
Laurels Apron: grembiuli e abbigliamento in canapa da una filiera frammentata
Dalla coltivazione alla filatura fino alla tessitura: la canapa attraversa filiere produttive diverse tra Cina, Italia e Giappone e prende forma nei tessuti di Laurels Apron
Laurels Apron parte dalla canapa tessile per riscrivere un capo da lavoro dimenticato
Nel mercato dell’abbigliamento contemporaneo il grembiule è un accessorio funzionale, spesso standardizzato, quasi sempre realizzato in fibre sintetiche. Laurels Apron nasce nel 2020 con l’idea di reinterpretare questo prodotto a partire dalla canapa tessile.
Il marchio è stato fondato dalla coppia Laura e Paolo, che uniscono competenze diverse — dalla sartoria al digitale — e si è sviluppato durante i mesi della pandemia, quando il lavoro manuale era tornato al centro della quotidianità domestica: «In quel periodo c’era un forte ritorno agli hobby creativi, ci si dedicava alle proprie passioni». La scelta di produrre grembiuli risponde a questa riscoperta della creatività: «Abbiamo scelto il grembiule perché è un capo che combina funzionalità ed estetica. Diventa un’uniforme e rappresenta la persona, i suoi valori, il suo stile».
La canapa viene selezionata per le sue proprietà fisiche: «Canapa è la fibra più resistente che esista in natura, sopporta l’azione meccanica, l’usura, gli strappi». Qualità fondamentali per capi sottoposti a lavaggi frequenti e utilizzi ripetuti. A queste caratteristiche si aggiungono proprietà legate al comfort: «Essendo una fibra cava, è in grado di regolare la temperatura corporea e l’umidità grazie alle sue proprietà igroscopiche e traspiranti».
Dove si produce la canapa tessile oggi: lo Yunnan e il primato cinese nella trasformazione
Laurels Apron utilizza canapa proveniente dalla Cina, in particolare dalla regione dello Yunnan, una delle aree storicamente più rilevanti per la produzione di fibra tessile: «Prendiamo il filato dalla Cina perché in Europa si è persa la filiera di trasformazione della materia prima».
Lo Yunnan rappresenta uno dei principali poli della canapa tessile a livello globale. Qui la coltivazione è integrata con una filiera industriale completa che comprende decorticazione, stigliatura, filatura e lavorazioni successive. A differenza di altri contesti produttivi, queste fasi non sono separate ma concentrate all’interno di distretti industriali, dove la materia prima viene trasformata in filato in tempi brevi.
La Cina è oggi il primo produttore mondiale di canapa tessile, con una quota significativa concentrata proprio nello Yunnan e nelle province limitrofe come Heilongjiang. La coltivazione è regolamentata e destinata esclusivamente a varietà a basso contenuto di THC, selezionate per l’uso industriale. Di recente il settore ha beneficiato di investimenti pubblici e privati, con l’introduzione di impianti meccanizzati e processi di lavorazione più efficienti.
La canapa coltivata nello Yunnan è apprezzata per la lunghezza e la resistenza della fibra, caratteristiche che la rendono adatta alla filatura tessile. Parallelamente, sono stati sviluppati processi industriali per rendere la fibra più lavorabile. Tra questi rientrano trattamenti chimici alcalini, spesso a base di soda caustica, utilizzati per separare le fibre e ridurne la rigidità iniziale. Questi passaggi consentono di ottenere filati più regolari e adatti alle lavorazioni tessili industriali. Negli ultimi anni si sono diffusi anche processi enzimatici e meccanici, con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale e migliorare la qualità della fibra.
La presenza di una filiera completa consente inoltre una maggiore standardizzazione del materiale. Il filato prodotto in questi distretti presenta caratteristiche costanti, necessarie per l’utilizzo industriale su larga scala, soprattutto nei tessuti a navetta e nei denim.
Filiera tessile italiana: tessere senza filatura, il nodo irrisolto della canapa
La fase produttiva di Laurels Apron ritorna nella filiera tessile italiana: «Collaboriamo con alcune tessiture tra il Veneto e la Lombardia». In questa fase il filato viene trasformato in tessuto attraverso telai industriali: «Qui c’è tutta una parte di sperimentazione per definire le possibili armature». L’armatura stabilisce come i fili si intrecciano tra loro e incide direttamente sulla struttura del tessuto, sulla sua densità, compattezza, evoluzione nel tempo e su come risponde a usura e lavaggi.
Nel caso della canapa, questa fase richiede attenzione perché la fibra ha una rigidità superiore rispetto ad altri materiali tessili. Questo influisce sulla lavorazione del filato durante la tessitura, in particolare nella gestione dei fili in tensione e nella continuità della produzione. Nei tessuti più pesanti, come il denim, queste caratteristiche si fanno ancora più evidenti.
