
La crisi idrica in Lombardia accelera la trasformazione dell’agricoltura
Gestione delle falde, carbonio nel suolo e nuovi modelli produttivi: Maddalena Gioia Gibelli, presidente di Casa dell’Agricoltura, racconta una transizione agricola forzata tra clima, economia e politiche carenti
Le sfide dell’agricoltura di oggi: acqua, cambiamenti climatici e nuove opportunità
Le coltivazioni tradizionali non sempre reggono l’impatto dei cambiamenti climatici: il clima si è scaldato, l’umidità estiva è diminuita in un’area storicamente umida e il tema dell’acqua è diventato centrale. In pianura padana la disponibilità idrica sarà sempre più ridotta: per decenni è dipesa dallo scioglimento dei ghiacciai, oggi in rapido esaurimento. L’approvvigionamento si sposta così sulle falde, ma non tutte sono utilizzabili — la prima è inquinata, la seconda solo parzialmente, altre sono falde fossili. Per questo la Casa dell’Agricoltura ha elaborato un Decalogo dell’acqua in agricoltura, per indicare strategie innovative e priorità in un’ottica di conservazione della risorse idriche in un settore che utilizza fino all’80% delle risorse disponibili.
«La sostenibilità è anche la capacità di adattarsi a un habitat che cambia, senza perdere il legame con l’ambiente e le risorse primarie da cui dipendiamo», osserva Maddalena Gioia Gibelli, Presidente di Casa dell’Agricoltura. La transizione deve essere anche economica e sociale: se cambia l’ambiente, cambia la società che vive al suo interno. Le aziende agricole affrontano costi crescenti, dal carburante ai fertilizzanti, ma questa pressione apre anche nuove opportunità. L’aumento dei prezzi delle componenti chimiche rende più competitivo il biologico e l’agricoltura conservativa, che impiegano meno fertilizzanti e generano benefici per l’ambiente e per chi consuma. In questo scenario, il rapporto tra società globale e comunità agricole torna centrale: luoghi dove si produce cibo, ma anche modelli di vita che possono ancora indicare un equilibrio possibile tra territorio, economia e cultura.
L’innovazione tecnologica che aiuta a prendersi cura del suolo, serbatoio di acqua e carbonio
Nel milanese – e non solo – gli agricoltori stanno già adattando le pratiche produttive ai nuovi scenari climatici, seguendo un’evoluzione tecnologica che orienta tutto il settore. La gestione dell’acqua, tema cruciale, viene affrontata sempre più con sistemi di irrigazione intelligenti: non più irrigazione a pioggia, ma la distribuzione mirata, goccia a goccia, direttamente alla base della pianta. Lo stesso vale per la fertilizzazione, che non segue più schemi standardizzati ma si calibra sulle reali esigenze del suolo. C’è chi coltiva il riso in asciutta, riducendo drasticamente il consumo idrico, e chi recupera tecniche antiche come le rotazioni. L’agricoltura conservativa, per esempio, evita l’aratura per non alterare il terreno né liberare CO₂: il grande serbatoio di carbonio è il suolo, spiega Gibelli. «Dobbiamo reimparare a prenderci cura del suolo perché è lì che si conserva il carbonio, grazie alla sostanza organica composta dai piccoli organismi e microrganismi che lo abitano», ricorda Gibelli.
Mantenere il terreno ricco di sostanza organica significa mantenerlo umido: un suolo vivo assorbe più acqua, trattiene umidità, mitiga gli effetti degli eventi climatici estremi, come le sempre più frequenti bombe d’acqua, e riduce l’impatto delle siccità estive. È un equilibrio complesso, che integra innovazione, saperi antichi e dinamiche ambientali.
