Federcanapa e la Canapa industriale oggi: dove si interrompe la filiera italiana?

Una conversazione con Beppe Croce, presidente di Federcanapa, sullo stato attuale della canapa industriale in Italia: come coltivare e trasformare in assenza di un percorso lineare

Federcanapa e la costruzione di una filiera della canapa industriale che in Italia ancora non si vede

Federcanapa nasce nel 2016 con l’obiettivo di dare struttura a un settore che in Italia ha una lunga storia alle spalle e un presente ancora frammentato. La Federazione riunisce agricoltori, aziende di trasformazione, laboratori di ricerca e soggetti attivi nelle diverse fasi della filiera della canapa industriale. «L’obiettivo è mettere in relazione chi produce e chi utilizza la canapa» spiega Beppe Croce, presidente della Federazione. «Se non esiste una filiera completa, con continuità agricola e industriale, la canapa rimane un insieme di iniziative isolate».

La canapa in Italia è stata una coltura diffusa fino agli anni Sessanta, quando venne sostituita progressivamente da fibre sintetiche e da modelli produttivi orientati alla monocultura. Il suo ritorno negli ultimi vent’anni non avviene per nostalgia agricola, ma per la possibilità di integrare una coltura polifunzionale in settori che oggi cercano materiali rinnovabili. Ciò che manca non è la coltivazione, ma la capacità di trasformare: la filiera è un sistema industriale prima che un’estensione agricola.

Economie circolari che esistono solo in parte

La canapa è una pianta a uso integrale: fibra lunga, fibra corta, canapulo, seme alimentare, biomassa destinata all’estrazione. La sua collocazione all’interno delle economie circolari è quasi immediata dal punto di vista teorico, ma nella pratica l’Italia vive una filiera che si interrompe poco dopo la fase agricola. Trasformare la canapa in materiale utilizzabile su scala industriale richiede impianti, continuità di raccolta e logistica: «Qualcosa si muove sugli impianti. A Parma esiste un impianto operativo per fibra corta e canapulo. Nelle Marche, un impianto di piccole dimensioni lavora la fibra lunga. A Verona si produce pellet di canapulo».

Tuttavia, al momento queste realtà risultano ancora insufficienti a sostenere volumi costanti o una continuità di fornitura che permetta agli agricoltori e agli utilizzatori finali di programmare produzione e lavorazione nel tempo: «Il problema non è la mancanza di interesse. Il problema è la discontinuità. La Francia è andata avanti perché ha investito su scala industriale. Ad oggi ci sono due stabilimenti completati e un terzo in costruzione. Hanno messo in fila agricoltura, trasformazione e domanda. Hanno una filiera». In Italia molti progetti vengono annunciati prima di essere realizzati: «Finché non si accendono, non creano nulla».

La distanza tra potenziale ed effettiva operatività si misura nella quotidianità agricola: un agricoltore può seminare canapa solo se conosce a chi consegnerà il raccolto, a che prezzo e con quale tempistica. La coltura è stabile, la filiera non ancora. È una filiera che esiste come intenzione condivisa più che come infrastruttura.

Sostenibilità come effetto agricolo e non come narrazione

La canapa è una coltura riconosciuta per il suo contributo alla sostenibilità agricola. La questione non riguarda gli slogan, ma i comportamenti del suolo: «Se coltivata densamente, la canapa soffoca le infestanti, funziona come un erbicida naturale». Il suo apparato radicale lascia i terreni più strutturati; il suo ciclo vegetativo breve consente di inserirla in rotazione senza consumare fertilità.

In molte aree italiane la canapa è stata inserita per interrompere continuità colturali e reintegrare varietà agronomica. Non è però la qualità agronomica a determinarne la diffusione: è la presenza o assenza di impianti. La sostenibilità della coltura è stabile, la sostenibilità della filiera resta condizionata.

Materie prime naturali che mancano sul mercato interno

C’è una crescente domande di seme di canapa destinato a uso alimentare fra trasformatori e piccoli produttori, ma l’offerta interna è insufficiente: «C’è molta richiesta di seme, ma la produzione nazionale non riesce a coprirla. In alcuni concorsi italiani gli operatori stranieri hanno ottenuto i primi posti non perché più avanzati, ma perché dispongono di prodotto».

La varietà italiana Carmagnola continua a essere coltivata per seme e fibra, ma negli ultimi anni sono state testate anche varietà provenienti dall’Europa settentrionale, selezionate per rese più elevate: «Una varietà estone ha dato rese molto alte in alcuni contesti. Dipende dal terreno, dipende dalla zona. Non si può generalizzare, ma ha un potenziale che meriterebbe di essere studiato con più continuità».

L’obiettivo, comunque, non è la scelta della varietà migliore, ma la possibilità di stabilire un percorso di coltivazione ripetibile, capace di garantire disponibilità di seme lavorabile ogni anno. Oggi le prove varietali sono frequenti ma frammentate, condotte in appezzamenti isolati o su superfici ridotte. Serve un sistema che trasformi le sperimentazioni locali una in produzione continua.

