
La canapa in Sardegna tra potenziale in agricoltura e ostacoli legislativi
La canapa sarda è una coltura agricola con un potenziale, bloccata da regole che non seguono i campi. Tra Barbagia, Nurra e Campidano cresce una coltivazione che potrebbe fornire più materie prime locali
Canapa in Sardegna: una filiera possibile nonostante i divieti
In Sardegna, la canapa industriale si muove in un equilibrio instabile. I terreni coltivati aumentano e diminuiscono seguendo l’andamento delle norme, delle autorizzazioni, dei sequestri. Il settore procede per tentativi: sperimentazioni agricole, contatti con le università, richieste formali alle istituzioni. Sardinia Cannabis ha iniziato questo percorso nel 2017, nella provincia di Sassari, per reintrodurre una coltura sostenibile ed economicamente utile: una risorsa primaria locale con applicazioni nei settori alimentare, cosmetico ed edilizio.
«All’inizio recuperavamo campi abbandonati, rimettendoli in produzione» spiega Piero Manzanares, presidente dell’associazione. Il progetto si è esteso a tutto il territorio regionale, raggiungendo circa centocinquanta soci: agricoltori, imprenditori, tecnici, ricercatori. Le varietà coltivate sono certificate dal catalogo europeo, con linee monoiche per la produzione di seme e dioiche per fibra e infiorescenze. In diversi casi la coltivazione è diventata un modo per non lasciare improduttivi terreni di famiglia, per sperimentare un’attività agricola con costi contenuti e recuperare un legame con la terra interrotto da anni.
La prospettiva è quella di una filiera riconosciuta e tracciabile: «Una filiera regionale della canapa industriale è possibile. Con un impianto di trasformazione modulare potremmo produrre più materie prime, sviluppando nuovi comparti economici e dando continuità a chi lavora in campagna». La relazione con gli enti scientifici è costante: gli studi universitari riguardano varietà, adattamento ai suoli sardi, qualità delle infiorescenze e possibilità di miglioramento delle rese.
Economie circolari: il valore aggiunto resta nella pianta
Il passaggio che può definire il futuro della canapa sarda è la trasformazione in loco: «Se lavori solo il fiore, tagli e butti tutto il resto. È l’opposto delle economie circolari». La canapa è una coltura multipla: seme, fiore, fibra, canapulo e scarti hanno destinazioni diverse e tutte potenzialmente utili. Dalla stessa pianta possono nascere alimenti, cosmetici, prodotti per l’edilizia: è questo a rendere concreto il modello di filiera regionale.
L’idea di costruire un impianto industriale nella Nurra nasce per dare valore a ogni parte della pianta e per impedire che il potenziale economico si disperda in altre regioni, con costi di trasporto e margini che si spostano altrove: «Sarebbe il primo impianto di trasformazione in Sardegna. Significa riportare valore sul territorio». Per le campagne della Nurra è una possibilità di recupero: un modo per riattivare superfici agricole dismesse attraverso una coltura che richiede una gestione semplice e porta ritorni anche in termini ambientali.
Tra obiettivi e vincoli, la canapa rappresenta un test per l’innovazione rurale: capire se l’isola è in grado di trasformare un prodotto agricolo in un’industria leggera, diffusa e adattabile ai territori. La discussione sull’impianto è un indicatore: misura la disponibilità del sistema produttivo a credere in una trasformazione a scala regionale.

Una geografia produttiva che si sta ridefinendo
La diffusione della coltivazione ha ridisegnato la mappa rurale dell’isola: «All’inizio era quasi tutto nel Sassarese. Oggi la Barbagia è molto attiva, ma anche l’Oristanese e il Cagliaritano hanno aumentato le superfici. È un quadro più equilibrato». Il clima mediterraneo e la presenza di suoli differenti permettono di sperimentare più linee di prodotto: «La qualità cambia da zona a zona: un seme sardo ha caratteristiche diverse rispetto a colture del Nord Italia. Su questo si può costruire un’identità produttiva».
Le tecniche di coltivazione si aggiornano di continuo: semina in filari più ampi per infiorescenze omogenee, raccolta manuale nelle aziende più piccole, adattamenti ai macchinari già in uso per evitare investimenti insostenibili. «Molti agricoltori hanno acquistato strumenti per la pulizia del prodotto. Sono soluzioni minime che però fanno avanzare il lavoro». Anche la gestione della sicurezza varia: chi ha paura dei controlli preferisce destinare solo seme e olio al mercato, rinunciando al fiore.
