
Ignazio Gardella: il design milanese al mare di Punta Ala
La collezione Punta Ala di Dimorestudio per Bonacina1889 riapre una genealogia: Ignazio Gardella, il porto toscano, e una modernità milanese capace di arrivare al mare senza perdere rigore
Dimorestudio e Bonacina1889 leggono Punta Ala
Dimorestudio e Bonacina1889 hanno chiamato Punta Ala una collezione che guarda al mare, agli anni Settanta e al modernismo, rileggendo la tradizione artigianale dell’azienda con linee pulite, proporzioni calibrate e una materia lavorata a mano. Punta Ala non è una patinatura da mettere in copertina. È un luogo dell’architettura italiana, con un precedente altrettanto reale: il complesso al porto progettato da Ignazio Gardella e da Alberto Mazzoni all’inizio degli anni Sessanta. È qui che il progetto contemporaneo acquista spessore. Punta Ala torna non per evocare una generica estate ben educata.
Ignazio Gardella e il porto di Punta Ala, dove il progetto dà forma al mare
Il complesso residenziale al porto di Punta Ala viene progettato da Gardella e Mazzoni agli inizi degli anni Sessanta e realizzato tra il 1961 e il 1966 nel quadro del nuovo sviluppo turistico dell’area. Le schede del Ministero della Cultura parlano di un insieme “compatto e rigoroso” disposto su due ali spezzate che seguono il profilo del porto e si incuneano verso l’entroterra in corrispondenza dell’accesso. Basta questa immagine per capire la qualità del gesto. Gardella non costruisce semplicemente vicino all’acqua: costruisce il modo in cui si entra nel porto, il modo in cui il porto si mostra, il modo in cui residenze, negozi, passeggiata e approdo stanno insieme. L’architettura non si posa sul paesaggio come una quinta. Lo ordina. Lo rende leggibile. In questo passaggio Punta Ala smette di essere solo un’infrastruttura per la nautica e comincia a diventare un pezzo di città sul mare.
Quando Milano arriva al mare senza perdere rigore
Qui Milano non è una scorciatoia di gusto. È una cultura del progetto. Punta Ala si capisce meglio se la si rimette dentro la traiettoria milanese di Gardella. In Casa al Parco la facciata non è mai soltanto facciata: lavora per profondità, filtri, arretramenti, in quel sistema di “diaframmi” che Gio Ponti riconosce come una delle qualità più sottili del suo modo di costruire. Al PAC di via Palestro la stessa precisione si misura con un edificio pensato per l’arte contemporanea, leggero e severo insieme, aperto al giardino della Villa Reale senza perdere controllo. Negli stessi anni di Punta Ala, nella chiesa di Sant’Enrico a San Donato Milanese, Gardella affronta un altro tema ancora, ma con identica fermezza: spazio, luce, margine, uso. Sacralità. Punta Ala non replica quei progetti; ne porta al mare una qualità decisiva. Il costruito non si impone sul contesto, lo regola; accompagna il passaggio, ordina gli affacci, dà forma alla vita che contiene. Per questo il porto toscano non va letto come un episodio laterale di villeggiatura ben disegnata, ma come un passaggio coerente dentro il lavoro di Gardella. Cambiano il paesaggio, la funzione, l’orizzonte; resta una stessa fiducia nella forma come misura del vivere.
Il modernismo silenzioso di Punta Ala: la modernità di un porto tra sole e calcestruzzo
Il porto di Punta Ala era in anticipo sul suo tempo, ma in un modo che oggi risulta più convincente perché non cerca l’effetto. Occupato da negozi e servizi, il piano terreno arretrato crea una fascia d’ombra continua sotto il corpo superiore degli alloggi; sopra, logge, doppie aperture, schermature dei solarium, intonaco, calcestruzzo armato, legno dei serramenti e laterizio delle coperture costruiscono un equilibrio che lavora insieme alla vita quotidiana del porto. La modernità, qui, non è un manifesto. È una questione di abitabilità. Riguarda il passo, la sosta, il sole, il vento, la relazione fra commercio e residenza, il modo in cui il fronte costruito accompagna la passeggiata senza schiacciarla. Per questo Punta Ala resta leggibile. Non domanda ammirazione da lontano. Funziona da vicino, a piedi, nelle ore del giorno, nell’uso.
Punta Ala oltre la villeggiatura d’élite
Punta Ala appartiene anche alla storia della nuova villeggiatura italiana: porto turistico, seconde case, costa selettiva, tempo libero come forma sociale del benessere. Il lavoro di Gardella e Mazzoni conta perché prende quel quadro e gli dà una forma più esatta. Non lavora sul privilegio come immagine; lavora sull’abitare al mare come questione di ordine. Dove si entra, si gira, si compra, dove cade l’ombra; come gli alloggi si affacciano, come il piano commerciale accompagna il porto senza diventare rumore. A Punta Ala tutto questo viene tenuto insieme da una regia severa e sobria. Rimane una località di villeggiatura, depositaria di un frammento di architettura italiana che prova a dare dignità civile al tempo libero.


Port Grimaud, La Grande-Motte e la differenza di Punta Ala
Per misurare quanto Punta Ala fosse avanti, i confronti vanno centellinati. Il più coerente resta Port Grimaud, avviato da François Spoerry nel 1962 nel golfo di Saint-Tropez. Anche lì casa e porto entrano nello stesso dispositivo, e la nautica diventa struttura dell’abitare quotidiano. Spoerry sceglie una strada diversa: canali, ponti, case con ormeggio, una composizione che rilegge il lessico del Midi francese e lo trasforma in un villaggio d’acqua fortemente riconoscibile, presto identificato come la “Venezia della Provenza”. Gardella resta invece più asciutto. Punta Ala non costruisce un’immagine marinaresca, non inventa una scenografia vernacolare, non cerca una comunità da rappresentare in forma pittoresca. Lavora sul porto come fatto urbano: allineamenti, arretramenti, ombra, rapporto tra piano commerciale e residenze, misura del fronte costruito. Dove Port Grimaud seduce attraverso l’invenzione di un mondo, Punta Ala convince attraverso il controllo di una struttura.
