Emilio Ambasz: il verde che penetra il cemento

La mostra Green over Gray all’ADI Design Museum di Milano ripercorre il pensiero di Emilio Ambasz, pioniere dell’architettura verde urbana, tra etica del costruire e restituzione del paesaggio

Il manifesto di architettura verde urbana di Emilio Ambasz omaggiato con la mostra Green over Gray all’ADI Design Museum di Milano

Quando nel 1995 fu inaugurato l’ACROS Fukuoka Prefectural International Hall, i cittadini giapponesi si trovarono di fronte a un paradosso architettonico. Il municipio aveva ceduto gli ultimi due ettari di parco pubblico nel centro della città per costruire un complesso di 100.000 metri quadrati. Eppure, al termine dei lavori, il parco era ancora lì. Anzi, era cresciuto verticalmente, arrampicandosi lungo quattordici terrazze fino a sessanta metri d’altezza, trasformando la facciata meridionale dell’edificio in una montagna verde che ospita oggi 50.000 piante di 120 specie diverse.

Questo progetto sintetizza il pensiero di Emilio Ambasz, architetto argentino nato a Resistencia nel 1943, che da oltre mezzo secolo propone una tesi semplice e radicale: ogni costruzione sottrae suolo alla natura, e ogni architetto ha il dovere etico di restituirlo sotto forma di giardini e paesaggi accessibili alla collettività. “Green over gray” — il verde al di sopra del grigio — recita il suo manifesto, formulato negli anni Settanta quando il dibattito sulla crisi climatica era ancora marginale nel discorso pubblico.

L’ADI Design Museum di Milano dedica a Emilio Ambasz la mostra Green over Gray, visitabile dal 15 gennaio al 15 febbraio 2026. La rassegna, curata da Fulvio Irace, rende omaggio all’architetto argentino insignito del Compasso d’Oro alla Carriera 2020 e riconosciuto a livello internazionale come pioniere di una nuova alleanza tra architettura e natura. Il titolo richiama il manifesto che sintetizza la sua visione: la necessità di concepire un’architettura che simbolizzi un patto di riconciliazione tra il costruire dell’uomo e il mondo naturale, mettendo il verde al di sopra del grigio.

Barbie Knoll, Pasadema, Californi USA 1995
Emilio Ambasz, Barbie Knoll, Pasadema, Californi USA 1995

Il metodo delle “favole di design” come alternativa al manifesto architettonico

Ambasz si definisce inventore piuttosto che architetto, e questa distinzione non è retorica. Rifiuta la tradizione del manifesto teorico, preferendo accompagnare i suoi progetti con brevi racconti che chiama “favole di design”. Per la Casa de Retiro Espiritual a Siviglia, costruita nel 1975, scrisse di un sacerdote che desiderava un luogo di meditazione dove “la terra abbracciasse il cielo”. Il risultato è una struttura semi-interrata nelle colline andaluse, il cui tetto erboso si fonde con il paesaggio circostante mentre un elemento architettonico bianco emerge dal terreno come ali aperte, segnando il punto di accesso attraverso una doppia scala speculare.

Questo approccio narrativo riflette la sua convinzione che le immagini precedano la teoria. “Creo immagini che veicolano idee non ancora decodificate”, ha dichiarato. Le favole, sostiene, resistono meglio al tempo rispetto alle ideologie perché parlano alla dimensione emotiva dell’esperienza architettonica. È una posizione che lo distingue dai suoi contemporanei e che collega il suo lavoro tanto al surrealismo di Magritte quanto alla land art americana di Michael Heizer.

Dalla critica alla città moderna all’architettura come restituzione ecologica

La formazione di Ambasz si svolge tra l’Argentina e gli Stati Uniti. Studia a Princeton e nel 1969, a soli ventisei anni, diventa curatore del Dipartimento di Design al Museum of Modern Art di New York. Nel 1972 organizza Italy: The New Domestic Landscape, mostra che introduce il design radicale italiano al pubblico americano e che resta un riferimento storiografico. Ma il lavoro curatoriale rappresenta solo una fase della sua traiettoria.

