
Biologia in campo: insetti e microrganismi in vendita, a supporto della produzione agricola
L’agricoltura italiana affronta la riduzione dei fitofarmaci ripensando la difesa dal seme al raccolto, tra serra e pieno campo: gli organismi viventi tornano a essere strumenti utili per il lavoro nei campi
Koppert: l’equilibrio tra predatori e parassiti come infrastruttura della sostenibilità
Gli insetti scompaiono senza fare rumore. Api e alri insetti pronubi, falene, coccinelle, lucciole: presenze piccole, essenziali, che garantivano una continuità naturale dentro la produzione agricola. La loro riduzione lascia spazio a nuove vulnerabilità, con parassiti che si moltiplicano più in fretta di quanto i sistemi agricoli riescano a contenerli. In pochi decenni, la difesa basata su prodotti di sintesi ha sostituito un sistema millenario di equilibri tra prede e predatori. La resa è cresciuta, ma la dipendenza anche.
La difesa biologica è nata per rispondere a questo squilibrio: non come dispositivo ideologico, ma come tentativo di ricostruire funzioni ecologiche che erano state sospese. Riportare gli insetti utili nelle colture significa accettare che una parte del lavoro delle aziende debba consistere nel mettere la natura in condizione di svolgere il proprio ruolo.
«Se anni fa l’ambito del biocontrollo era confinato all’ambiente protetto, da qualche anno l’orizzonte si è allargato» afferma Valentina Manzoni, Market Development di Koppert Italia «le politiche europee e le richieste da parte della GDO stanno modificando lo scenario della difesa; a questo si aggiungono i cambiamenti climatici e gli scambi commerciali che agevolano l’ingresso e lo sviluppo di nuove specie cosiddette “aliene” o di specie ritenute secondarie che a seguito degli inverni miti e della revoca di sostanze attive ad ampio spettro tornano in auge. L’integrazione degli insetti utili e dei microrganismi ad altri mezzi di difesa sta dunque diventando una necessità anche sul pieno campo.». Se alcuni principi attivi non sono più disponibili e altri non sono più sufficienti, sostenibilità equivale a ripensare la difesa come sistema, non come intervento isolato.
Occorre chiedersi quanto a lungo il suolo e le piante potranno continuare a reggere, se non si restituisce loro la possibilità di dialogare con gli organismi che le hanno sempre accompagnate.

Agricoltura rigenerativa come infrastruttura di prevenzione
La salute di una coltura si decide quando la pianta è ancora invisibile, nel modo in cui le radici entrano in relazione con il terreno e con i microrganismi che lo abitano. Una radice isolata è più fragile, più esposta a patologie e stress; una radice che dialoga con un microbioma attivo può assorbire meglio gli shock che le stagioni impongono: «Avere piante forti e resilienti è importante, soprattutto nelle prime fasi di sviluppo. Come Koppert alla fase di semina o di trapianto, stiamo lavorando con microrganismi nella fattispecie Trichoderma harzianum ceppo ibrido T-22, un fungo antagonista che protegge le radici dai patogeni radicali presenti nel suolo e stimola le difese naturali della pianta. È un supporto importante che aiuta l’apparato radicale nelle prime fasi di crescita e riduce lo stress quando la pianta incontra difficoltà». La difesa smette di essere una barriera posta davanti al problema e diventa un sostegno introdotto prima che la minaccia si manifesti.
Qui si inserisce il concetto di agricoltura rigenerativa inteso come infrastruttura, più che come etichetta. Non si punta a sterilizzare l’ambiente, ma a far sì che le piante possano contare su un tessuto vivente in grado di reagire insieme a loro. L’abuso di sostanze di sintesi ha, infatti, ridotto il microbioma delle colture, indebolendo quella componente invisibile che le proteggeva: «Non si cambia solo prodotto, si cambia mentalità». Anziché cercare un nuovo principio attivo che rimpiazzi il precedente, si lavora su una serie di condizioni di base: suolo, radici, equilibrio tra organismi.
