
Miuccia Prada è ancora la signora borghese milanese di sinistra?
Moda, Fondazione e famiglia: l’equilibrio di Miuccia Prada che sta salvando uno dei pochi imperi che non risente della crisi globale indotta dal luxury shame
Miuccia Prada su sostenibilità e produzione – per essere sostenibili, dovremmo fermare tutto
Negli ultimi mesi, l’attenzione mediatica sulla moda si è concentrata soprattutto sui cambi di direzione creativa. Miuccia Prada ci ha risvegliato dal torpore dello scrolling, quando ha assicurato che non esiste speranza di salvezza: «Se volessimo essere davvero sostenibili, dovremmo fermare tutto: niente auto, niente vestiti, nessun consumo. Essere onesti significa fare il nostro lavoro al meglio, portando creatività, qualità e consapevolezza».
Il punto sollevato riguarda il rapporto tra sostenibilità e produzione. L’idea di una sospensione totale dei consumi è indicata come ipotesi teorica – mentre la risposta concreta resta interna al perimetro industriale: continuare a produrre, puntando su creatività e qualità. Una posizione che, tradotta in lessico meneghino, suona quasi da “commenda”: meno utopia, più manifattura. Il termine – deformazione dialettale di “commendatore” – rimanda alla figura dell’imprenditore lombardo pragmatico, elegante, orientato al risultato. In questo registro, la sostenibilità non è un manifesto ma una variabile di processo. Non si chiude la fabbrica. Si lavora per ottimizzare la filiera.
Definirsi “di sinistra” nel 2026
Miuccia Prada è consapevole di far parte di un sistema fondato sulla produzione di beni ad alto valore aggiunto e, rispetto a molti colleghi, riporta il discorso sulla moda nel settore che le appartiene: quello dell’industria, oltre a quello dello spettacolo. La moda utilizza il linguaggio mediatico, ma resta un comparto produttivo con dinamiche economiche precise.
Miuccia Prada è ancora la signora borghese milanese di sinistra? Nel 2026, definirsi “di sinistra” può significare mantenere uno sguardo critico sulle dinamiche del sistema in cui si opera. I direttori creativi che lavorano all’interno dei grandi conglomerati del lusso agiscono entro strutture aziendali complesse, dove le dichiarazioni pubbliche si inseriscono in una strategia più ampia. In questo contesto, Prada può scegliere come e quando esporsi. Il suo posizionamento si colloca dentro un sistema capitalistico globale, di cui rappresenta una delle figure più influenti. Il riconoscimento di cui gode è legato al ruolo che ricopre nel panorama internazionale della moda, oltre che alle sue prese di parola.
Miuccia Prada prima modella del suo brand – la moda relazionale, impegnata ma non didascalica
Negli anni Novanta, mentre Nicolas Bourriaud elaborava la nozione di arte relazionale, Miuccia Prada ha sviluppato le contraddizioni del mercato restituendole nel suo lavoro attraverso la sua «moda relazionale», impegnata ma non didascalica, destinata a una clientela emancipata ma non frustrata. Il risultato al quale ci ha abituati è quella forma di libertà castigata che asseconda l’idea di un desiderio non basato sulla provocazione esplicita e che si traduce in un sexy controllato, lontano dall’immaginario fetish tradizionale.
A consolidare l’immagine del marchio contribuisce la centralità di Miuccia Prada, artefice della sua ricostruzione identitaria, oggi riassunta nella triade Moda + Fondazione + Famiglia. L’aura che la circonda è simbolica ma misurabile nei risultati: nel 2025 Prada e Miu Miu figurano nella top 5 degli Hottest Brands di Lyst.
Come la frangia raccolta di Suzy Menkes, l’immagine pubblica di Miuccia Prada ha insieme una funzione utile e dilettevole
L’immagine di Miuccia Prada è la prima vetrina del marchio e opera in controtendenza rispetto all’odierna diffusione dell’outfit minimalista adottato da molti designer, spesso ridotto a t-shirt e jeans. Questa mitologia, di cui tiene traccia un profilo di Instagram dedicato ai look della designer, @whatmiuccia (What Miuccia Wore), è composta dagli oggetti e dai movimenti della sua uniforme: le gonne al ginocchio, spesso con pieghe a reticolo, lo scialle fermato al petto con la mano e i maglioncini mélange su cui si alterna la sua collezione di collier. Lo styling appare spontaneo e riconducibile a un’estetica «effortless chic» filtrata da una sensibilità milanese, innata nella definizione di «sciura».
