
Franca Sozzani, Paving the way, il documentario – la moda ha ancora bisogno di lei
Il documentario Paving the Way vuole sottolineare quale sia il messaggio che ancora oggi rimane dal lavoro e dal carattere di Franca Sozzani – nonostante oggi la moda sia in difficoltà
Franca Sozzani, Paving the Way – dalla creatività al rigore
Una volta si poteva parlare di creatività – oggi bisogna parlare di rigore. Franca Sozzani se ne sarebbe accorta, di come il mondo sia cambiato e di come l’industria della moda sia costretta ad altrettanto, anche se non vorrebbe. Un tempo si cercava la creatività, la massima espressione di azzardo e inventiva – oggi è necessario il rigore. Dal rigore nasce la coerenza, la consistenza e l’identità. Forse è questa la parola giusta – al posto di creatività, serve l’identità. Un tempo c’erano strutture che rendevano chiari i meccanismi del sistema – tra queste strutture, i magazine. Se ne comprendevi l’architettura, di questo sistema, e riuscivi a entrarci, la strada era definibile – paving the way. Oggi queste strutture e questo sistema non ci sono più – il movimento è frenetico e caotico, negli algoritmi.
Sua sorella Carla, nel documentario, dice che Franca Sozzani era forte e allo stesso tempo fragile. Fragile perché sensibile: condivide quanto Franca si sforzasse per apparire come la donna più forte del mondo, quanto ci tenesse a questa sua forma. Chi scrive, perdeva la testa per Franca – mi batteva il cuore quando la vedevo. Le sue frasi continuano a tornare – quando mi ripeto che non bisogna piacere a tutti, ma che soprattutto non si deve piacere a tutti. Quando provo a spiegare a chi lavora con me che c’è sempre tempo per tutto. Quando in silenzio, mi devo ricordare che se qualcosa va male, alla fine, chissenefrega. Pier Paolo Piccioli si commuove durante le riprese quando si ricorda che Franca lo chiamava Nettuno perché arrivava dalla provincia – il regista ha voluto indulgere forse troppo – poi aggiunge che anche in quegli ultimi giorni di dicembre 2017, Franca riusciva a scherzarci su, su quanto stesse per concludersi.
Franca Sozzani, quasi dieci anni dalla sua scomparsa
Sono passati quasi dieci anni. Il documentario non riesce a dare il rispetto che Franca Sozzani merita. Si tratta di una donna che ha saputo trasformare l’edizione italiana di Vogue in una testata globale. A quei tempi, le riviste avevano una diffusione di massa – ogni titolo era declinato nella lingua e sul mercato locale – nel mondo iperconnesso, queste frammentazioni territoriali sono obsolete. Nei suoi anni, Franca era riuscita a portare il Vogue Italia a una qualità editoriale che smarcava l’edizione americana – per il tono artistico della fotografia, per la compostezza della grafica negli impaginati, per la profondità di alcuni argomenti di cultura e costume. Al confronto con il Vogue Italia di Franca Sozzani, la testata madre, il Vogue americano, sembrava un catalogo da grande magazzino, e la sua direttrice, un account commerciale.
Franca Sozzani, la proiezione di Paving the way
Nel documentario, tanto spazio è – forse volutamente? – dedicato a quei designer che più di altri oggi appaiono in difficoltà. Alberta Ferretti sta licenziando duecento dipendenti, Giambattista Valli ha cancellato le ultime presentazioni, e così avanti: il documentario raccoglie le testimonianza di chi aveva avuto visibilità e successo grazie a Franca Sozzani, e che senza Franca Sozzani, sembra sia andato perdendosi. Non vale per tutti – Remo Ruffini racconta l’azzardo in creatività e fotografia che Franca gli suggerì. Pier Paolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri in disarmo non sono – stanno entrambi attraversando il periodo più rischioso della loro carriera fino a oggi. Se ci fosse Franca, saremmo più tranquilli.
Non usava mai le borse, Franca. Alla proiezione del documentario Paving the Way c’era Renata Campioli, la segretaria di Franca – sembrava che tutto possa ancora essere come un tempo. Luca Stoppini, Ariela Goggi, Emanuela Schmeidler, Carlo Ducci – a fine giornata, capitava che Franca entrasse in un altro ufficio, per qualche racconto, per fare ridere gli altri. Leggerezza, ironia – io ero solo uno stagista, ma quanto ho ammirato quell’autorevolezza che Franca sapeva avere anche quando aveva una battuta sconcia.
Anni dopo, avrei parlato con i fotografi e gli stylist a New York o a Londra. Avrei fatto fatica a spiegare perché l’atteggiamento di uno shooting non potesse andar bene per Lampoon. Discutevo: cercavo di spiegare che non volevo immagini senza un tono – non volevo stereotipi. Non ci capivamo. A un certo punto dicevo: noi in Italia abbiamo Franca Sozzani – e solo lì, finalmente, questi capivano.
Franca e la sua redazione in Piazza Castello
Franca era temuta da chi lavora nell’industria della moda. Sorrideva, ti chiamava Amore se forse non ricordava il tuo nome. Ogni competizione aveva un senso se c’era Franca oltre il traguardo – meta di ogni destinazione. La Franca, come in tanti la chiamavano usando l’articolo. Era una figura che innamorava – per il sorriso e la parola che aveva per tutti – ti chiamava Amore se ti conosceva un poco. In una sua frase, sapeva sintetizzare una sua decisione e spiegarti che quella decisione andava rispettata. La dama di ferro e acciaio, scrisse Lina Sotis.
La vedevo girare per la redazione, ma non avevo mai avuto motivo per interfacciarmi con lei. Avevo 23 anni, appunto, 23 anni fa. Le sette e mezza, quella sera, nell’ufficio di Vogue in piazza Castello. Stavo lavorando a un progetto di una mostra, e quella sera avevo un problema e nessun’altra possibilità se non chiedere a lei come risolverlo. Tremavo, non avevo saliva. Ricordavo come Franca ripetesse che chi lavorava con lei doveva portarle soluzioni, mai problemi. Io, di soluzioni, non ne avevo. Franca è da sola nel suo ufficio. Busso anche se la porta è aperta. Entro, Franca mi considera quel poco necessario ad ascoltarmi. Le balbetto in velocità la questione – come poté capirmi, non so – si volta, mi guarda. Mi vede agitato, capisce, mi sorride e dice: «Non importa, sai quante volte ci provano».
Su cento fotografie ne sceglieva una, subito. Quante rose le ho mandato, quante ancora le manderei. Ai tempi non sapevo cosa avrei tentato nella vita, ora forse ho un’idea più chiara – ma se mi fermo, so bene che quello che vorrei fare è sempre e ancora, quello che ha fatto Franca.
Carlo Mazzoni