Dal mondo chiuso delle serre a un territorio aperto e complesso
Il primo laboratorio della difesa biologica è stato un ambiente controllato, quello delle serre dedicate alle colture floricole-ornamentali, orticole e ad alcune colture intensive. Le variabili erano limitate, la gestione degli insetti utili più prevedibile, i cicli produttivi più facili da scandire. In un sistema chiuso è possibile decidere quasi tutto: temperatura, umidità, densità di impianto, tempistica degli interventi.
Oggi questo laboratorio non è più sufficiente: «Gli agronomi e i tecnici hanno bisogno di strumenti che facilitino le scelte del momento». Il pieno campo introduce instabilità: le condizioni cambiano da una zona all’altra, da un’annata all’altra, da un appezzamento all’altro. Le stesse colture, gestite con la stessa impostazione, possono rispondere in modo diverso a seconda dei fattori ambientali.
Il biocontrollo, in questo contesto, non può limitarsi a replicare ciò che funziona in serra. Diventa un esercizio di lettura continua del paesaggio produttivo. La presenza di insetti utili deve essere calibrata sui tempi di sviluppo delle popolazioni nocive, sui cicli delle colture, sulle condizioni in cui gli antagonisti riescono davvero a insediarsi. Ci sono campi che si trovano a gestire pressioni parassitarie sempre più simili a quelle di altre latitudini, in tempi molto più rapidi di quanto ci si aspettasse.
Per questo l’adozione di organismi utili in pieno campo non è un semplice trasferimento di tecniche, ma una riscrittura delle competenze. L’agronomo diventa mediatore tra esigenze produttive e capacità di risposta dei sistemi viventi. L’agricoltore deve accettare di lavorare con una componente imprevedibile, sapendo che i risultati si misurano su più stagioni e non su una singola annata.

La canapa tra vincoli normativi e necessità di purezza
La canapa si è trovata al centro di un interesse diffuso e, in tempi brevi, di un ridimensionamento altrettanto netto. Le aspettative verso questa coltura – investita di funzioni tessili, alimentari, cosmetiche, farmaceutiche – si sono dovute confrontare con un quadro normativo restrittivo: «Purtroppo il mercato della canapa è cambiato, ci sono più restrizioni, molte realtà hanno chiuso o si sono riconvertite su altro, ma noi continuiamo a lavorarci per chi opera secondo la legge».
Ciò che resta è un settore più ristretto, ma con standard elevati: «Le produzioni sono destinate all’ambito medico, dove c’è l’esigenza di un prodotto salubre e privo di residui». La canapa chiede un livello di controllo che non lascia margine all’errore, perché ogni presenza indesiderata in una materia prima destinata a uso farmaceutico compromette l’intera filiera.
La pianta conserva le sue caratteristiche di rusticità, ma la coltivazione, una volta incardinata in un sistema regolato, diventa tutto fuorché spontanea. Servono monitoraggio costante, conoscenza delle principali avversità e dei loro cicli, un ricorso strutturato a insetti utili e microrganismi che non lascino tracce nel prodotto finale.
Tempistiche biologiche e precisione industriale: organismi vivi nella catena di difesa
Gli insetti utili non sono strumenti inerti. Hanno un ciclo, una durata, un momento in cui agiscono con efficacia e uno in cui arrivano troppo tardi. Il biocontrollo non può prescindere da questa evidenza. La logistica non è un segmento periferico: è il punto in cui la tecnica agronomica incontra il tempo reale.
Portare organismi vivi nei campi significa sincronizzare la preparazione degli agricoltori, la presenza del parassita e la condizione della coltura: «Quando parliamo di organismi viventi, la consegna è una parte della difesa, è un elemento cruciale ai fini del successo del biocontrollo». Un insetto utile che arriva in azienda pochi giorni dopo il momento ideale del lancio, rischia di ridurre in modo drastico l’efficacia e il risultato finale.
Ogni passaggio richiede accordi chiari, responsabilità definite, procedure che tengano conto dell’intero percorso, dalla biofabbrica al campo. È un lavoro che non si vede, ma che decide se gli insetti utili riusciranno a fare ciò per cui vengono inviati.
Il biocontrollo come disciplina dell’adattamento
Il biocontrollo non garantisce un’immunità definitiva, ma costruisce un margine di sicurezza. Ci sono situazioni in cui il controllo è ormai consolidato, come per alcuni insetti che interessano colture diffuse; altre in cui il percorso è ancora aperto e richiede la collaborazione tra aziende, istituzioni e ricerca.