Il futuro dell’agricoltura e la necessità di incentivi e politiche di settore: imprenditorialità, coltivazioni di nicchia e sperimentazioni
Molti giovani guardano oggi all’agricoltura con curiosità, ma pochi riescono davvero a confrontarsi con il settore. Le difficoltà sono pratiche ed economiche: l’allevamento richiede una presenza costante e un impegno fisico che scoraggia; la coltivazione vegetale è meno gravosa, ma resta un lavoro scandito dalle stagioni e concentrato nei mesi più caldi. «I giovani fanno fatica ad accettare che siano le stagioni a controllare le loro vite, e non loro stessi», osserva Gibelli. A questo si aggiunge un ostacolo strutturale: l’ingresso imprenditoriale è complesso, e gli incentivi europei favoriscono mediamente le aziende più grandi, lasciando scoperta quella rete di piccole realtà che, pur producendo meno, custodiscono la biodiversità agricola del Paese. È nelle loro mani che sopravvivono varietà antiche e rare, spesso incompatibili con la filiera industriale ma ricche dal punto di vista nutrizionale.
Oggi proprio queste piccole realtà stanno guidando il ritorno ai grani antichi, rimettendo in discussione il modello del pane bianco nato nel dopoguerra e oggi associato ad allergie e intolleranze crescenti. I grani antichi richiedono tempi di lievitazione più lunghi e tecniche più complesse, ma garantiscono un profilo nutrizionale più equilibrato. La questione riguarda però tutte le agricolture “di nicchia” che formano il paesaggio produttivo italiano, diversissimo per morfologia e clima: dalle Alpi alle zone sotto il livello del mare. Secondo Gibelli, preservare la biodiversità non deve essere visto come un atto nostalgico dalle istituzioni, ma come una necessità.
In questo scenario si inseriscono sperimentazioni come quella della Rete Semi Rurali, che seleziona varietà autoctone di riso confrontandole direttamente sul campo. Ogni appezzamento viene seminato con quattro o cinque specie per categoria — tondo, lungo, grosso — e viene osservata la risposta del terreno. Il seme che cresce meglio è selezionato per le stagioni successive. Ne risultano colture più adatte, sostenibili ed efficienti, con un netto calo delle cure colturali. Sperimentazioni così sono cruciali e devono essere preservate, ricorda la Presidente di Casa dell’Agricoltura: «Non sappiamo con precisione in quale direzione si muoverà il clima, e avere più risorse a disposizione significa avere più possibilità di adattamento».
La Casa dell’Agricoltura di Milano – in conversazione con la Presidente Maddalena Gioia Gibelli
Casa dell’Agricoltura, associazione culturale ETS fondata nel 2017, nasce per tutelare e sviluppare l’eredità di Expo 2015 e del suo tema centrale, Nutrire il pianeta, energia per la vita. Al centro c’è l’agricoltura milanese e lombarda, osservata però in relazione ai sistemi agricoli italiani nel loro insieme. La missione è dare riconoscimento a un settore strategico per economia e ambiente, spesso poco compreso dall’opinione pubblica e marginalizzato dalle istituzioni. In questo spazio trovano rappresentanza agricoltori, tecnici, ricercatori, lavoratori della terra e figure della pubblica amministrazione: una rete di competenze che affronta le sfide della produzione alimentare e del futuro delle risorse.
La Casa dell’Agricoltura promuove un’idea di agricoltura capace di innovare restando ancorata ai tre pilastri della sostenibilità: economia, ambiente e società. Al centro c’è il riconoscimento del ruolo degli agricoltori come veri costruttori dei paesaggi rurali, elementi essenziali non solo per la vita produttiva di un territorio, ma per la qualità dell’ambiente in cui una società sempre più distratta si muove. «Il paesaggio rurale ci connette al passato e ci proietta nel futuro, mantenendoci ancorati alla realtà in un mondo che rischia di diventare sempre più artificiale», sottolinea Maddalena Gioia Gibelli, Presidente dell’Associazione. Un altro obiettivo è facilitare le reti: un passaggio necessario per accompagnare l’agricoltura nel terzo millennio, dove la capacità di unirsi, condividere progettualità e presentarsi in modo compatto ai mercati globali — così come alle istituzioni regionali, nazionali ed europee — diventa una condizione per restare competitivi.
