Brilla sempre: Matteo de Mayda fotografa il lavoro come cura materna

A pochi anni dalla scomparsa della madre, Matteo de Mayda costruisce un racconto fotografico sull’assenza e sulla dignità del lavoro, attraversando i luoghi di Treviso e il tempo del lutto

Brilla sempre di Matteo de Mayda: un archivio fotografico intimo sull’assenza e sul lavoro materno

Nella carta d’identità era definita “pulitrice”. Per Serenella, il lavoro non era solo una necessità economica, ma una definizione di sé e una ricerca continua, incessante. Una vita trascorsa a pulire le scale dei palazzoni e i parcheggi di Treviso, muovendosi in maniera discreta e silenziosa tra i condomini con un vecchio Ciao a miscela e indossando canottiere tutte uguali, come una sorta di divisa. Matteo de Mayda, fotografo, rende omaggio alla madre scomparsa con un lavoro fotografico intimo pubblicato dalla casa editrice Witty Books. Brilla Sempre nasce in un momento di sospensione, in quella dimensione emotiva liminale che segue la perdita di un genitore. Dopo la morte della madre nel marzo del 2023, de Mayda si è ritrovato a trascorrere un lungo periodo a Treviso, nella casa dove è cresciuto, per gestire le incombenze burocratiche.

«Mi sono trovato lì nei mesi precedenti e successivi alla perdita di mia madre per seguire gli iter tra ospedali e terapie, e poi sono rimasto per un lungo periodo, un po’ per elaborare il lutto, un po’ perché dovevo occuparmi delle questioni pratiche», racconta il fotografo. «In quel periodo ho lasciato i lavori commerciali perché ero in uno stato di sospensione, e mi sono trovato ad avere tanto tempo a disposizione. Avevo bisogno di riconnettermi con i luoghi della mia infanzia e con la storia di mia madre, per cui ho visitato i palazzoni dove lei lavorava e dove mi aveva portato fin da quando ero piccolo».

Matteo de Mayda, dal racconto privato al libro fotografico Brilla sempre pubblicato da Witty Books

Il legame con quei luoghi non è solo quello di un bambino che osserva la madre da lontano, mentre lavora. Matteo de Mayda ricorda come, una volta cresciuto, quel rapporto si sia trasformato in una collaborazione sul campo: «Mi è capitato di aiutarla nel lavoro. Durante i lunghissimi diciotto anni di malattia, lei ha tenuto in piedi tutto facendosi aiutare da me, da alcune amiche e dalle mie zie, soprattutto per quanto riguarda i lavori e le collaborazioni che, non essendo coperti dalla previdenza sociale, richiedevano una mano per non essere perduti durante i periodi di peggioramento della malattia e in cui spesso la accompagnavamo».

Gli scatti escono progressivamente in quei mesi lenti, de Mayda li raccoglie in un archivio intimo e privato che poi prenderà la forma di un libro autoprodotto. Solo in seguito nasce la collaborazione con Witty Books. Il passaggio a una pubblicazione ufficiale è stato un processo lento, durato un anno e mezzo. 

«Se Tommaso Parrillo, editore e fondatore di Witty mi avesse proposto subito un libro, forse non avrei accettato di espormi in questo modo. Ma i tempi sono maturati, la mia elaborazione del lutto si è trasformata e volevo avere qualcosa di fisico e pubblico che rimanesse nel tempo. Inizialmente ero indeciso, temevo l’esposizione personale, ma sono state le mie zie e le persone che conoscevano mia madre a incoraggiarmi». 

L’esitazione iniziale di Matteo de Mayda si è trasformata nella consapevolezza del valore universale della sua narrazione. La storia di questi palazzi trevigiani ha dimostrato una forza capace di risuonare anche in contesti geograficamente e culturalmente lontani.

Questo passaggio ha permesso di evolvere un racconto privato in un progetto di respiro internazionale: dalle architetture di una piccola città del Nord Italia fino alla prestigiosa vetrina di Paris Photo a Parigi. Sulla copertina del volume, il silenzio delle immagini lascia spazio alle parole dedicate alla madre Serenella. È il ricordo delicato del suo rapporto con il lavoro, un’eredità preziosa fatta di esempio e ultimi, quotidiani, gesti di cura.

Matteo de Mayda torna nei palazzoni di Treviso: fotografare i luoghi del lavoro della madre

Condomini, scale, parcheggi quasi desolati, piccoli dettagli di piante e zerbini appoggiati sui pianerottoli. Architetture nitide e pulite. L’occhio di Matteo de Mayda si è posato su spazi che la memoria aveva parzialmente rimosso o distorto. «Mi ha colpito il fatto che non ricordassi i luoghi dove lavorava mia madre in modo preciso, ma durante quelle incursioni alcune immagini tornavano alla memoria. Queste sensazioni hanno alimentato i ricordi. In quegli edifici, risalendo le scale che lei puliva, provavo a intuire i pensieri di mia madre o le sue preoccupazioni di donna giovane — mi ha avuto a 23 anni — che manteneva un figlio da sola, pagava il mutuo di una piccola casa, pur con un lavoro così umile». 

