GianfrancoFrattini_Ritratto_Giappone_CourtesyStudioArchivioGianfrancoFrattini

Gianfranco Frattini: il centenario e l’ossessione per ciò che non si vede

Al Castello Sforzesco di Milano, tra vetro, legno e riedizioni speciali, una mostra in due sedi riapre il lavoro di Gianfranco Frattini cent’anni dopo la nascita. La figlia Emanuela Frattini Magnusson guida il racconto

«Mio padre non sopportava vedere i gambi dei fiori nei vasi in vetro. Sopra la composizione, sotto questo intreccio disordinato», racconta Emanuela Frattini Magnusson, architetta e figlia dell’architetto. La soluzione era un vaso — il vaso Marco, disegnato nel 1970, oggi parte della collezione permanente del Castello Sforzesco di Milano — in cui un cilindro interno nasconde gambi e acqua, lasciando visibile soltanto il fiore. È forse il modo più rapido per capire Gianfranco Frattini: un progettista il cui rigore non si manifesta nell’esibizione formale, ma nel governo di ciò che non si mostra. Un’ossessione per l’ordine che non diventa mai fredda astrazione, perché rimane sempre radicata nell’uso, nella mano che stringe un bicchiere, nel corpo che si siede su una poltrona, nello sguardo che attraversa una stanza.

Il 2026 è l’anno del suo centenario. Frattini è nato il 15 maggio 1926 a Padova ed è scomparso il 6 aprile 2004 a Milano, lasciando un corpus di lavoro che attraversa cinque decenni, decine di aziende, centinaia di oggetti — alcuni diventati classici immediati, altri rimasti inediti per anni, altri ancora così funzionali da essere usati ogni giorno senza che chi li usa sappia chi li ha disegnati. Lo Studio/Archivio Gianfranco Frattini, curato dai figli Emanuela e Marco, ha costruito un programma che durerà per tutto l’anno: installazioni, riedizioni, un catalogo, incontri.

Ad aprire le celebrazioni è l’installazione Gianfranco Frattini 1926-2026, al Castello Sforzesco di Milano fino al 28 giugno 2026. Progettata da Emanuela Frattini Magnusson e Pietro Todeschini, con la curatela di Fiorella Mattio, conservatrice responsabile dei Musei del Castello Sforzesco, l’installazione si articola in due sedi comunicanti: la Sala Castellana, dedicata al vetro, e il Museo dei Mobili e delle Sculture Lignee.

La formazione, Gio Ponti e gli anni della grande stagione

«Mio padre aveva radici lombarde e amava la sua Milano, di cui parlava il dialetto. Allora la città era prodiga di ispirazioni e roccaforte di una borghesia illuminata, etica e pronta a guardare avanti con libertà progressista. Gli imprenditori scommettevano sul nuovo e investivano molto, a differenza di oggi. A Padova mio padre c’era nato solo per caso». Frattini si laurea al Politecnico di Milano nel 1953, in architettura. Sono gli anni della ricostruzione postbellica, in cui il design italiano comincia a costruire quella reputazione internazionale che negli anni Sessanta diventerà egemonia culturale. Il giovane architetto entra nello studio di Gio Ponti, esperienza decisiva: Ponti è il grande mediatore tra tradizione artigianale e modernità industriale, tra la leggerezza formale e il rigore strutturale. Frattini assorbe quella lezione, ma la porta in una direzione propria — più sobria, meno spettacolare, orientata verso una pulizia formale che non cerca mai l’effetto.

Apre il suo studio a Milano e comincia a lavorare con le grandi aziende che, in quegli anni, stanno inventando il sistema del design italiano: Cassina, Bernini, poi Artemide, Progetti, Poltrona Frau. È una generazione — quella di Frattini, ma anche di Vico Magistretti, Marco Zanuso, Joe Colombo, Richard Sapper — che ridefinisce il concetto stesso di oggetto domestico, trasformando la produzione industriale in cultura materiale.