Parassiti che arrivano da altri ecosistemi, con cicli e comportamenti diversi rispetto a quelli tradizionali, mettono alla prova la capacità di risposta. Ogni nuova emergenza è anche un banco di prova per gli strumenti disponibili e per la loro flessibilità. Il biocontrollo non può essere statico, deve aggiornarsi, evolversi, riconfigurarsi.
In questo senso, il biocontrollo è una disciplina dell’adattamento. Non si limita a sostituire una sostanza con un’altra, ma modifica il modo in cui l’agricoltura affronta il rischio. Non è più possibile dare per acquisito che ogni problema abbia una risposta immediata. Si tratta piuttosto di costruire condizioni in cui i problemi possano essere assorbiti senza trasformarsi in crisi.
Formare chi produce: la tecnica non funziona senza lettura del paesaggio
Il biocontrollo non è un protocollo che si scarica e si applica, richiede interpretazione e conoscenza: «Il nostro lavoro non è solo fornire soluzioni. Accompagniamo molto la parte formativa, i tecnici devono saper leggere, decidere, adattarsi».
Formare significa insegnare a riconoscere non solo il parassita, ma anche il momento in cui la pianta è pronta a ospitare l’insetto utile, le condizioni in cui i microrganismi possono stabilirsi, i segnali di un equilibrio che si sta costruendo o deteriorando. La pratica quotidiana diventa un insieme di osservazioni: intensità delle infestazioni, risposta delle piante, andamento delle stagioni.
Una coltura che viene seguita con questo tipo di attenzione diventa meno rigida e meno fragile. È in grado di assorbire compressioni e ritardi senza crollare. La formazione costruisce quindi un patrimonio di esperienza che non resta confinato a una singola azienda, ma si diffonde lungo la filiera, creando un lessico comune tra produttori, tecnici e chi opera nella distribuzione.
Fare oggi ciò che servirà domani: normalizzare l’innovazione della natura
I cambiamenti climatici procedono a una velocità che non consente più di considerare le pratiche di difesa come stabili. Le normative si restringono, alcune sostanze vengono ritirate, altre sono oggetto di valutazioni in corso. Nel frattempo, le colture continuano a chiedere stabilità: «Stiamo lavorando su molti progetti tra cui agrumi, vite da vino e vite da tavola, pomodoro da industria, pomacee e drupacee anche in collaborazione con altre filiali Koppert in Europa e nel mondo. Aggiorniamo i protocolli perché gli scenari cambiano, non si può pensare di lavorare come dieci anni fa».
Il biocontrollo è diventato parte integrante del lavoro agricolo, anche se non è ancora distribuita ovunque allo stesso modo. Le serre continuano a essere spazi privilegiati di sperimentazione e controllo, mentre i campi aperti rappresentano il banco di prova di un’agricoltura che deve imparare a convivere con più incertezze.
Il futuro della difesa non potrà essere affidato a un unico strumento. Richiederà combinazioni, aggiustamenti, ripensamenti. Il compito di chi produce e di chi fornisce soluzioni sarà quello di fare oggi ciò che servirà domani, non solo ciò che permette di superare la prossima campagna.
Sostenere la vita degli insetti utili, dei microrganismi, delle radici non è un gesto contemplativo, ma un investimento concreto sulla continuità del cibo e del lavoro nei prossimi anni. L’innovazione, in questo caso, coincide con il riconoscere che la natura, se messa nelle condizioni di agire, resta ancora l’alleato più affidabile.
Koppert
Koppert opera nel biocontrollo delle colture, sviluppando e distribuendo insetti utili e microrganismi per il controllo dei parassiti e il supporto alla crescita delle piante. L’azienda lavora con serre e pieno campo, adeguando i protocolli alle condizioni colturali e ai cambiamenti normativi. La logistica degli organismi viventi rappresenta una parte essenziale del servizio, per garantire efficacia e tempestività. L’attività include formazione tecnica per agronomi, tecnici e produttori, con interventi personalizzati sulle esigenze delle aziende agricole italiane.




