
Freia e la canapa terapeutica: un’industria che cresce senza una filiera dietro
La canapa entra nella clinica italiana dal seme: studi su pazienti fragili, protocolli e formulazioni prive di cannabinoidi psicoattivi, ma la filiera produttiva resta frammentata
Freia Farmaceutici e la canapa: una ricerca clinica che parte dal seme in Italia
Quando Freia Farmaceutici nasce nel 2009, la parola canapa non ha ancora un posto definito nel lessico dell’industria farmaceutica italiana. La pianta è associata soprattutto al dibattito sulla cannabis a uso ricreativo e a un quadro normativo improntato alla prudenza. Alessandro Cavalieri, amministratore delegato dell’azienda, riassume così quel contesto iniziale: «Parlare di canapa in Italia nel 2009 era come parlare di droga». La decisione di partenza è quella di concentrare il lavoro esclusivamente sul seme di Cannabis sativa, separandolo da qualsiasi riferimento a infiorescenze e cannabinoidi: «Fin dall’inizio della nostra attività, ci siamo concentrati su prodotti privi di THC e CBD».
La canapa diventa così una materia di studio che non si appoggia sull’eccezionalità della pianta, ma sulla sua composizione chimica. L’azienda sceglie di muoversi nello spazio delle autorizzazioni e dei protocolli clinici, dove ogni scelta richiede documentazione, tracciabilità e controlli di qualità. L’obiettivo non è quello di sfruttare un’immagine, ma di trasformare un ingrediente agricolo in un elemento di cura inserito in processi medici già esistenti.
Questa impostazione colloca immediatamente il progetto in un territorio di confine: a metà tra agricoltura e sanità, tra coltivazione e laboratorio. La canapa viene osservata come si osserva una materia farmaceutica: per i principi attivi che contiene, per la tollerabilità dei suoi componenti lipidici, per la possibilità di integrarsi in un percorso terapeutico senza introdurre elementi di ambiguità normativa. In questo scenario, la distanza tra ricerca scientifica e percezione pubblica resta un elemento da colmare: ciò che viene sviluppato in ambito clinico incontra ancora una comunicazione generalista che tende a sovrapporre piani diversi.
Materie prime naturali per la salute: formulazioni cliniche destinate a pazienti fragili
Le formulazioni sviluppate partono dall’olio estratto dal seme, ricco di acidi grassi polinsaturi. La destinazione d’uso riguarda soprattutto pazienti che presentano condizioni dermatologiche legate a trattamenti oncologici o a patologie croniche e soggetti con alterazioni del profilo lipidico: «Dalla canapa estraiamo principi attivi come omega 3 e omega 6, utili per sviluppare soluzioni terapeutiche con diversi ambiti di applicazione». In questo modo le materie prime naturali non vengono trattate come un blocco indistinto, ma come componenti selezionati per le loro proprietà fisiologiche.
Ne è un esempio lo studio clinico svolto presso l’Ospedale Sant’Anna di Torino su bambini affetti da una forma di dislipidemia: «I risultati sono risultati particolarmente apprezzabili anche in termini di confronto con le terapie farmacologiche standard».
Sul versante neurologico, il lavoro in corso è orientato verso patologie del sistema nervoso centrale. Si indagano possibili correlazioni tra l’assunzione di specifici lipidi e l’andamento di malattie come Alzheimer o ADHD. L’attenzione è posta sulla possibilità di integrare, non di sostituire, i protocolli terapeutici esistenti, con un’ottica di supporto nei contesti in cui l’efficacia dei trattamenti è limitata o gli effetti collaterali sono gravosi.
La canapa entra così nei percorsi di cura come parte di una strategia farmacologica che mira a minimizzare effetti indesiderati, soprattutto in pazienti fragili, con un profilo di tollerabilità adeguato ai contesti ospedalieri.
Filiera Italiana: una coltura storica senza un sistema industriale che la sostenga
Se sul piano clinico la direzione è chiara, sul piano produttivo emergono delle criticità. La canapa viene seminata in diverse zone del Paese, ma la filiera italiana non dispone di una rete industriale adeguata a trasformare ogni parte della pianta.
Per l’azienda il seme rappresenta la componente utile in questo momento, mentre il fusto e gli altri residui vegetali non vengono lavorati: «Servirebbero impianti di distillazione e di lavorazione dello stelo». Senza la coltura resta monca, un segmento agricolo che non riesce a trasformarsi in categoria industriale.
Manca la capacità di far procedere parallelamente la parte agronomica e quella tecnologica. Il rischio è duplice: da un lato gli agricoltori non trovano una remunerazione sufficiente per la coltura, dall’altro la ricerca clinica opera con la consapevolezza di non poter contare su una materia prima disponibile in quantità e qualità costanti nel tempo. La situazione è resa più complessa dall’assenza di una regia nazionale: nonostante i tentativi di rilancio agricolo degli ultimi anni, la canapa continua a essere trattata come una coltura sperimentale o marginale.
Questo scoraggia investimenti che avrebbero bisogno di una prospettiva di lungo periodo, anziché di iniziative isolate. Eppure la coltura sarebbe compatibile con i modelli agricoli richiesti oggi dall’Unione Europea in termini di riduzione delle emissioni e diversificazione delle rotazioni colturali.