Il CBD è l’utilizzo più avanzato dell’infiorescenza quando la legge lo consente: piccoli lotti lavorati in collaborazione con trasformatori specializzati. Il seme alimentare resta la base più solida: farine e oli vengono trasformati in prodotti tipici.
Il fiore di canapa tra interpretazioni legali e fermi amministrativi
La normativa è oggi il fattore più condizionante: «In passato erano cento ettari coltivati. Ora quaranta, sessanta al massimo, la metà». Il riferimento è all’articolo 18 del DDL Sicurezza, che vieta la manipolazione e detenzione di fiore e foglie: «Puoi tagliare la pianta ma non puoi toccarla. Né possedere, né trasportare, né commercializzare il fiore».
Gli esiti dei controlli cambiano da un caso all’altro: sequestri, restituzioni, distruzioni del materiale. «Se il fiore è sotto lo zero virgola cinque percento di THC non è stupefacente, è un prodotto agricolo, ma a volte viene distrutto prima ancora di essere analizzato». Questa incertezza agisce come un freno invisibile: si preferisce non investire, o farlo su superfici ridotte, nell’attesa che la normativa smetta di oscillare.
In questo scenario, la Corte di Giustizia Europea può avere un ruolo decisivo: un’interpretazione che riporti coerenza tra quadro normativo europeo e pratiche agricole italiane potrebbe sbloccare la situazione in modo stabile. Per gli agricoltori significherebbe programmare, invece che adattarsi ogni anno a nuove condizioni.
Materie prime e utilizzi: dal seme al fiore, passando per il fusto
Quando la legge è chiara, tutta la pianta trova una destinazione. Il seme alimentare viene impiegato per farine, oli, prodotti che integrano tradizione e nuova ricerca nutrizionale: «Perché non usare il fiore anche in cucina? Se è garantita la salubrità, può essere un ingrediente come tanti».
Il fusto completa la lista delle materie prime disponibili: canapulo e fibra per l’edilizia, con soluzioni leggere e traspiranti in grado di rispondere alle esigenze di sostenibilità energetica. Prodotti che nascono da ciò che oggi, in molti casi, viene lasciato sul campo come materiale di scarto.
La canapa diventa così un nodo produttivo: agricoltori che possono programmare semine più estese, trasformatori che investono in tecnologie scalabili, consumatori che trovano prodotti definiti e certificati. Il potenziale esiste già, ma manca la possibilità di realizzarlo su scala più ampia e continuativa.
Una partita aperta tra agricoltura e legislazione
Il futuro della canapa in Sardegna si gioca su due fronti. Da un lato c’è la coltivazione, che ha già dimostrato di poter crescere in modo omogeneo su più territori, con agricoltori pronti a investire e a sperimentare. Dall’altro c’è la normativa, che continua a muoversi con un passo incerto, lasciando il fiore in un limbo tra ciò che è ammesso e ciò che non lo è ancora: «Non chiediamo scorciatoie, ma un regolamento unico e comprensibile, capace di allineare produzione, trasformazione e controlli senza che nessuno debba fermarsi per paura di sbagliare. La canapa funziona quando ognuno fa la sua parte: agricoltori, trasformatori, istituzioni».
L’isola ha un vantaggio strutturale: suoli diversificati, tecnici formati, agricoltori che hanno già costruito rapporti di collaborazione. Serve, però, continuità, avere la certezza che ciò che si semina possa essere raccolto e trasformato. Il quadro normativo aperto a Bruxelles potrebbe segnare un passaggio decisivo: un ritorno alla coerenza con le prassi europee, una ripartenza degli ettari coltivati, un uso completo della pianta in linea con il principio delle economie circolari.
Il resto dipende dalla volontà politica di riconoscere la canapa come risorsa agricola e non come eccezione da sorvegliare. La coltivazione c’è, la trasformazione è possibile, il mercato è pronto. Il punto è trasformare l’attesa in lavoro e riportare valore nei territori che sperimentano senza poter crescere.
Sardinia Cannabis
Sardinia Cannabis nasce nel 2017 nella provincia di Sassari con l’obiettivo di riportare la coltivazione della canapa industriale in Sardegna. L’associazione riunisce circa centocinquanta tra agricoltori, tecnici, ricercatori e piccoli imprenditori attivi nei territori di Barbagia, Campidano, Oristanese e Sassarese. Promuove l’utilizzo agricolo della pianta secondo il catalogo europeo e il riconoscimento del fiore come prodotto agricolo. Collabora con enti scientifici e istituzioni per aggiornare il quadro normativo. Lavora alla costruzione di una filiera regionale che includa coltivazione, trasformazione e distribuzione.