Il trait distinctif di Frattini in questo contesto è la discrezione. La capacità di distinguere, di separare, di dare a ogni elemento il suo posto. «C’è sempre questa attenzione, quasi un’ossessione, per quello che non deve essere visto», spiega Emanuela. «Fumatore, ha ideato tante varianti di posacenere ognuna con un diverso meccanismo atto a nascondere le cicche, in ogni circostanza – durante un ricevimento, a una festa, o semplicemente a casa».

Il Castello Sforzesco: l’installazione, il colore, il metodo. Il vetro, il colore e la trasparenza

Nella Sala Castellana, dedicata dal 2017 alla donazione Bellini-Pezzoli di opere in vetro artistico e di design del XX e XXI secolo. Qui il vaso Marco del 1970 è già parte del percorso permanente: un piccolo teorema sul rapporto tra contenuto e contenitore, tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde. La forma è costruita su due volumi — la sfera e il cilindro — e da questa relazione nasce il progetto. Il cilindro interno raccoglie gambi e acqua; la sfera esterna mostra solo il fiore. Pensato inizialmente in ceramica con un inserto interno, poi rielaborato in vetro mantenendo lo stesso principio.

Per il centenario, accanto al vaso della collezione permanente, sono esposte due bottiglie in vetro disegnate da Frattini per Progetti, oggi rieditate da CB2. Sono oggetti che appartengono allo stesso capitolo: la collaborazione di lunga durata con Progetti, una delle prime aziende a trattare gli oggetti di uso quotidiano con approccio di design. «Oggetti che normalmente si nascondono, si tengono in armadio, diventano invece qualcosa da lasciare in vista», spiega Emanuela. L’idea sottostante è quella di «costruire delle piccole topografie domestiche: oggetti che organizzano lo spazio e lo rendono visibile».

Il vetro è un materiale a cui Frattini torna con continuità e curiosità intellettuale. Ha disegnato diverse collezioni di bicchieri, esplorando le possibilità del materiale nelle sue declinazioni di colore e trasparenza. Per lui, il colore non è mai decorazione: è struttura. «Con alcuni materiali, come il vetro o la plastica, il colore diventa parte della struttura stessa dell’oggetto», racconta Emanuela. «Il colore è sempre stato uno strumento progettuale». Né il solo vetro esaurisce questa curiosità: negli anni Sessanta e Settanta, quando la plastica invade il design italiano, Frattini ne studia le possibilità tecniche — gli stampi, la resistenza — senza pregiudizi né entusiasmi ideologici. «Ogni materiale veniva esplorato per quello che poteva fare, non per quello che rappresentava».

GianfrancoFrattini1926-2026_CastelloSforzescoMilano_Ph.FrancescoMerlini (19)
Gianfranco Frattini 1926-2026. Castello Sforzesco Milano. Foto Francesco Merlini

Il Museo dei Mobili: le due nicchie rosse dedicate a Gianfranco Frattini

Nel Museo dei Mobili e delle Sculture Lignee, il progetto di allestimento si rivela nella sua logica più compiuta. «Siamo intervenuti dentro una realtà storica molto forte. Dovevamo costruire una narrazione senza entrare in conflitto con ciò che già esisteva». La soluzione è quella di due “scatole”: spazi autonomi, isolati dal contesto museale attraverso superfici smaltate che creano un fondale continuo. Il colore scelto è un rosso mattone caldo — «un colore che mio padre ha usato molto, sia nei mobili sia negli oggetti. Un colore che appartiene anche al linguaggio degli architetti. Ci sono poi riferimenti più personali: le lacche giapponesi, che lui amava, e anche il contesto. Sono tonalità che si ritrovano già negli spazi del museo».

Prima nicchia: la poltrona, la sedia, la libreria, la lampada da appoggio

La prima nicchia raccoglie il filo che va dal sedile al muro, dal tessuto alla struttura. La poltrona Meda di CB2 — disegnata nel 1955 come modello 836 per Cassina, rieditata nel 2022 con il nome che richiama le radici brianzole di Frattini — apre il racconto. È caratterizzata dal fianco sagomato ripetuto per ogni modulo e dalle gambe in tubolare metallico verniciato: l’assenza dei braccioli evidenzia la geometria nitida dei fianchi. Per il centenario, l’azienda presenta una nuova finitura in noce scuro per i lati in legno abbinata a un rivestimento in tessuto disegnato da Gianfranco Frattini nel 1978 e oggi riproposto dalla tessitura Torri Lana.

