
Cime Tempestose riletto tra brughiera e fango: il sesso dove la società non arriva
Quando il desiderio non ha diritto di cittadinanza, inventa geografie parallele – “Cime Tempestose” di Fennell e la genealogia del sesso clandestino nella natura, tra melodramma erotico e immaginario del cruising
Sudore, fango e corsetti strappati: Jacob Elordi e Margot Robbie nel nuovo “Cime Tempestose”
Mani che stringono un corsetto, mani che lo slacciano, mani che lo strappano. Mani che chiudono una bocca, mani sugli occhi, mani che si cercano nel fango. La carica erotica è innegabile.
Poi, sotto la pioggia battente, compare Jacob Elordi. Lo vediamo sollevare Margot Robbie con un braccio soltanto, usando l’altro per proteggerla dall’acqua. È chiaro che i due sono legati da una passione primordiale, ossessiva, viscerale. Rivedremo Elordi in frac, mentre fuma una pipa ammiccando. Si può immaginare, che il fumo invada la stanza e finisca proprio addosso alla donna amata, odiata, desiderata, come succede tra adolescenti innamorati che si fumano in faccia per dirsi: “Allora baciami” o “Saremo dannati per sempre”.
Poi rieccolo, sempre Elordi, ora inzozzato di fango, di polvere, i capelli lunghi, unti, lerci, la barba incolta.
È lui – il fu Frankestein per Guillermo Del Toro, il Nate, re fragile e psicopatico di Euphoria – a interpretare Heathcliff nella nuova trasposizione cinematografica di Cime Tempestose, diretta da Emerald Fennell (Saltburn e Una donna promettente – Oscar alla miglior sceneggiatura originale 2021).
Nei panni di Cathy, Margot Robbie. Nei trailer la vediamo stretta in corsetti che implorano di essere slacciati. Poi, eccola procedere compunta per la brughiera, in abito da sposa. E ancora, sdraiata a terra, abbandonata al rimorso o al piacere. La vediamo implorare, trottare, piangere disperata, sospirare e pregare.
In uno dei poster promozionali, è immortalata di schiena, le mani a graffiare la tappezzeria morbida davanti a lei e, poco più in alto, la dicitura: “Drive me mad”. Sono sue le labbra presenti nella prima immagine promozionale della pellicola: un dito in bocca, e attorcigliato a quello, qualche ciuffo d’erba. Ai margini superiori, i nomi dei due protagonisti, e centrale, in basso, la data d’uscita del film: il giorno di San Valentino del 2026 – in Italia, uscirà in anteprima, il 12 febbraio.
Un dramma sadomaso: Emerald Fennell rilegge il classico di Emily Brönte
La scelta dei due attori ha fatto storcere il naso agli intellò più puristi – lui troppo bello e bianco, lei troppo vecchia, troppo bionda, troppo Barbie. L’operazione Fennell non vuol certo essere fedele all’opera bröntiana, anzi, il film pare assumere le forme di un melodramma super hot, stuzzicante e sfrenato. La regista dice di aver scelto Elordi e Robbie perché l’uno le ricordava le illustrazioni di Heathcliff presenti nella prima versione del romanzo che aveva letto da ragazza, e l’altra perché possiede “un potere ultraterreno”, molto simile a quello di Cathy.
Il feeling tra i due attori protagonisti è indiscutibile, confermato dalla critica internazionale che ha già visto il film – Jazz Tangcay, caporedattrice di Variety, si è sbilanciata su X, dove ha definito la chimica tra Elordi e Robbie “tutt’un altro livello di HOT!”.
È la stessa Fennell a sottolineare la natura difforme del film rispetto al libro, chiarendo il significato delle virgolette che racchiudono il titolo dell’adattamento. Un segno grafico che vuol dire che ciò che si andrà a vedere non è Cime Tempestose in tutto e per tutto, ma la versione fennelliana del dramma di Emily Brönte.
A interessare Fennell è la carica erotica primordiale presente nel libro. Ha, infatti, più volte ripetuto di aver trovato nel testo originale molto sadomaso, e che la prima scena a cui ha pensato è una sequenza simile a quella della vasca da bagno in Saltburn (quando Barry Keoghan beve l’acqua della vasca da bagno dove poco prima si era masturbato Jacob Elordi) che avrà a che fare con una roccia.
Se nel libro Heathcliff e Cathy non arrivano mai ad avere contatti fisici espliciti, Margot Robbie ha dichiarato che nel film i due si baciano molto, si baciano ovunque, in tutta Wuthering Heights – titolo originale dell’opera e residenza prima di Cathy, poi di Heathcliff – e di essersi sentita codipendente da Elordi sul set, evidenziando la tensione ossessiva che muove la storia.