Le città occidentali, osserva Ambasz, destinano lo spazio centrale agli edifici e relegano il verde alle periferie o ai parchi separati dal tessuto costruito. Questa separazione genera uno squilibrio che si manifesta nell’effetto isola di calore, nella perdita di biodiversità urbana e nell’alienazione dei cittadini dall’ambiente naturale. La sua proposta inverte il paradigma: gli edifici devono incorporare il paesaggio, restituendo in altezza o in profondità lo spazio sottratto in superficie.

Il Lucille Halsell Conservatory a San Antonio, Texas, completato nel 1982, applica questo principio attraverso una sequenza di serre semi-interrate. Coni, piramidi e cilindri emergono dal terreno come volumi geometrici primari, ma la maggior parte della struttura si sviluppa sottoterra, sfruttando la massa termica del suolo per mantenere temperature stabili senza sistemi meccanici. I visitatori scendono attraverso porticati sotterranei che Ambasz concepisce come spazi contemplativi, per poi risalire nei diversi ambienti climatici delle serre. Il progetto diventa il luogo più visitato di San Antonio nonostante la distanza dal centro urbano.

Emilio Ambasz, Lucille  Halsell Conservatory, San Antonio Botanical gardens, San Antonio Texas USA1982
Emilio Ambasz, Lucille Halsell Conservatory, San Antonio Botanical gardens, San Antonio, Texas, 1982

ACROS Fukuoka come laboratorio climatico: dati scientifici su tetti verdi e raffrescamento urbano

L’ACROS Fukuoka, oltre alla sua funzione simbolica, ha prodotto dati empirici sull’efficacia della vegetazione nella regolazione termica urbana. Uno studio condotto nel 2000 dalla Takenaka Corporation in collaborazione con la Kyushu University e il Nippon Institute of Technology ha documentato che durante i giorni estivi di metà estate, le superfici in cemento raggiungono temperature superiori ai 50°C, mentre la superficie vegetale delle terrazze mantiene una temperatura massima di circa 38°C, con una differenza di circa 15°C.

Le misurazioni, eseguite attraverso radiometri a onde lunghe e corte, anemometri tridimensionali a ultrasuoni e scintillometri posizionati su più livelli dell’edificio, hanno documentato inoltre che la traspirazione delle piante rimuove calore dall’aria circostante, contenendo l’aumento delle temperature ambientali. Lo studio ha verificato anche un fenomeno notturno: quando il vento è debole, il raffreddamento radiativo della superficie vegetale genera correnti d’aria fredda che discendono attraverso i giardini terrazzati, portando brezze fresche nel centro cittadino durante le notti tropicali.

Queste evidenze quantitative hanno influenzato le normative giapponesi sui tetti verdi e contribuito alla diffusione di questa tipologia in Asia orientale. L’edificio ospita un teatro da 2.000 posti, sale congressi, spazi espositivi, uffici amministrativi e quattro livelli sotterranei, dimostrando che la densità programmatica non è incompatibile con l’integrazione paesaggistica. Al momento dell’inaugurazione erano state piantate 37.000 piante di 76 specie; oggi il numero è cresciuto a 50.000 piante di 120 specie, segno che l’ecosistema si è stabilizzato e ha raggiunto un equilibrio biologico autonomo.

Tadao Ando, che ha visitato l’edificio in più occasioni, ha commentato: “Non esiste altra opera in cui la natura domina l’architettura con tale potere”. L’affermazione identifica un aspetto centrale del lavoro di Ambasz: il verde non è decorazione o elemento accessorio, ma principio strutturante del progetto.

Fukuoka Prefectural International Hall Hall
Emilio Ambasz, Fukuoka Prefectural International Hall Hall

Un’architettura fondata su una premessa etica: costruire come atto di responsabilità

Ambasz articola la sua pratica su una premessa morale: “È immorale qualunque progetto, architettonico o culturale, che non proponga modalità nuove o migliori di esistere”. Questa affermazione deriva da una riflessione sul ruolo dell’architettura nella crisi ecologica contemporanea. Ogni atto costruttivo, sostiene, costituisce un’intrusione nel regno vegetale e una sottrazione di risorse al mondo naturale. L’architetto ha quindi la responsabilità di dimostrare che quella sottrazione è giustificata da un beneficio collettivo che supera il costo ecologico.