Un materiale che potrebbe essere impiegato in più settori resta così un’occasione industriale non sfruttata.
Economie circolari mancate: il valore disperso negli scarti e nella fibra di canapa
Nel passato industriale italiano, la fibra di canapa era una materia prima centrale per la produzione di corde e tessuti tecnici. Oggi, in mancanza di una catena di trasformazione, la fibra non entra nei flussi produttivi contemporanei. Cavalieri la definisce «batteriostatica», evidenziandone il potenziale utilizzo in campo medico, in particolare come supporto per pazienti allettati o in dispositivi pensati per entrare in contatto con la pelle per tempi prolungati.
In assenza di impianti di trasformazione, gli steli vengono eliminati sul campo. Le potenziali economie circolari restano sulla carta: non c’è recupero della parte legnosa, non c’è reimpiego della fibra in materiali compositi, non vengono avviate sperimentazioni diffuse su tessuti medicali basati sulla canapa. Al contrario, altri Paesi, soprattutto in Europa orientale, stanno lavorando su queste applicazioni: «Ho visto dei prodotti estremamente interessanti ucraini».
La canapa potrebbe rientrare nella logica di valorizzazione totale del raccolto, in cui ogni parte della pianta trova un utilizzo tecnico, ma senza impianti adeguati il potenziale rimane statico. Anche la produzione di biomateriali, un settore in espansione a livello europeo, richiede continuità di approvvigionamento e standard qualitativi uniformi: condizioni che al momento non sono garantite.
Internazionalizzazione della canapa: dove la ricerca italiana trova una filiera completa
In questo scenario, la proiezione verso l’estero diventa una scelta obbligata: «Effettueremo delle prime importazioni di prodotti dall’Italia negli Stati Uniti e nel corso del 2026 sicuramente inizieremo a produrre là». Negli Stati Uniti la canapa ha trovato negli ultimi anni un quadro normativo più articolato, con regole diverse da Stato a Stato, ma con una maggiore disponibilità infrastrutturale per la lavorazione.
Freia si sta muovendo per lavorare anche con il Nord Europa e i Paesi Baltici, aree in cui la coltivazione si accompagna a politiche industriali orientate a materiali tecnici e biomedicali. Qui la canapa non viene osservata solo come segnale di ritorno alle colture tradizionali, ma come elemento inserito in piani industriali che prevedono ricerca sui materiali, certificazioni e standard qualitativi. L’apertura verso altre geografie consente di sperimentare in sistemi più maturi, con la possibilità di trasferire in futuro conoscenze e modelli in Italia.
Nella Penisola Arabica il rafforzamento dei sistemi sanitari privati e la costruzione di nuove strutture ospedaliere aprono la strada a introdurre materiali alternativi per la cura e l’assistenza a lungo termine. In questi contesti la canapa viene valutata per le sue prestazioni, non per il dibattito culturale che ha accompagnato il suo utilizzo in altre parti del mondo.
Un potenziale sanitario per la filiera italiana che rimane ancora sospeso
Il quadro che emerge è quello di una risorsa sanitaria in definizione, collocata all’incrocio tra agricoltura, industria e clinica. Le sperimentazioni citate mostrano che la canapa può trovare spazio in protocolli medici senza sovrapporsi ai farmaci esistenti, ma aggiungendo una possibilità di intervento in aree specifiche: «Stiamo valutando alleanze strategiche e nuove aree terapeutiche».
La filiera italiana oggi non è strutturata per sostenere da sola questo percorso. Tuttavia, proprio il lavoro avviato su pazienti fragili indica che la canapa potrebbe diventare parte di una riflessione più ampia sul rapporto tra sistemi agricoli e salute pubblica. Se la pianta venisse riconosciuta come materia di interesse sanitario e non come oggetto esclusivo di discussione normativa, potrebbe rientrare nelle politiche industriali e agricole non solo come coltura di nicchia, ma come elemento di un modello produttivo aggiornato.
Il passaggio da coltura marginale a risorsa clinica richiede una cooperazione tra settori che storicamente non dialogano: agricoltura, industria farmaceutica, progettazione di dispositivi medici. La distanza attuale tra questi ambiti è ciò che oggi sospende l’evoluzione della canapa italiana in una dimensione pienamente industriale.
Colmare quella distanza significherebbe trasformare un’esperienza di ricerca già in corso in una filiera riconosciuta, con effetti diretti sull’accesso a materiali più compatibili con le esigenze di cura contemporanee.
Freia Farmaceutici
Freia Farmaceutici è un’azienda italiana fondata nel 2009 con sede operativa nel settore della ricerca applicata alla canapa industriale. La sua attività si concentra sull’utilizzo del seme di Cannabis sativa per sviluppare formulazioni cliniche prive di cannabinoidi psicoattivi. Collabora con centri ospedalieri e istituzioni scientifiche per testare applicazioni terapeutiche soprattutto in campo dermatologico e metabolico. La produzione attuale è focalizzata su prodotti destinati a pazienti fragili, con criteri di tollerabilità elevati. La strategia prevede l’ampliamento a nuove aree terapeutiche e a mercati esteri dove la filiera della canapa è già strutturata.