Entrare e scattare in quei condomini privati ha richiesto a de Mayda un lavoro preliminare di ricerca di «punti di contatto», trasformando la fase di produzione in un’indagine tra le persone che avevano incrociato il percorso di Serenella. Non potendo muoversi liberamente con la macchina fotografica in spazi privati, il fotografo ha rintracciato ex insegnanti, compagni di scuola o ha semplicemente suonato ai campanelli delle case dove la madre lavorava per spiegare la sua necessità.

Lo sguardo degli altri e la dignità del lavoro in Brilla sempre di Matteo de Mayda

Questi incontri con i vecchi datori di lavoro e gli inquilini si sono rivelati occasioni di elaborazione profonda: «Portavo loro la notizia della sua morte e in cambio ricevevo ricordi». Ogni racconto confermava l’immagine di una donna che viveva il lavoro con dignità e precisione. Mettersi sulle tracce di chi l’aveva conosciuta ha permesso a de Mayda di ritrovare la madre attraverso lo sguardo degli altri, consolidando il ritratto di una donna gentile, autonoma e rigorosa. Nel libro, nessun ritratto.

Nelle immagini di Brilla Sempre l’assenza umana si trasforma in una presenza costante, mediata dal rigore degli oggetti e delle architetture. Matteo de Mayda evita deliberatamente la cronaca didascalica del lutto per abbracciare una dimensione più ampia. «Spesso si ha la sensazione che una descrizione minuziosa della realtà ne favorisca la comprensione», riflette il fotografo, «al contrario, sentivo che soffermarmi troppo sui dettagli della mia vicenda personale rischiasse di limitarne il respiro, rendendola una cronaca circoscritta. Il mio intento era invece quello di raccontare la relatività di questi luoghi, sottraendoli alla loro mera fisicità per renderli universali».

Matteo de Mayda, Brilla sempre. Witty Books, 2026
Matteo de Mayda, Brilla sempre. Witty Books, 2026

Architetture e interni in Brilla sempre: tra luoghi del lavoro e memoria familiare

La deliberata omissione di riferimenti didascalici, oggetti, nomi e presenze umane riflette la volontà di Matteo de Mayda di elevare il progetto a una dimensione ampia, rendendo l’opera e le fotografie di Brilla Sempre un territorio aperto all’esperienza di chiunque le osservi. Gli spazi fotografati rimangono così sospesi in un tempo astratto, offrendosi come superfici pronte a essere interpretate e caricate di nuovi significati dallo sguardo dell’osservatore. Per lo stesso autore, il lavoro non costituisce un punto di arrivo statico: sebbene la genesi del libro sia legata alla necessità di fissare una memoria privata, esiste la consapevolezza che il senso di queste immagini muterà profondamente nel tempo. È proprio questa assenza di coordinate rigide e definizioni fisiche a garantire alle fotografie un respiro vitale, permettendo loro di trasformarsi e risuonare negli anni anziché restare ancorate a una singola cronaca familiare.

«Pur essendo un lavoro nato per fissare la mia memoria personale e il mio vissuto, sono consapevole che, riguardandole, tra dieci anni queste immagini avranno per me un significato diverso. Rivedrò i luoghi della mia infanzia, gli spazi in cui si muoveva mia madre susciteranno nuove impressioni, daranno vita a nuovi cortocircuiti». 

L’architettura di Treviso e la sua atmosfera giocano un ruolo fondamentale nello stile visivo di Brilla Sempre. «Treviso è una città molto pulita e ordinata, e questo si riflette nel pensiero di una certa area geografica del Nord-Est. Forse questa pulizia esteriore può aver influenzato in qualche modo il mio occhio, anche se poi ho vissuto a Roma, in Sicilia, oggi a Venezia, luoghi infinitamente più caotici ma anche stimolanti. Treviso, nella sua compostezza, è una città che a volte trovo noiosa. I palazzi che ho fotografato sono architetture anni ’70 senza particolari spicchi creativi, ordinarie. Anche la decorazione — gli zerbini, le piante — ha un gusto che a volte definirei banale, dove non c’è niente in disordine. A Roma, che adoro, trovi piante esagerate o cose fuori posto; a Treviso tutto sembra essere esattamente dove dovrebbe stare».

Sui luoghi della memoria e nei gesti del lavoro: il linguaggio visivo di Matteo de Mayda

In questo ordine apparente, l’obiettivo si sofferma su dettagli che richiamano la gestualità della madre. Lo sguardo del fotografo sembra indugiare e posarsi negli angoli, verso terra, sui pavimenti e sulle superfici meno vistose. «Visitando questi luoghi ricordavo le indicazioni che lei mi dava quando la aiutavo: i posti che si riempivano di foglie secche che andavano rimosse o i pavimenti dove passava solo il mocio. In una delle immagini del libro, quel riferimento al muro sgretolato con la polvere di calcestruzzo a terra è una cosa che lei avrebbe notato subito, con il suo modo di guardare allo sporco come a qualcosa da pulire e rimuovere».

