
Book Pride, Hoepli e l’editoria a Milano: una città che legge senza una strategia
Hoepli, Book Pride e il flop di Tempo di Libri raccontano una città che legge molto ma in cui librerie e il mercato editoriale faticano a sopravvivere senza cambiare funzione
Editoria a Milano – nei giorni di Book Pride, Hoepli viene messa in liquidazione
Un nuovo paradosso foriero di polemiche prende forma in questi giorni a Milano. Da oggi a domenica 22 marzo si tiene la decima edizione di Book Pride, fiera nazionale dell’editoria indipendente, organizzata dal Salone Internazionale del Libro di Torino, mentre la città si mobilita per la messa in liquidazione di Hoepli. Libreria indipendente fondata 156 anni fa, per i milanesi è più di tutto un simbolo, come possono esserlo Gattullo, Marchesi o Cucchi, il cinema Mexico o la Trattoria Masuelli San Marco. Un’attività commerciale, ma anche una sorta di coordinata urbana, un presidio identitario in un contesto in cui tutto cambia e viene messo in discussione. Guardiana del civico 5 nella via che prende il nome del suo fondatore, Ulrico Hoepli, è senza dubbio oggetto d’affetto più di Book Pride o di qualsiasi altra fiera dell’editoria.
Cosa può fare una città per salvare le sue librerie?
Il polverone che si è alzato per tutta Milano quando si è saputo della messa in liquidazione di Hoepli, che dovrebbe chiudere di qui a un mese, ha preso forma completa nella petizione per chiedere al Comune di riconoscerne lo status di “bottega storica”, passaggio che riuscirebbe parzialmente a salvarla. È un’etichetta che vale insieme come onorificenza morale e come strumento amministrativo: agevolazioni, vincoli di destinazione, una forma di protezione contro il più temuto dei possibili esiti, quello della sua riconversione in altra attività commerciale. Le firme sono arrivate a quota 50mila, compresi nomi illustri come Mario Calabresi, Alessandro Cattelan, Riccardo Bocca, Vinicio Capossela e Alessandro Roja. L’oggetto è lontano anni luce, ma la sensazione è più o meno la stessa di quando, la scorsa estate, Milano si mobilitava per la chiusura del Leoncavallo: la città risponde. Molti stanno prendendo il caso di Hoepli come l’esempio più plastico del rischio di desertificazione commerciale e dello strapotere dell’e-commerce nel mercato dell’editoria, a discapito delle librerie indipendenti. In realtà la questione è più complicata, perché per Hoepli c’è di mezzo una lunga faida interna alla famiglia e una scarsa lungimiranza nella gestione dei conti, ma resta comunque un comodo punto di partenza per una riflessione più ampia. Al netto della mobilitazione, resta una domanda: cosa può davvero fare una città per salvare le sue librerie?
I buchi letterari nel tessuto urbano di Milano
Nel sistema librario milanese ci sono già buchi rispetto al passato. Nomi meno altisonanti di Hoepli, ma forse anche per questo ancora più legati alla dimensione umana della città, quella nascosta nei suoi quartieri, come possono esserlo una pellicceria, una cartoleria, un ferramenta o il macellaio. Nel 2025 ha chiuso la Libreria dei Ragazzi di via Tadino, in Porta Venezia. Nel 2024 ha chiuso Il Covo della Ladra di via Padova, specializzata in gialli e noir, punto di riferimento per tutta la zona. Tornando più indietro ancora, è già dal 2019 che Milano ha perso la Partipilo di viale Tunisia, storica attività divisa tra testi scolastici internazionali, arte e fotografia.
Milano città che legge, in un ecosistema frammentato
Intanto i dati raccontano di un posto che legge tanto, legge più di ogni altro posto in Italia. Se la media nazionale di residenti che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno è del 57%, secondo la più recente indagine multiscopo dell’Istat, in Lombardia, con Milano a guidare, si arriva al 63%. Ed è dal 2017 che il capoluogo è entrato nella rete delle città creative UNESCO per la Letteratura, insieme a Edimburgo, Dublino, Granada. Non solo per la sua tradizione letteraria, ma anche perché la promozione di festival ed eventi e il sostegno a librerie, biblioteche e scuole di scrittura. La città resta un ecosistema editoriale vivace, ma disperso. Talvolta diventa caotico e frammentato.