Un classico brat, il graffio di Charli XCX nella colonna sonora di “Cime Tempestose”
Significativa la scelta di affidare la colonna sonora del film a Charli XCX, voce della generazione brat, pronta a rivendicare la propria libertà, le proprie fragilità, i propri desideri e tutte le sue contraddizioni.
Le immagini dei trailer promozionali sono accompagnati dal martellante ritornello di “Everything is romantic”: fall in love again and again. Nel novembre 2025 è uscito il primo singolo realizzato per la colonna sonora del film, con John Cale dei Velvet Underground, “House”. A seguire, sono stati pubblicati: “Chains of Love” e “Wall of Sound”.
L’intero album, distribuito dall’Atlantic Record e registrato dalla cantante nel 2025 durante il Brat Tour, uscirà il 13 febbraio 2026. La cover è un fotogramma del film, il dettaglio di un piatto su un tavolo. Sulla destra le mani di Heathcliff sono appoggiate al tavolo, i palmi aperti, aderenti al piano di legno, sulla sinistra la mano di Robbie stringe quello che sembra un pezzo di pane, pronta a intingerlo in un uovo cotto.
Il desiderio che esplode nella natura selvaggia: dalla brughiera di Cime Tempestose alle vette di Brockeback Mountain
A un certo punto, nel libro di Brönte, Cathy confessa alla domestica Nelly che il suo amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto gli alberi della brughiera, una fonte di piacere poco visibile, ma necessaria. Un legame, il loro, che segue le leggi di natura: maleducato e incivile, ma necessario. Libero, primitivo e indomabile come la brughiera (nell’originale inglese, i moors) dove nasce e muore senza consumarsi mai – almeno nel libro. Uno spazio aperto, illimitato, aspro e ventoso, soggetto a tempeste violente. Come il desiderio che anima i due amanti: viscerale, distruttivo, assoluto. Il rapporto che lega Cathy e Heathcliff è così radicale che supera i confini del corpo, della società – persino della morte. Annulla i confini dell’io, è ruvido, primordiale, aspira all’incendio. La natura selvaggia – che graffia, che ringhia, che urta – è l’unico luogo capace di contenerlo.
È accaduto, e ancora accade, che il desiderio indicibile esploda in spazi clandestini. È un aspetto comune a più testi, letterari e filmici: la passione deflagra là dove non conosce testimonianza. Si pensi alla foresta ne La lettera scarlatta di Hawthorne, spazio libero dalle leggi del villaggio, al desiderio frustrato che si ritira nel sottosuolo, nelle soffitte o nelle stanze segrete negli scritti di Dostoevskij e Kafka, al bosco e alla capanna del guardiacaccia, luogo del desiderio interclassista, ne L’amante di Lady Chatterley di D. H. Lawrence, e ancora alle periferie, i ruderi, ai vicoli, ai bordelli di Joyce e Pasolini.
La natura selvaggia è un prima, un altrove. Non conosce l’istituzione e il progresso. Lì dove nessuno guarda, e lo Stato e la comunità non arrivano, decadono i ruoli, restano i corpi, e il desiderio è libero di emergere – specie quello omosessuale, per molto tempo criminalizzato, patologizzato, espulso dallo spazio pubblico e domestico. Gli esempi sono molti, tra i tanti, è celebre il film Brokeback Mountain di Ang Lee, liberamente ispirato all’omonima racconto di Annie Proulx, pubblicato nel 1997 sul New Yorker. La storia, in breve: nell’estate del ‘63, due cowboy, Ennis (Heath Ledger) e Jack (jake Gyllenhall), si incontrano in un ranch del Wyoming – stato ultraconservatore. Fuori dal mondo, i due si avvicinano fino a toccarsi. Per i vent’anni successivi i due si perdono e ritrovano, la passione cresce, ma è costretta a rimanere un segreto.
La montagna, i pascoli, una tenda tra i boschi. È Jake a fare il primo passo, nella notte afferra il braccio del collega, lo stringe a sé. Ennis lo respinge, si alza. Jake lo raggiunge, si slaccia la cintura, cala i pantaloni, e lascia spazio a Ennis. La natura selvaggia che consente ai due di incontrarsi, di toccarsi, è il solo luogo dove il loro desiderio trova cittadinanzia, e per questo ne sancisce anche la condanna all’esilio.