La produzione di Laurels Apron si attesta oggi tra i cento e i duecento metri al giorno, una scala che richiede stabilità. Eventuali variazioni nella fibra o nella lavorazione, infatti, possono incidere sul risultato finale.
Sostenibilità nell’industria tessile: il limite della fibra e il peso dei processi
La rigidità della canapa incide sulla progettazione e sulla lavorazione del tessuto. Nei materiali più pesanti, come il denim, questa caratteristica rende complessa la tessitura e limita l’utilizzo della fibra pura: «Realizzare un denim interamente in canapa è una sfida molto complicata».
Per questo, Laurels Apron utilizza una composizione mista: «Il nostro tessuto principale è un denim composto per il cinquantacinque percento in canapa e per il quarantacinque percento in cotone al fine di conferire più morbidezza al tessuto». La presenza del cotone rende il materiale più gestibile durante la produzione e più stabile nelle fasi successive, riducendo la necessità di interventi correttivi.
La rigidità della canapa, tuttavia, presenta anche dei vantaggi e per questo non viene eliminata ma solo attenuata: «All’inizio la canapa può essere un po’ rigida, ma poi più la si indossa più diventa bella; con l’utilizzo e il lavaggio si ammorbidisce». La miscela con il cotone è funzionale anche a evitare un eccesso di trattamenti chimici nelle fasi di finissaggio, che minano la sostenibilità dell’industria tessile.
Durante il finissaggio, che segue la tessitura, il tessuto viene lavorato in pezza — quindi prima della confezione — e sottoposto a un primo lavaggio che serve a stabilizzare la struttura ed eliminare tensioni e irregolarità. Questo passaggio evita deformazioni nei processi successivi.
Una parte dei tessuti mantiene il colore naturale della fibra e si ferma a questa lavorazione. Gli altri vengono invece sbiancati per poter essere tinti in modo uniforme. Il tessuto viene prima tagliato e confezionato e solo dopo il capo finito viene tinto. Questo consente di lavorare direttamente sul prodotto e di ottenere un risultato uniforme anche su cuciture e volumi.
Per le lavorazioni di tintura e finissaggio Laurels Apron si affida a «una lavanderia certificata che segue accorgimenti di riutilizzo delle acque e purificazione».
Il jersey dal Giappone: una cultura della canapa ancora attiva
Per alcune tipologie di tessuto, Laurels Apron si affida a fornitori esterni. È il caso del jersey di canapa utilizzato per le t-shirt. A differenza dei tessuti a navetta, come il denim o quelli impiegati per pantaloni e grembiuli, il jersey richiede una lavorazione diversa, basata su maglieria e non su intreccio di fili. Questa tipologia di tessuto non viene prodotta dall’azienda, che concentra la propria attività sulla tessitura.
In Giappone la canapa ha una storia tessile che risale alla preistoria. Tracce del suo utilizzo risalgono al periodo Jōmon, quando veniva impiegata per tessuti, corde e oggetti d’uso quotidiano. Per secoli è stata una delle principali fibre per l’abbigliamento, soprattutto nelle aree rurali, dove veniva coltivata e lavorata localmente. Durante il periodo Edo, la canapa era utilizzata per capi leggeri estivi, grazie alla sua capacità di assorbire l’umidità e favorire la traspirazione, caratteristiche adatte a climi caldi e umidi. Oltre all’uso quotidiano, la fibra aveva anche una funzione simbolica, poiché era associata a pratiche religiose shintoiste e utilizzata per corde rituali (shimenawa) e tessuti cerimoniali.
Questa continuità si interrompe nel secondo dopoguerra, quando le restrizioni sulla coltivazione, insieme alla diffusione delle fibre sintetiche e del cotone importato, riducono drasticamente la produzione. Tuttavia, in Giappone sono rimaste competenze specifiche nella lavorazione della canapa, soprattutto nei tessuti leggeri e nelle mischie con altre fibre. La tradizione si lega anche all’uso di materiali affini come il ramie, impiegato in tessuti storici come l’Echigo-jōfu, pensati per capi estivi e a contatto diretto con la pelle. Oggi queste conoscenze si traducono in una produzione più limitata ma specializzata, in particolare nella maglieria: alcuni produttori lavorano filati di canapa o mischie canapa-cotone con tecniche che consentono di ottenere jersey più regolari, adatti a capi leggeri e con una resa più stabile nel tempo.
Il ricorso al Giappone per il jersey da parte di Laurels Apron dimostra che la filiera della canapa resta frammentata. Le diverse fasi — coltivazione, trasformazione della fibra, filatura e tessitura — non si trovano nello stesso contesto produttivo e richiedono di essere ricomposte attraverso passaggi successivi. Il capo finale è quindi il risultato di una filiera distribuita, in cui ogni fase risponde a una competenza localizzata.