Canapa tessile: una filiera che esiste solo nel racconto della sua possibilità

Il settore della canapa tessile è quello che più mostra lo scarto tra prospettiva e condizione attuale. La fibra lunga richiede una filatura dedicata, processi di macerazione e trattamenti meccanici che restituiscano un materiale adatto a diventare filo. Le tecnologie esistono: in parte sono rimaste nella memoria industriale, in parte sono state reinterpretate nelle filature europee che trattano fibre “difficili” o a limitata disponibilità commerciale. Non è questo, però, il limite reale: «Il tessile non è partito. L’interesse c’è, ma non c’è domanda su scala sufficiente».

Alcune aziende italiane hanno sperimentato tessuti per alberghiero, materiali per arredo e componenti tecnici, ma non si tratta ancora di una filiera; sono progetti pilota, sperimentazioni circoscritte alla disponibilità della materia prima: «Probabilmente partirà prima la fibra corta, perché può essere assorbita dal settore dei materiali tecnici, dall’arredamento o dal design». Il tessile in ambito moda richiede una disponibilità continuativa, uniformità di resa, capacità narrativa: elementi che non possono esistere finché la trasformazione non è stabile.

In questo senso, la canapa appare come una fibra già nota e già possibile, ma ancora sospesa. È una materia che potrebbe diventare identitaria, ma ad oggi mancano una certezza industriale e una continuità della domanda.

L’edilizia come settore trainante che non struttura ancora una filiera

Il settore edilizio è quello che oggi impiega la canapa in modo più continuo: intonaci, biomattoni, pannelli isolanti, sistemi compositi per costruzioni e ristrutturazioni. L’attrattività deriva dalla riduzione dell’impronta dei materiali e dalla capacità della canapa di regolare l’umidità e migliorare l’isolamento: «Si stanno realizzando non solo abitazioni singole, ma complessi edilizi».

Tuttavia, la crescita della domanda non coincide con la maturità della filiera. Gli impianti di trasformazione non coprono ancora il fabbisogno, la logistica è discontinua e i volumi non sono stabili. Il settore edilizio può trainare la filiera, ma non può sostituirla. Il rischio è una crescita anticipata: costruire senza filiera significa costruire dipendendo da importazioni o produzioni irregolari.

Tra interpretazioni normative, percezioni pubbliche e la costruzione di un senso comune

La definizione giuridica della canapa industriale in Italia continua a essere modellata dall’interpretazione delle parti della pianta e dal confine tra uso agricolo, tecnico e terapeutico. La discussione non riguarda tanto la coltivazione, quanto ciò che può essere lavorato, trasformato o commercializzato: «Il Decreto Sicurezza ha creato soprattutto confusione comunicativa. Quelle norme sono state poi interpretate dai tribunali e tutte le recenti sentenze hanno riconosciuto la possibilità di utilizzo della pianta in assenza di effetti psicoattivi rilevanti». Le soglie che orientano la valutazione non sono leggi e non nascono dal settore agricolo, ma dalla letteratura forense internazionale. Il risultato è un quadro che non vieta, ma rende incerta la percezione.

Il Parlamento Europeo ha permesso di utilizzare l’intera pianta, senza distinzione tra fusto, foglie e infiorescenze. È un’indicazione politica e tecnica destinata a diventare base di armonizzazione normativa: «Abbiamo chiesto al Ministero dell’Agricoltura di non ostacolare il processo. Se non intende sostenerlo, almeno non intervenga per bloccarlo». Il settore può crescere solo se la normativa smette di essere percepita come zona grigia.

In questo scenario, Federcanapa ha un duplice obiettivo. Da una parte, costruire un luogo in cui domanda e offerta possano incontrarsi in modo verificabile, senza frammentazione: «Riceviamo richieste di materia prima o trasformati che spesso non trovano risposta immediata, non perché non esistano produttori, ma perché non esiste ancora un punto di raccordo strutturato». Dall’altra, promuovere la canapa a uso terapeutico: «La canapa medica può contribuire a modificare la percezione pubblica della pianta come risorsa sanitaria, industriale e agricola. L’effetto più importante potrebbe essere culturale, prima ancora che economico».

La filiera della canapa industriale in Italia resta in una fase di definizione. Le coltivazioni, gli impianti di trasformazione e gli utilizzi nei diversi settori produttivi procedono in modo non uniforme, con aree in sviluppo e altre ancora ferme. Il quadro rimane aperto.

Federcanapa

Federcanapa è una federazione fondata nel 2016 che riunisce imprese agricole, aziende di trasformazione, tecnici e associazioni attive nel campo della canapa industriale in Italia. Si occupa di questioni normative, aspetti tecnici legati alla coltivazione e alla trasformazione e di coordinamento tra soggetti della filiera. A presiederla è Beppe Croce, attivo nella ricerca e nel dibattito sulla canapa industriale in Italia. Si occupa di temi legati all’agricoltura, ai materiali da biomassa e alla regolamentazione dell’uso della pianta a livello nazionale ed europeo.