La campagna ruvida di God’s own country, Maurice e Call me by your name
Lo stesso accade con la campagna, in tre opere che hanno sempre al centro l’amore omosessuale.
In God’s own country, di Francis Lee, la vita di un giovane contadino dello Yorkshire, Johnny (Josh O’Connor), cambia per sempre dopo l’arrivo nella fattoria di famiglia di Gheorghe, un bracciante rumeno (Alec Secareanu). Il desiderio emerge tra le stalle, ed esplode nella campagna fredda e fangosa. Mandati al pascolo, i due litigano per l’ennessima volta, si spingono a terra, rotolano nel fango, ansimano, si cercano e respingono, come i cowboy di Lee. Poi, si levano i pullover e calano i pantaloni. I petti villosi, sporchi di fango. Le mani di Gheroghe stringono la testa di Johnny mentre questo è preso a fargli una fellatio. Le gambe lo legano a sé. Le maschere cadono. Il sesso è ruvido.
In Maurice, diretto da James Ivory, e tratto dall’omonimo romanzo di E. M. Forster, il giovane studente universitario Maurice (James Wilby) si innamora del compagno di studi Clive (Hugh Grant). Terminati gli studi, Clive, timoroso della dura morale vittoriana, cerca di dimenticare il suo passato mosessuale, mentre Maurice finisce per accetarsi. L’amore tra i due sboccia tra i sentieri della campagna inglese. Uno spazio utopico e liminale. Una natura protettiva, quasi fiabesca, che permette un ritiro ai margini del mondo.
Lo stesso accadde con la campagna del Nord Italia in Call me by your name, di Luca Guadagnino, tratto dall’monimo romanzo di André Aciman, e sceneggiato dallo stesso Ivory di Maurice.. La campagna cremonese che fa da sfondo alla relazione dolce e tragica tra Elio (Timothée Chalamet) e Oliver (Armie Hammer) è un luogo sospeso nel tempo di un’estate. Luminosa e sensuale. Ricordiamo i le gambe dei due intrecciarsi nell’acqua di un fontanile, i bagni al torrente, le corse in bicicletta lungo i sentieri sterrati, le loro mani cercarsi nell’erba, e la luna a illuminare quella notte d’estate, quando la videocamera si allontana, punta a un albero là fuori, mentre i ragazzi, lasciati soli in stanza, sono liberi di amarsi. Che sia anche solo per un’ora, un giorno, o poco più.
I luoghi del piacere proibito e la pratica del cruising
Il desiderio osteggiato si fa vagabondo. Impara a muoversi nelle zone d’ombra, tra gli interstizi, occupa territori ostili – si aggiungano ai citati: la giungla ecuadoriana di Queer, per tornare a Guadagnino, e le coste della Cornovaglia in Ammonite, opera seconda dello stesso Francis Lee di God’s own country, qui alle prese con un rapporto saffico.
Il desiderio non conosce diritti. Vaga sotto la pioggia, si fa strada tra gli alberi. La natura selvaggia diventa la sua prima zona franca. Col tempo, e il nascere di metropoli sempre più fitte, anonime, stratificate, il desiderio sopravvive nei parchi, nei bagni pubblici, nei vicoli, nelle stazioni, agli argini dei fiumi che bagnano le periferie. Qui si sviluppa la pratica del cruising. In luoghi dove nessuno resta a lungo, dove la passione erompe e scompare subito dopo, senza lasciare tracce.
Tra i primi a parlare c’è Paolo Valera, nel testo Milano sconosciuta del 1879, poi dieci anni più tardi, Alberto Costa, in Rettili umani dove descrive il battuage alla Fortezza da basso a Firenze. Tra i primi luoghi di incontro all’aperto per omosessuali si ricordano: la Galleria e il Castello Sforzesco di Milano, il Circo Massimo a Roma e il Muro del pianto a Venezia.
Alla morte dello scrittore omosessuale Edmund White, Luca Guadagnino e Carlo Antonelli, hanno ricordato la collinetta Monte Caprino, alla pendice del Campidoglio, per lunghissimo tempo tempio del cruising. Un parco giochi di carne. “Ci incontriamo fuori, da qualche parte, per caso”. La bocca non dice: “Ti desidero”. Il corpo suggerisce un: “Ti cerco”.
È una ronda urbana, una preghiera. Perché quando il desiderio non ha diritto di cittadinanza, inventa geografie parallele. Crea luoghi dove l’amore possa accadere, anche se il mondo dice che lì non dovrebbe esserci nulla.
Nicolò Bellon