Il flop di Tempo di Libri e la galassia di eventi editoriali
Esempio di una certa difficoltà a mantenere un universo coeso è il caso di Tempo di Libri. Prima di Book Pride e di BookCity, la principale fiera del libro in territorio milanese, si era tentato di metter su una grande fiera, nata dallo strappo tra alcuni editori e il Salone del Libro di Torino, contro cui nessun’altra città italiana al momento può competere. Sulla carta doveva diventare un nuovo esempio dell’egemonia di Milano dell’intersezione tra cultura e imprenditoria. Migliaia di autori, centinaia di editori, un grande treno mediatico a presentarla. Nei fatti, fu un mezzo disastro. La prima edizione, nel 2017, lasciò una sensazione di disorganizzazione e scelte sbagliate, con presenze al di sotto delle aspettative. La seconda fu l’ultima: il sistema italiano non reggeva uno sdoppiamento tra Milano e Torino, obbligando autori, lettori ed editori a dividersi invece che unirsi.
Oggi la città si ritrova con una galassia di appuntamenti, di cui molti hanno il merito di dar voce a nicchie specifiche. Ci sono Stranimondi, il festival del libro fantastico, e la Mostra del Libro Antico e Raro, nel contesto più elitario del FAI. Per le riviste ci sono Mag to Mag e Sprint Art Book Fair. Un sottobosco di iniziative, alcune istituzionali e altre indipendenti, che però non risolvono a pieno il problema che molti esercenti, al di là di Hoepli, devono affrontare: la competizione con Amazon e simili, gli affitti che costano sempre di più, e un calo generalizzato delle vendite. Nel 2025, secondo dati AIE (Associazione italiana editori), si è registrata una flessione del 3% sui volumi di libri acquistati rispetto al 2024 (99,5 milioni) e del 2,1% per il fatturato. Il grosso delle perdite è a carico delle librerie più piccole, che hanno lasciato indietro 1,3 milioni di libri, chiudendo l’anno a -8,5%.
Le politiche del Comune di Milano – l’Albo delle librerie di prossimità
Il Comune di Milano si è mosso con l’istituzione, a partire da febbraio dello scorso anno, dell’Albo delle librerie di prossimità. Un tentativo di selezionare, sostenere, in parte salvare le attività in difficoltà Formalmente esiste, ma è ancora presto per vedere i risultati. Abbiamo linee guida, bandi e prime assegnazioni, dovremo aspettare un po’ di tempo per giudicarne l’impatto. Da subito si è comunque evidenziato che non è una soluzione. Non abbassa gli affitti, non modifica i margini, non risolve il problema strutturale. È piuttosto un segnale politico, che ha però fatto storcere il naso a molti. L’associazione librai contesta una distinzione che crea librerie di serie A e serie B, concentrando il 90% delle risorse pubbliche stanziate per questo capitolo a favore di una platea ristretta. Una scelta che, invece di rafforzare il settore, rischia di dividerlo. Chi decide chi merita di essere salvato?
Nuove aperture, tensioni di quartiere e modelli ibridi per sopravvivere nel caos
Sorprende in un contesto come questo sentire che a Milano ha appena aperto la quindicesima sede di Feltrinelli. Non è stata una nascita in sordina. L’indirizzo è via Principe Eugenio 5, zona MacMahon. A circa 500 metri di distanza, in via Govone 29, c’è la libreria per ragazzi Chissadove, che ha subito evidenziato come rischi adesso di rimanere fagocitata dal nuovo punto vendita di Feltrinelli. Il quartiere ha risposto alla richiesta di solidarietà e, insieme ad autori ed editori, Chissadove è riuscita a organizzare un simbolico festival per tutto il mese di marzo.
Che sia un colosso come Hoepli o una piccola realtà, emerge il fatto che una libreria indipendente, fondata sull’idea che per andare avanti basti vendere libri, fa sempre più fatica a sopravvivere. Molte insegne si sono quindi reinventate, trasformandosi in progetti ibridi: acquisto di libri sì, ma anche spazio eventi, bar, bistrot, luogo sociale. Online esistono ormai guide e itinerari su dove andare a Milano per i “migliori aperitivi in libreria”. Si può fare l’esempio della LibrOsteria in zona Moscova, di Libreria Verso in Ticinese, di Annares tra viale Monza e via Padova. Sono tutti casi di successo. Forse è questo il punto su cui riflettere. Non è che Milano sta perdendo le sue librerie, è che sta anche cambiando il modo in cui le usa.
