone un comportamento: ci si sporca le mani, si accetta il freddo del materiale, si lavora in piedi o appollaiati su sgabelli. La scomodità non è un effetto collaterale, è parte dell’esperienza.
In un ambiente simile, che sembra rifiutare le logiche del tempo liquido, la ceramica smette di essere tecnica o mestiere e diventa una pratica condivisa. Non si frequenta un laboratorio per produrre un oggetto, ma per abbracciare un processo che ha regole proprie: lentezza, attenzione, trasformazione. Il laboratorio funziona come un dispositivo sociale prima ancora che come luogo di produzione. Tutto comincia dalla polvere, dalla radio accesa, da una musica che non si può interrompere.
La ceramica come rituale collettivo: il laboratorio come spazio sociale e dispositivo culturale
A New York li chiamano craft parties: incontri di gruppi organizzati che si ritrovano attorno a un tornio come ci si ritrova a un DJ set, per partecipare a un rituale collettivo.
L’argilla sottrae tempo ad appuntamenti serali, all’attività fisica, al brunch. Occupa e rivendica lo spazio intermedio tra tempo libero e costruzione dell’identità. Il fenomeno nasce nelle capitali culturali — quartieri creativi, distretti dell’arte, ambienti ad alta densità simbolica — e si diffonde perché risponde a una domanda precisa: esperienze lente, materialmente verificabili.
Attori, artisti, designer, collezionisti si avvicinano alla ceramica non per produrre opere, ma per abitare uno spazio che promette sottrazione: il rifiuto dell’ottica performativa e del risultato immediato. La pratica manuale diventa una sospensione rispetto alla quotidianità: «Quando ti avvicini a una materia che non hai mai toccato prima, devi fare un reset: è come diventare un uomo primordiale che, per la prima volta, riscopre e manipola l’argilla. Devi immergerti completamente in quella condizione. È, se vuoi, una rinascita, al termine della quale porti a casa un trofeo smaltato».
L’esperienza prima del manufatto: la ceramica come processo e non come prodotto
Al termine di ore impiegate a modellare l’argilla, l’importante non è il risultato, ma la partecipazione all’esperienza. Il manufatto è un pretesto, spesso trascurabile, non destinato a un impiego reale nel quotidiano.
Il rischio dell’errore, l’attesa dell’essiccazione, l’imprevedibilità della cottura introducono una pausa che rifiuta l’immediatezza e la reversibilità dei nostri giorni. Dopo ore di impasto, modellazione e rifinitura non si esce con un prodotto finito, ma con una promessa differita.
È anche per questo che la ceramica è diventata una pratica relazionale prima che produttiva, e che il momento dell’apertura del forno assume un valore centrale: rende visibile un processo attraversato insieme. Antonio Grieco prosegue: «A frequentare di più il laboratorio sono le persone che hanno maggiore disponibilità di tempo, spesso spinte da motivazioni diverse. C’è chi viene per socializzare, per lavorare accanto a qualcuno che fa qualcosa di diverso e che lo stimola. Uno dei momenti centrali è quando gli allievi arrivano e trovano i pezzi cotti: li osservano, se li scambiano, li commentano insieme. È un momento aggregativo».

Meditazione, socialità e aspirazione: perché oggi si pratica la ceramica
La maggioranza di chi si avvicina all’argilla non lo fa per apprendere una tecnica in senso stretto, ma per ottenere qualcosa che precede il risultato. La ceramica funziona perché tiene insieme pratica individuale, attività condivisa e aspirazione creativa nello stesso spazio: il laboratorio.
Dopo anni di insegnamento, Antonio Grieco riconosce queste differenze come parte strutturale del lavoro: «C’è chi viene per meditare, si concentra e ripete un gesto. Altri vengono per socializzare, scambiarsi opinioni, chiacchierare. Altri ancora vogliono fare l’artista e partecipano solo in parte alle dinamiche intorno a loro. Dal modo in cui lavorano emerge quasi un profilo psicologico, come chi ha bisogno di tenere sul tavolo tutti gli attrezzi che potrebbero servire, sparpagliati davanti a sé».
La convivenza genera un equilibrio instabile. Chi cerca una dimensione introspettiva può essere disturbato dal rumore del gruppo, chi frequenta il laboratorio per stare con gli altri è costretto ad accettarne l’imperfezione.
La ceramica non seleziona per competenza, ma per disponibilità. Non entra chi è più abile, ma chi accetta che il processo non sia orientato né preciso. La materia obbliga tutti a riposizionarsi: nessuno entra come esperto, nessuno esce come autore.
Il limite come regola: tempo, attesa e perdita nella pratica ceramica
La ceramica sottrae potere decisionale a chi la pratica: «Da quando cominci, nel giro di un mese puoi creare oggetti modellati con le tue mani, poi affidati all’azione quasi magica del forno. La ceramica ti costringe ad aspettare: non decidi tu quando è pronta. Devi aspettare che asciughi, che cuocia, che il forno finisca. E quando lo apri, non sai mai cosa trovi».
Tutti, indipendentemente dal talento, dall’esperienza o dal ruolo esterno al laboratorio, sono sottoposti alle stesse regole. L’incertezza del risultato azzera gerarchie e introduce una parità temporanea.
La comunità che si forma attorno alla ceramica condivide l’attesa, accetta le perdite, commenta i risultati senza trasformarli in competizione. «Scelgo le persone anche in base all’armonia del gruppo. Se qualcuno porta dinamiche sbagliate, qui non funziona. Questo non è un posto dove puoi continuare a fare il manager nel tempo libero». La ceramica costruisce comunità temporanee fondate su un limite condiviso più che su un’identità dichiarata.
L’imperfezione come valore: Antonio Grieco e la ceramica come narrazione materiale
Nel percorso di Antonio Grieco, l’avvicinamento alla ceramica passa dalla Sicilia e dai festival pirandelliani ospitati nella casa che un tempo fu frequentata anche da Pirandello. Resta impresso un fermo-immagine: la piattaia di piatti popolari nella casa di famiglia di Andrea Camilleri, in pece greca e ricuciti con filo di ferro. Oggetti non restaurati, ma tenuti insieme.
È lì che la ceramica smette di essere decorazione. La pratica diventa narrazione, l’imperfezione struttura, la riparazione un gesto culturale. Come nella tradizione giapponese del kintsugi, dove le crepe vengono riparate con l’oro e la frattura non si cancella, si espone.
Il valore non sta nell’integrità, ma nella storia che l’oggetto è in grado di raccontare.
Antonio Grieco
Vive e lavora a Roma. Si avvicina alla ceramica all’inizio degli anni Ottanta, sviluppando una ricerca incentrata sui limiti tecnici e sulle possibilità espressive del materiale. Approfondisce diverse tecniche di lavorazione e cotture primitive, sperimenta smalti ad alta temperatura, smalti a cenere, terre sigillate e impasti argillosi, interpretando la ceramica in chiave contemporanea nel rispetto della sua integrità materica. Le sue opere sono state esposte, tra le altre sedi, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, nella mostra La Scultura Ceramica Contemporanea in Italia.
Elisa Russo