Accanto, la sedia Ambrogio di CB2 — progettata nel 1960 come modello 101 per Cassina, in produzione dal 2024 con il nome che richiama il santo patrono di Milano — ha una struttura sottile in legno massello su cui sono fissati quattro traversi e lo schienale curvato. I traversi frontali, più alti, reggono la seduta imbottita, quasi sospesa tramite perni lignei. Per il centenario, il sedile viene proposto nel tessuto Rosebery della collezione Frattini per Torri Lana: un linguaggio architettonico fatto di griglie, quarti di cerchio e variazioni geometriche che generano onde e configurazioni diverse.

La libreria Albero di Poltrona Frau domina la parete. Progettata nel 1959 per una mostra di mobili a Cantù — terra-soffitto, autoportante, girevole, liberamente componibile — è rimasta a lungo inedita ed è stata riscoperta dal critico e designer Marco Romanelli, che ha deciso di metterla in produzione con Poltrona Frau nel 2014. «È un pezzo complesso, che potrebbe risultare difficile da vendere: richiede spazio, è impegnativo. Ma la sua complessità è anche la sua dichiarazione di poetica: dal punto di vista tecnico è quasi un macchinario — è regolabile, componibile, ha una struttura molto ingegnerizzata. È tra i più venduti». Un sistema modulare ante litteram: un mobile che non ha una forma definitiva, ma si adatta allo spazio e alle esigenze di chi lo usa. L’edizione speciale 2026 recupera l’essenza delle prime librerie prodotte negli anni Sessanta con il Palissandro Santos per le mensole, affiancato al Noce Americano Brown in un contrasto sofisticato. Una targhetta in ottone anticato con il logo del centenario GFF100 la identifica come pezzo esclusivo dell’anno.

A completare la nicchia, la lampada Aspide di Gubi — progettata nel 1970, prodotta agli inizi da Leuka in cromo lucido, riproposta dall’azienda danese Gubi dal 2023 con il nome e la finitura originali. Un tubolare in acciaio semicircolare con funzione di appoggio è innestato su due tubolari successivi che accompagnano il profilo dell’oggetto fino all’ultimo tratto lineare che contiene la lampadina; i tre innesti girevoli permettono di orientare la luce nella direzione voluta. «Aspide ha l’immagine di un serpente luccicante». Per il centenario, la lampada si veste di una nuova finitura in cromo nero.

Gianfranco Frattini 1926-2026. Castello Sforzesco Milano. Foto Francesco Merlini
Gianfranco Frattini 1926-2026. Castello Sforzesco Milano. Foto Francesco Merlini

Seconda nicchia: la poltrona, i tavolini, la lampada da terra, l’arazzo

La seconda nicchia sposta il racconto verso la leggerezza. La poltrona Lina di Tacchini — progettata nel 1955 come modello 831 per Cassina, segnalata nello stesso anno per il Premio Compasso d’Oro, rieditata da Tacchini a partire dal 2018 — è tra i primi arredi firmati da Frattini, all’epoca ancora in studio da Gio Ponti. Il profilo identifica i due elementi chiave del progetto: i cavalletti laterali sui quali poggia la seduta e il fianco continuo che piega verso l’esterno per l’appoggio del braccio. Per il centenario viene proposta in laccatura grigio opaco abbinata a un rivestimento in velluto di cotone, finitura che valorizza l’equilibrio tra solidità strutturale e leggerezza formale della seduta.

I tavolini 780 di Karakter x Cassina — disegnati nel 1966, emblema del design di quegli anni — sono un gruppo di quattro elementi con piano reversibile che cambia colore e con altezze progressivamente decrescenti che permettono di impilarli in una forma compatta. Per il centenario vengono presentati nell’inedita tonalità Pinot Noir. Radice materiale del lavoro di Frattini è il legno: cresciuto in contatto con la tradizione artigianale della Brianza, Frattini ne conosce il comportamento dall’interno. Strutture sottilissime, giunti risolti con eleganza quasi invisibile, superfici trattate con cura che rimanda all’artigianato pur essendo oggetti pensati per la produzione industriale. La leggerezza — «separare la struttura dal sedile, sospendere gli elementi, lavorare sull’equilibrio» — è un obiettivo tecnico prima ancora che estetico.