Questa posizione lo separa dalla retorica della sostenibilità intesa come mera efficienza energetica o riduzione delle emissioni. Per Ambasz, la tecnologia può mitigare l’impatto ma non risolve la questione fondamentale del rapporto tra costruito e natura. La soluzione richiede un cambio di paradigma: l’architettura deve diventare strumento di riconciliazione, non di conquista.

I suoi progetti italiani applicano questi principi in contesti urbani densi. Il Palazzo dei Giardini Verticali per la sede ENI a Roma, progettato nel 1998, anticipa di anni i boschi verticali che successivamente si diffonderanno nelle metropoli. L’Ospedale dell’Angelo a Mestre incorpora un giardino botanico distribuito su piattaforme verdi a ogni piano, traducendo in architettura sanitaria le ricerche scientifiche sulla “green therapy”, che documentano l’effetto terapeutico della vista del paesaggio sui pazienti ospedalizzati.

Il lascito di Emilio Ambasz: architettura, natura e l’idea di un giardino planetario

La formazione del linguaggio di Ambasz attraversa geografie e discipline multiple. Riconosce l’influenza di Amancio Williams, architetto argentino che gli ha trasmesso l’impegno per soluzioni originali, e di Luis Barragán, maestro messicano dell’architettura emotiva. Ma cita anche il paesaggio della Pampa argentina, con il suo senso di estensione orizzontale infinita, come matrice visiva dei suoi progetti.

Nel 2020, il Museum of Modern Art ha annunciato la creazione dell’Emilio Ambasz Institute for the Joint Study of the Built and the Natural Environment, con il mandato di promuovere ricerca e progetti sull’integrazione tra architettura e natura. 

La mostra milanese all’ADI Design Museum documenta questa traiettoria attraverso disegni, modelli e materiali di progetto, con un allestimento di Jacopo Irace e un video di Francesca Molteni che restituisce la voce di Ambasz, i ricordi della sua infanzia a Buenos Aires e la visione di un mondo inteso come giardino planetario.

Il corpus di progetti realizzati da Ambasz — dalla Casa de Retiro Espiritual al complesso Schlumberger ad Austin, fino agli interventi più recenti in Asia — dimostra che l’integrazione tra natura e costruito non è utopia ma pratica realizzabile. I suoi edifici funzionano, vengono utilizzati, si mantengono nel tempo e continuano a produrre quella che lui chiama “meraviglia”: non come effetto spettacolare, ma come esperienza di un equilibrio possibile tra le esigenze umane e quelle del mondo naturale.

Matteo Mammoli

Emilio Ambasz, Casa de Retiro Espiritual Seville Spagna 1975
Emilio Ambasz, Casa de Retiro Espiritual Seville Spagna 1975
Emilio Ambasz, Casa de Retiro Espiritual Seville Spagna 1975
Emilio Ambasz, Casa de Retiro Espiritual Seville Spagna 1975
Emilio Ambasz, Casa de Retiro Espiritual Seville Spagna 1975
Worlbridge Trade a1989nd Investment Center, Baltimore Maryland
Worlbridge Trade a1989nd Investment Center, Baltimore Maryland
Emilio Ambasz, Union Station proposta di trasformazione in serra ristoranteKansas City Missouri 1986Union Station proposta di trasformazione in serra ristoranteKansas City Missouri 1986Union Station proposta di trasformazione in serra ristoranteKansas City Missouri 1986
Union Station: proposta di trasformazione in serra ristorante. Kansas City, Missouri, 1986
Cooperative of Mexican- American Grape gover, Santa Rosa, California 1979
Cooperative of Mexican-American Grape gover, Santa Rosa, California 1979
Emilio Ambasz, Mycal Cultural and Athletic Center, Shin-Shanda , Giappone 1998
Emilio Ambasz, Mycal Cultural and Athletic Center, Shin-Shanda , Giappone 1998
House for Leo Castelli, East Hampton USA 1980
Emilio Ambasz, House for Leo Castelli, East Hampton USA 1980