C’è un’eccezione nel libro, un’immagine che non appartiene alla routine del lavoro di Serenella: la scultura di un gatto. «È l’unica immagine di un luogo che lei non puliva. Si trova a Signoressa, lungo la strada che connette Treviso a Possagno. Quel gatto, che è l’insegna di un negozio di scarpe, per mia madre era il confine simbolico di casa. Negli ultimi anni, quando uno di noi ci passava davanti, mandava la foto all’altro. È un luogo del cuore, un ricordo d’infanzia di quando mi veniva a prendere a scuola e facevamo quella strada insieme per tornare al suo paese natale».

Raccontare l’assenza: il lutto, la fotografia e l’atto creativo in Brilla sempre

Quando gli chiedo se ha avuto in mente qualche libro fotografico o dei romanzi nella preparazione di questo viaggio tra le immagini e i ricordi, Matteo de Mayda esita. «Non trattandosi di un progetto fotografico, ma nascendo come un’indagine intima e personale, non sono partito da interviste, documentazioni, direi che non ho fatto ricerche, ma il mio lavoro, per una serie di coincidenze, si è intrecciato con quello di un caro amico, l’artista e fumettista Lorenzo Fonda e con l’uscita del suo Per Aspera ad astra. Sua moglie Elena e mia madre si erano conosciute proprio perché, combattendo con una malattia, si erano confrontate sulla ricerca di centri, cure e metodologie». 

Elena è mancata poco prima di Serenella, e osservare la risposta di Lorenzo a quella perdita è stato, per Matteo, una rivelazione sulle possibilità della resilienza. «In qualche modo, ho visto la sua reazione creativa alla morte e quella cosa mi ha fatto pensare che non deve esserci un unico modo per vivere il lutto; ce ne possono essere tanti, ognuno ha il proprio».

Con due approcci, l’uso di media e stili completamente diversi, i due lavori sono arrivati al pubblico quasi in contemporanea, nel novembre scorso, a poche settimane di distanza l’uno dall’altro. «In questi anni io e Lorenzo ci siamo confrontati sul lutto e sulla reazione a esso, su cosa significasse andare oltre il tabù che spesso circonda la morte, quell’idea che non bisogna parlarne o che sia necessario essere sempre cauti. Per me è stato uno stimolo fondamentale. Ogni persona ha un proprio modo di affrontare la perdita. Vedere il suo approccio ha influenzato i miei pensieri e il mio stato d’animo, confermandomi che la creatività può essere una strada legittima, e profondamente personale, per esorcizzare l’assenza».

Cura come nutrimento dell’anima: Brilla sempre di Matteo de Mayda tra memoria e sopravvivenza

Anche il rapporto con i social media ha sorpreso de Mayda, trasformando un gesto privato in una condivisione collettiva. «Quando ho pubblicato questo omaggio fotografico a mia madre sui social, prima che diventasse un vero e proprio libro, ho ricevuto centinaia di messaggi, soprattutto da sconosciuti che volevano condividere la connessione che avevano sentito col progetto. Gente che mi raccontava di una persona cara persa o del proprio rapporto col lavoro. Mi hanno fatto capire che forse c’è bisogno che tutti diano un pezzetto della propria esperienza per capire qualcosa in più della vita e del distacco».

La riflessione di Matteo de Mayda lega l’atto fotografico all’ultimo gesto di cura di Serenella: il cibo surgelato. «Nei mesi successivi alla morte, mentre ero a Treviso a fare queste foto, vivevo nella casa di mia madre. Il freezer era pieno di prodotti che lei, sapendo di dover passare un lungo periodo tra ospedali e terapie, mi aveva preparato perché non rimanessi senza: ragù, lasagne, minestrone. Ho connesso molto quel cibo, pronto a nutrirmi nel tempo, a queste immagini. In un certo senso ho fermato e congelato un momento della mia vita per andarmene a nutrire nuovamente quando ne sentirò il bisogno». La fotografia diventa così un atto di conservazione dell’amore, una scorta di presenza che, proprio come i piatti pronti di Serenella, continua a sostenere chi resta.

Matteo de Mayda

Matteo de Mayda (1984, Treviso, Italia) vive a Venezia. La sua ricerca visiva è focalizzata su cause sociali e ambientali.

Ha esposto il suo lavoro presso la Biennale di Venezia, MUFOCO, la Triennale di Milano, Camera Torino e il Design Museum di Londra.

Nel 2019 ha pubblicato Era Mare, un libro sul fenomeno dell’acqua alta a Venezia. Nel 2020 è stato selezionato da Artribune come miglior giovane fotografo italiano dell’anno. Nel 2021 è stato uno dei FUTURES talent selezionati da CAMERA (Centro Italiano per la Fotografia) e ha vinto l’Italian Sustainability Photo Award (ISPA) con There’s no calm after the storm. Nel 2022 ha vinto il British Journal of Photography International Award.

Le sue immagini sono state pubblicate su quotidiani e riviste italiane e internazionali, tra cui The New York Times, The Financial Times Magazine, Internazionale, Zeit e Vogue.

Rosa Carnevale

Matteo de Mayda, Brilla sempre
Matteo de Mayda, Brilla sempre. Witty Books, 2026