La lampada Megaron di Artemide occupa il piano verticale della nicchia: una lampada da terra progettata nel 1979, rimasta in produzione per decenni. Il nome richiama il megaron miceneo, fulcro della casa e del palazzo: la stessa funzione primaria è evocata da due estrusi accostati, dove la linea di distacco equilibra la superficie. La fessura verticale tra le due componenti accentua verticalità e rigore; la luce è indiretta. Il progetto originale è stato aggiornato con sorgenti LED. Per il centenario, Megaron viene presentata in un’inedita finitura rossa — che dialoga con il fondale smaltato della nicchia — con incisione del logo dell’anniversario.

L’arazzo I Luoghi Preferiti di Torri Lana chiude la nicchia e il racconto. La tessitura bergamasca è stata storica collaboratrice di Frattini fin dalla fine degli anni Cinquanta, quando la giovane tessitrice Jole Gandolini incontra il progettista nel suo studio milanese. Per il centenario, Torri Lana traduce in tessuto uno schizzo degli anni Settanta che Frattini dedicò ai luoghi a lui particolarmente cari: Milano, Portofino, Napoli e Capri. L’arazzo è realizzato in lana e cotone, con tessitura a telaio, nei toni del bianco e del nero con dettagli rossi e blu. «Aveva una memoria visiva molto forte», ricorda Emanuela. «Riusciva a trasformare immediatamente quello che vedeva in disegno». Il gesto privato, forse tracciato durante una telefonata, diventa oggetto tessile. È la sintesi più personale di tutto il centenario.

Gianfranco Frattini 1926-2026. Castello Sforzesco Milano. Foto Francesco Merlini
Gianfranco Frattini 1926-2026. Castello Sforzesco Milano. Foto Francesco Merlini

Il calendario del centenario di Frattini: dall’istituzionale al quotidiano

L’installazione al Castello è solo il primo atto di un programma che si sviluppa lungo tutto il 2026. Durante la Milano Design Week di aprile, un calendario diffuso negli showroom delle aziende partner porterà gli oggetti di Frattini fuori dai musei e dentro i circuiti vivi della città del design.

A fine aprile uscirà il libro Gianfranco Frattini Designer: primo catalogo ragionato dell’opera di design, scritto da Silvana Annicchiarico — già direttrice del Triennale Design Museum — e pubblicato da Silvana Editoriale. Il 20 maggio, all’ADI Design Museum di Milano, una conversazione pubblica ne approfondirà i temi. Il centenario ufficiale cade il 15 maggio, cento anni esatti dalla nascita.

A giugno, al Bar Basso, l’evento 100 bicchieri x 100 anni: cento bicchieri disegnati nel 1980 per Progetti, oggi riediti da CB2, serviranno i cocktail del locale simbolo del design milanese. Il confine tra design e uso, tra museo e vita, si dissolve deliberatamente.

Dall’autunno a dicembre, una selezione di fotografie e arredi popoleranno a rotazione la Biblioteca al Parco Sempione, ospitata nel padiglione vetrato progettato da Ico Parisi per la X Triennale del 1954. Non una mostra: gli oggetti torneranno alla loro funzione originaria, accogliendo il pubblico che legge, sosta, si siede. «Spesso le persone hanno un oggetto di Frattini in casa senza saperlo. Questo è un modo per riportare il progetto dentro la vita».

Matteo Mammoli

Gianfranco Frattini 1926-2026. Castello Sforzesco Milano. Foto Francesco Merlini
Gianfranco Frattini 1926-2026. Castello Sforzesco Milano. Foto Francesco Merlini
GianfrancoFrattini_Ritratto_Giappone_CourtesyStudioArchivioGianfrancoFrattini
Gianfranco Frattini, Ritratto Giappone. Courtesy Studio Archivio Gianfranco Frattini