
Per amare Milano abbiamo bisogno di Armani (se non lo abbiamo ancora capito)
Dobbiamo insistere su cosa sia l’estetica di Milano: il grigio cangiante della pioggia di cui abbiamo bisogno, la formalità morbida perché è l’abito è lavoro – Armani, sotto la guida di Leo Dell’Orco
Armani, la serietà e l’ironia: i modelli, i muscoli e la sensualità
Possiamo abituarci a dire solo Armani – ma la prima linea, ha il nome proprio, Giorgio. Potrebbe essere arrivato il momento di ritrovare quell’osservazione pungente, il graffio che serve – che vogliamo – quando si cerca di parlare di moda – ma ci schiaccia ancora una massa di nostalgia. Quel volto, del Signor Armani, che anche se non lo si conosceva di persona, si sapeva quanto tutto sapesse controllare, quanto tutto volesse decidere. Ieratico, volitivo, tenace. Si prendeva sul serio, Giorgio Armani – l’ironia era riservata alla vita privata, e bene così. Di fronte a tanta consistenza, alla massa di nostalgia si somma la massa di rispetto.
Tant’è, e la pagina non si volta – ma la nostalgia deve diventare energia. I pantaloni sono morbidi – il passante della cintura è un gioco di cuciture. I modelli hanno i muscoli di Bruce Weber, che vuol dire, i muscoli di Michelangelo. La carica sessuale, l’attrazione virile – i maschi che camminano per Armani non hanno niente di efebico. Niente di quella fluidità che piace all’industria della moda. La massa nostalgica di venta massa di pelle che palpita – le pieghe dei pettorali si leggono sotto la seta. Ci si potrebbe soffermare ancora sulla persistenza dell’ufficio stile di Armani su un casting così controtendenza rispetto a quello che il sistema moda vorrebbe standardizzare.
Non è più tempo per quelli che vorrebbero dire fuori moda, se la moda di Armani per l’uomo continua a condurre la moda. Il sesso vende, Armani vende. La sensualità è una forma di sincerità – l’eroticità, sì, così cangiante, degli abiti maschili di Armani massacrano la nostalgia e ti lasciano la fame negli occhi. La voglia di bellezza, la voglia di contatto fisico. Tanta altra moda uomo – quella moda intellettuale, concettuale – si deve fare da parte di fronte a una tale manifestazione maschile, erogena, testosteronica, voluta da Leo Dell’Orco per Giorgio Armani.
Giorgio Armani, la bellezza dell’uomo – e la città borghese
Giorgio Armani è stato un uomo esteticamente bello. A settembre, gli immaginari collettivi si erano riempiti di quei lineamenti che erano disegnati da un Tratto Pen, colorati con acquarello. Rimane nel futuro la bellezza dell’uomo, per Armani – e che sia una strada, l’attrazione fisica maschile, la chiave per il divenire di Armani. Leo Dell’Orco cominciava come modello, a sua volta.
Milano, città borghese, quanto ci piace chiamarci borghesi. Se in più il nostro corpo sotto la doccia attrae come un magnete, e il nostro letto è posto ambito, ci piace ancora di più. Più facile, qui da Armani. Siamo cresciuti educati, che se sbadigliavi troppo te ne andavi a mangiare in cucina. Tu eri più contento, in cucina, che te la ridevi con la tata. Se stavi a tavola, schiena dritta e gomiti stretti – e conversi, devi conversare, pacatamente, è buona maniera e grata cortesia. Bambini borghesi che poi crescono giocando a tennis – studiando latino al liceo.
Un corridoio nascosto collega la sala da pranzo con la cucina. Quelle abitazioni di Milano, con tutte le parti secondo la storia, e l’anticamera. Non si trattava di formalità. La formalità a Milano è sempre stata dissacrata. La formalità lasciamola a Roma che la nobiltà povera e nera ci tiene tanto. A Milano non si è mai tratto di formalità. A Milano ci si tranquillizza in un vivere pragmatico – certe regole di buona convivenza, cortesia, o forme di convenevole – rendono gli incontri più veloci. Neanche la parola galateo a Milano si usa – a Milano c’è un’ironia leggera, una ruvidità nel sorriso, un ciglio arcigno della vecchia signora – o del grande sarto. Bisogna recuperare questo immaginario per comprendere ancora e ancora cosa sia una città disegnata da Armani – una città che si chiama Milano. Incredibilmente sexy.
In via Borgonuovo, la casa di Armani e l’appartamento di Leo Dell’Orco
Via Borgonuovo 21 – un teatro al piano sottostrada, di cui in tanti non sapevamo l’esistenza. Era il salone dei primi tempi. Le scale per salire al primo piano, per una colazione milanese, riso, risotti e involtini – sì, alla milanese. Le finestre affacciano su un giardino interno – il prato verde, magnolie, camelie, gelsomini. Una veranda per le piante da inverno. Pochi quadri alle pareti – tranne uno, all’ingresso – Warhol, il ritratto del signor Armani. Un atrio, il salone, lo studio a sinistra, la sala con il tavolo a destra. La casa milanese, la dimensione cittadina. Perché abbiamo sempre bisogno di Armani se vogliamo capire Milano?
Milano è la città di quelli che fanno, di quelli che ci pensiamo noi. Lavoriamo, poche fandonie. Ci arrabbiamo se le cose non ci sembrano fatte bene – Giorgio Armani si arrabbiava facile. Le conversazioni possono durare poco, si rimane quando si ha qualche cosa da dire – non c’è tempo da perdere. Gli abiti da uomo devono cadere bene dalle spalle – essere comodi sulle cosce. Ti devi sentire bene, con un abito addosso – e devi anche ricordarti che andare in palestra è una questione di igiene, oltre che di salute.
Armani, la sfilata – i velluti cangianti
Cangianti, sono i velluti e le ciniglie – ben diverse tra loro, a Milano non ci si confonde: il velluto è prodotto da una tecnica di tessitura; la ciniglia si prepara in filatura: la ciniglia è un filo elaborato, un filo peloso – pelo corto, pelo lungo – che quando entra nel telaio costruisce una tela – o un jaquard – a effetto di pelo. Il velluto è compatto, omogeneo – la ciniglia porta una marmorizzazione, che può aumentare l’effetto cangiante.
La pioggia è cangiante. A Milano una volta pioveva sempre, adesso abbiamo nostalgia anche della pioggia, e di pioggia ne vorremmo di più. In una parola, cangiante, troviamo la sintesi di una sfilata, ma troviamo anche il graffio di una giornata di gennaio, grigio e con un le nuvole basse, di un appartamento che ricorda quello di una famiglia per bene, dove la luce entra innamorata dell’ombra. Il velo di pioggia di Milano gioca con gli azzurri e i verdi, come i drappi dei pantaloni morbidi – le pieghe di velo, non ricordano la struttura rigida sartoriale che la tecnica necessita. Cangiante è il colore, l’anima di Milano – e quell’ironia che ci aiuta – l’unica arma che ci può finalmente liberare da questa maledetta nostalgia – perché alla fine, è davvero tutto così amorevolmente sexy.
Carlo Mazzoni