Le attività di Casa dell’Agricoltura – il progetto con Legambiente per il Parco Agricolo Sud
La Casa dell’Agricoltura sostiene progetti sperimentali e ricerche, spesso come capofila o come partner. «Puntiamo a intercettare le idee più promettenti per accompagnarle e diffonderle», sintetizza Gibelli. Accanto all’attività scientifica c’è quella divulgativa: una newsletter periodica, seminari, convegni, corsi rivolti sia ai tecnici sia ai non addetti ai lavori. L’Associazione partecipa a master dedicati all’agricoltura e per due anni ha organizzato un proprio percorso formativo sull’innovazione agricola. Il fil rouge dei progetti in corso resta lo stesso: individuare strumenti e soluzioni che rendano il sistema agricolo più sostenibile e trasferirli sul territorio.
L’organizzazione si muove con un direttivo stabile e un gruppo di lavoro variabile che supera le cento persone. Tra le iniziative recenti c’è il percorso sviluppato con Legambiente sul Parco Agricolo Sud Milano, il più grande d’Europa, che comprende quasi tutte le superfici agricole della Città Metropolitana. Dopo la nuova legge che ha imposto il passaggio sotto l’egida regionale, il parco è rimasto per due anni in una fase di stallo, in attesa della riorganizzazione. Per accompagnarne la ripartenza, la Casa dell’Agricoltura e Legambiente hanno promosso Dialoghi strategici sul Parco Sud, un processo partecipato per definire un manifesto di visione e sviluppo. Quattro incontri pubblici hanno raccolto contributi da agricoltori, università, camere di commercio, comuni e amministrazioni. Il documento finale è stato consegnato al nuovo consiglio di gestione, come base di lavoro per un parco agricolo capace di crescere e innovare insieme al territorio.
Nel manifesto compaiono dati utili, seppur approssimativi e disomogenei per fonte e anno di aggiornamento: una conseguenza diretta dell’assenza di rilevazioni coordinate nell’area metropolitana negli ultimi dieci anni, e negli ultimi cinque per quanto riguarda il Parco Agricolo Sud. Il quadro che emerge è comunque indicativo: 3.432 imprese agricole, pari all’1,1% del totale; gli addetti del settore rappresentano appena lo 0,3%. Le imprese giovanili si fermano al 7%, mentre le start-up innovative non superano lo 0,5%.
Il ruolo della Città metropolitana di Milano nel panorama agricolo tra passato, presente e futuro
Con l’esperienza di Expo 2015 il capoluogo lombardo ha scoperto una verità rimasta per anni ai margini della sua narrazione: Milano è una città agricola. La seconda d’Italia per estensione agricola, dopo Roma. Un dato sorprendente che affonda le radici nella storia economica e culturale del territorio. La pianura milanese, resa fertile da una straordinaria disponibilità d’acqua, si è sviluppata in un punto di connessione tra la fascia dei fontanili — dove l’acqua sotterranea sgorga ancora oggi a circa 13 gradi — e la pianura asciutta. Da questo sistema nacquero le marcite, un modello agricolo introdotto dai monaci cistercensi: campi irrigati con acqua tiepida che permettevano di anticipare il taglio dell’erba a febbraio. In un’epoca in cui l’erba era il “petrolio” necessario ad alimentare buoi e cavalli, Milano costruì qui la sua forza. Non solo nutriva una città in crescita, ma sosteneva anche la cavalleria di Francesco Sforza, tra le più potenti d’Europa, trasformando quell’abbondanza idrica in ricchezza e influenza. Oggi questa storia resta come un imprinting nella struttura urbana: uno strato genetico che continua a definire l’identità della città.
Da qualche anno a questa parte la gestione del territorio agricolo, un tempo affidata alle Province, è passata alla Regione Lombardia con la nascita della Città Metropolitana, ma senza un monitoraggio aggiornato. Il risultato è un mosaico in cui quasi il 50% del territorio resta agricolo — con poche aree boschive lungo i fiumi e il resto urbanizzato — e dove convivono diverse agricolture: aziende anche molto grandi, con una media di 50 ettari e punte oltre i 100, accanto a realtà più piccole da 10 o 20 ettari. Un paesaggio produttivo eterogeneo che continua a sostenere silenziosamente Milano, la Lombardia e buona parte del Paese.
Agnese Torres