Questa autenticità, sostenuta dal suo passato da attivista, la rende un modello aspirazionale per la cliente adulta e per la ragazza che da grande vorrebbe diventare come lei. La ricerca di Miuccia Prada indaga i margini del sistema moda, con una tensione che richiama l’analisi dell’alienazione borghese condotta da Michelangelo Antonioni nel secondo dopoguerra.
Tuttavia, una risposta alle grandi questioni sociali dovrebbe arrivare più dalla classe dirigente che dai prodotti cinematografici di un regista o dalle scarpe disegnate da una miliardaria milanese. La contraddizione tra moda e politica, per Prada, si traduce in una costruzione consapevole dell’immagine e in prese di posizione non allineate. La proprietà del marchio e la sua indipendenza le consentono di esporsi senza mediazioni, ottenendo consenso, soprattutto presso un pubblico poco incline a cercare altrove.

Le responsabilità dell’industria nella società contemporanea
Sono noti gli aneddoti sulla giovane Miuccia Prada: laurea in Scienze politiche con una tesi sul Partito Comunista Italiano, iscrizione al PCI, militanza nell’Unione Donne Italiane, presenza alle feste dell’Unità e nei cortei, formazione alla scuola di mimo del Piccolo Teatro di Milano. Racconti che appartengono a una fase politica precedente alla Seconda Repubblica, periodo in cui si consolida anche l’ascesa commerciale del marchio.
L’appartenenza a un orizzonte «di sinistra» si ridefinisce per Prada alla luce di un contesto mutato – non più quello delle Brigate Rosse o di Potere Operaio – e del settore industriale in cui opera. La società esercita oggi una pressione costante sulla moda, chiedendole di intervenire su questioni che eccedono la sua funzione. È evidente che un cambio di direzione creativa a Parigi non incide sugli equilibri geopolitici, eppure persiste l’aspettativa che la moda possa incidere sul mondo attraverso la vendita di accessori. Il settore può agire come cassa di risonanza, amplificare temi, orientare l’attenzione. In quanto mercato, non può però essere subordinato a un mandato morale.
La distanza dalla dimensione produttiva è uno dei nodi critici: nelle campagne pubblicitarie sono scomparsi i nomi dei fornitori di tessuti e pellami. La frattura centrale resta quella tra ideologia e commercializzazione.
Milanesità: l’invenzione di una tradizione ispirata a una storia vera
La parola milanesità, come tutti quei termini ombrello che pretendono di sancire l’esistenza di un particolare stile di vita, può voler dire tutto e niente. L’«invenzione della tradizione», per come la intende Eric J. Hobsbawm, non è di per sé un crimine, ma è bene chiarire quanti anni abbia la tradizione cui si fa riferimento. Un manuale del concetto odierno di milanesità è rappresentato dai racconti di Delio Tessa, milanese dall’inizio alla fine, raccolti in Color Manzoni, un’infilata di piccole prose in italiano e dialetto ambientate nella Milano degli anni Trenta. Luoghi e personaggi sono registrati tenendo traccia della loro manifestazione nel qui e ora di allora: portinai, impiegati, legatori di libri, tabaccai, signore e signori a messa sono calati nei luoghi più cari alla capitale ambrosiana, da piazza Vetra a San Bernardino alle Ossa, dal Teatro Gerolamo alla chiesa di San Celso. Un racconto compiuto viaggiando sui sedili dei nuovi tram elettrici, che avevano da poco sostituito i vecchi omnibus trainati dai cavalli.