Segue poi La Grande-Motte. Il cantiere comincia nel 1965 e Jean Balladur imposta la località come una nuova città balneare su scala molto più ampia, con grandi figure architettoniche, geometrie piramidali e un’idea di modernizzazione turistica quasi monumentale. È un’altra idea di costa moderna: più dichiarata, plastica. Più vicina alla costruzione di un segno territoriale che non alla definizione puntuale di un porto abitato. Anche per questo Punta Ala appare maggiormente trattenuta: tiene un profilo più basso e, proprio per questo, più difficile. La sua modernità passa dalla sezione, dal dettaglio, dalla continuità tra uso quotidiano e composizione.
Il nome scelto da Dimorestudio per Bonacina1889 non suona come una semplice citazione colta
Qui emerge la differenza di Punta Ala. Molti porti turistici del secondo Novecento si sono costruiti come racconto: racconto di una comunità, di un paesaggio reinventato, di un lusso costiero, di una nuova frontiera del tempo libero. Ignazio Gardella, invece, tiene il progetto lontano dalla recita. Punta Ala non teatralizza il Mediterraneo e non chiede di essere consumata come immagine. È una costa progettata con una disciplina quasi urbana, dove il mare resta il mare ma l’architettura gli mette accanto misura, soglia, ombra, permanenza.
In questo senso, tra i porti del suo tempo, Punta Ala è meno spettacolare di altri e più resistente di molti. È anche il motivo per cui oggi il nome scelto da Dimorestudio per Bonacina1889 non suona come una semplice citazione colta: riattiva un luogo in cui il modernismo italiano aveva saputo essere preciso senza peccare di freddezza. Elegante senza diventare mondano e costiero, senza eccedere nell’effetto da “cartolina”.
La lezione di Gardella: il mare può parlare milanese?
La forza di Punta Ala sta nella sua chiarezza. Non è soltanto una località chic, non è soltanto un porto ben disegnato, non è soltanto un nome efficace per una collezione. È uno dei luoghi in cui l’architettura milanese verifica se stessa fuori da Milano. Ignazio Gardella porta sulla costa toscana ciò che la città aveva saputo affinare nel dopoguerra: precisione, compostezza, controllo del dettaglio, fiducia nella forma come fatto civile. Non esporta la città in blocco; porta un metodo e lo mette alla prova davanti all’orizzonte, alla luce, alla tentazione del pittoresco. Regge. È per questo che la collezione Punta Ala di Dimorestudio per Bonacina1889 non recupera genericamente un luogo di vacanza, ma un momento in cui il progetto italiano sapeva ancora dare forma anche al tempo libero. Senza rumore, senza nostalgia facile, senza bisogno di eccedere.
Federico Jonathan Cusin




Note informative per eventuali approfondimenti
Bonacina1889 e Dimorestudio
Affiancata a questo precedente, la collezione di Dimorestudio per Bonacina1889 elude a una semplice operazione di atmosfera. Bonacina1889 nasce nel 1889 a Lurago d’Erba, in Brianza, e la sua storia attraversa artigianato, arredo e design italiano per oltre un secolo; nel 1951 la collaborazione con Franco Albini segna una svolta, e la Margherita entra poi nelle collezioni del MoMA, del Vitra Design Museum e del Triennale Design Museum. Dentro questo percorso, il nome Punta Ala acquista una densità particolare: non dice soltanto mare. Evoca una linea lombarda del progetto, una tradizione manifatturiera che ha sempre lavorato sul rapporto tra misura e comfort.
Anche Dimorestudio aggiunge qualcosa di decisivo. Fondato a Milano nel 2003 da Britt Moran ed Emiliano Salci, lo studio lavora da anni su un equilibrio riconoscibile tra ricerca storica e intervento contemporaneo, e nel 2019 ha dato vita a Dimoremilano come brand dedicato a arredi, tessili e illuminazione. Non sorprende quindi che abbia scelto proprio Punta Ala: è un nome che permette di tenere insieme memoria e presente senza ridurre il passato a ornamento. Una frase di Gardella ci aiuta: «architettura come cosciente presenza del passato, nella prospettiva del futuro. Cosciente perché la memoria è e deve essere un atto critico». Qui la memoria seleziona, corregge, riattiva. Non è decoro. È ciò che questa collezione prova a fare con un luogo che viene restituito alla sua precisione storica e formale.
Ignazio Gardella, un profilo biografico
Ignazio Gardella (Milano, 1905 – Oleggio, 1999) è stato uno dei protagonisti dell’architettura italiana del Novecento. Ingegnere e architetto di formazione, proveniva da una famiglia di origine genovese con una lunga tradizione nel progetto e ha attraversato il razionalismo senza irrigidirsi in una formula, costruendo un linguaggio fatto di misura, precisione, attenzione al contesto e controllo del dettaglio. Tra le sue opere più note si ricordano il dispensario antitubercolare di Alessandria, Casa al Parco e il PAC a Milano, la chiesa di Sant’Enrico a San Donato Milanese, il complesso del porto di Punta Ala e, più tardi, il Teatro Carlo Felice di Genova. Nel suo lavoro, la modernità non coincide mai con l’enfasi: resta una questione di proporzione, uso e percezione civile dello spazio.