È in questa Milano che viene fondata la società Fratelli Prada nel 1913, ed è quella che, a distanza di più di un secolo, ancora viene rievocata attraverso il nome della it-bag del marchio, la Galleria (oggi a 4.000 € nella versione large), quella Vittorio Emanuele II in cui si racconta sia stato aperto il primo negozio del marchio. In realtà, come ha ricostruito Tommaso Ebhardt in Prada. Una storia di famiglia (2024), il primo negozio viene aperto sì nel 1913, ma nella vicina via Turati, dalla quale si sposta solo negli anni Venti, grazie al successo delle vendite, nell’odierno negozio storico in Galleria. Per lo stesso motivo di posizionamento, ancora oggi il brand è costretto a tenersi stretta la sua sede privilegiata nell’ottagono sotto la cupola della Galleria.
La milanesità rievocata dal brand è quella coniata in quei primi decenni del Novecento
Oltre al nome della it-bag, che cosa può essere rimasto di milanese in un’azienda che, dal 1978, anno in cui è subentrata nella direzione Miuccia Prada (all’anagrafe Maria Bianchi), affiancata dal marito Patrizio Bertelli, si è trasformata da una piccola, per quanto già nota, bottega di valigeria in una holding internazionale? Oggi l’azienda, che conta più di 15.000 dipendenti e oltre 600 negozi di proprietà in tutto il mondo, controlla i marchi Miu Miu, Church’s, Car Shoe, Marchesi 1824, Luna Rossa e Versace.
La milanesità rievocata dal brand è quella coniata in quei primi decenni del Novecento, quando Milano diventa la capitale economica e industriale del Paese e il suo biglietto da visita cambia faccia. Alla fine dell’Ottocento gli antichi quartieri che circondavano il Duomo erano stati sventrati dall’ingegnere Giuseppe Mengoni per fare largo al nuovo salotto ambrosiano. Bisogna aspettare la fine degli anni Venti per vedere sistemati anche il sagrato del Duomo e la pavimentazione della piazza, così come li vediamo oggi, a opera di Piero Portaluppi. È questa la Milano borghese impressa più nell’immaginario collettivo che nella memoria. Il logo di Prada, non a caso, riporta, all’interno del celebre triangolo capovolto, oltre al nome dell’azienda, quello della città natale, Milano, l’anno di fondazione, 1913, e lo stemma della Casa Reale, di cui è stata fornitrice nei primi anni di vita.
Milanesità metropolitana fra il K-pop e l’osteria Tajoli
Prada è riuscita a far convergere lo stile neorinascimentale e liberty dell’architettura milanese di quei decenni, così come la clientela borghese che l’ha vista nascere, con quell’ugly chic di cui si è fatta portavoce fuori dal coro fin dagli anni Novanta, in un mondo ancora oggi, nella quasi totalità dei casting, fondato sulla kalokagathia.
Prada si nutre delle stesse contraddizioni del gruppo futurista che si trovava a parlare di avanguardie nel prestigioso caffè Biffi in Galleria, a due passi dalla Fratelli Prada Valigerie.
La vera milanesità 2.0, però, risiede in un’iniziativa concreta: quella della Fondazione. Al posto della kleenex culture che dura una stagione, Prada ha preferito dedicarsi alla costruzione di un polo culturale che ha riqualificato un’area dismessa adiacente alla vecchia ferrovia di Porta Romana. Fondazione Prada è il progetto che più di tutti ha forgiato un nuovo concetto di milanesità, non fosse altro perché il quartiere in cui si trova la sede milanese è stato ribattezzato in suo onore SouPra (South of Prada). È questo lo spazio che riassume insieme l’anticonformismo del brand e il suo inserimento nel circuito ufficiale della cultura. L’operazione è indirettamente votata alla promozione del brand stesso, ma senza intenti paternalistici o di marketing, svincolandolo dal rischio di arenarsi in un citazionismo passatista legato al vecchio centro città.
Questa nuova milanesità non può che dipendere dalla dimensione cross-culture insita nella natura di una città finalmente metropolitana, che ci ha permesso di vedere gli Enhypen, la K-pop band del momento, camminare sui marciapiedi di viale Ortles per la PE 2024, a due passi dalla storica osteria Tajoli.
Gabriele Della Maddalena



