
Nella moda, la creatività si deve imporre limiti e regole
La creatività non si espande in superficie, ma scende in profondità. Limiti, restrizioni, regole: sono tecnica per nuova abilità di design. Niente sintetico, solo fibra naturale: che sia finalmente futuro?
Il rigore della creatività nella moda – i designer devono imporsi limiti e regole
Qualcuno alza un ciglio: imporre limite alla propria creatività è l’opposto di quello che ti piace sentirti dire. L’opposto di quello che ti aspetti ti voglia dire un mentore o un maestro o semplicemente un datore di lavoro: solo il migliore tra questi saprà spiegarti che si tratta di prospettive per ogni tua abilità. Il recinto è dato – e oggi deve essere rispettato. Non si può usare quello che sta fuori da questo recinto – ovvero, quasi tutto: i colori sgargianti e brillanti, e così le stampe; i fili di nylon che tutto riescono a tenere; le imbottiture in poliuretano; le resine, le plastiche; i fili elastici che tutto permettono di indossare e tenere. Cosa rimane dentro il recinto, a disposizione delle tue mani, per dar espressione alla tua creatività? Niente?
Qualcosa rimane: il vero maestro tra i tanti che parlano ti saprà spiegare che la creatività non si espande in superficie ma scende in profondità, elabora, scava, va a fondo su ogni dettaglio. La tua abilità sta nel creare qualche cosa di nuovo usando quel poco che hai a disposizione. La creatività non è mai una questione di disponibilità, di libertà di risorse e pensiero. Più la creatività è costretta dal rigore, più la creatività reagisce in splendore. Quando la creatività è costretta dal rigore, si trasforma in abilità. Si dice che Flaubert si contorcesse tutta la notte per scrivere appena tre righe.
Microplastiche e creatività senza fibre sintetiche – è possibile?
La notizia è stata amplificata dai rotocalchi nazionali: le microplastiche sono state ritrovate nelle placche aterosclerotiche. Uno studio italiano dell’Università della Campania, in collaborazione con l’Istituto dei Tumori di Milano e la scuola di medicina di Harvard a Boston, ha indicato come raddoppiato il rischio di infarto alla presenza di placche inquinate da microplastica. Le microplastiche sono state rilevate nella placenta e nel latte materno, nel fegato, nei tessuti cardiaci, nello sperma. Le prime tre fonti di inquinamento da microplastiche sono i pneumatici, l’industria cosmetica e il settore tessile. Polietilene e PVC sono usati ovunque. Di fronte a tutto questo, c’è ancora gente che pensa ai vestiti con le paillette.
Il punto di partenza è da aggiornare: un designer che vuole essere contemporaneo non parte più dal suo disegno. Il designer che sa cosa sta facendo comincia ragionando sull’impatto che quel vestito avrà in manifattura – e da questo ragionamento, discutendo con la filiera, comincerà scegliendo fibre naturali, prima di altre opzioni. Volendo davvero continuare a usare il sintetico, non lo mescolerà alle lane né alle pelli. Non mescolerà materiali diversi per consistenza, alzando il rischio di tenuta delle cuciture.
Inutile lo sbadiglio per noia che ti sto muovendo, così come sono inutili le stampe a colori sgargianti che ti piace raccogliere nei mood-board creativi. Il Regolamento della Commissione Europea noto come Lotta alle Microplastiche limita l’uso di microplastiche intenzionalmente aggiunte: in cosmesi, negli scrub così come nei trucchi; nel tessile, limitando il glitter. Un designer contemporaneo dovrebbe smettere di utilizzare glitter.

Chi sono i clienti di Prada oggi? Moda, devi averne l’ossessione
Parliamo al femminile: esistono ancora le donne di Prada, quelle originali? Le clienti che comprendono l’azzardo, l’ironia della bruttezza, la goffaggine che diventa noncuranza: la camminata a passetti veloce, mezzo tacco, bacino alto, golfino al punto vita – e la gonna sotto il ginocchio, con l’orlo alto una spanna. Esistono ancora le donne che sono questo, oppure ci restano solo ragazze che imitano quel che non possono capire? Ragazze che sminuiscono sia l’uniforme di Prada sia la Milano che questa uniforme rappresenta sia – di certo – loro stesse.
La signora Prada sembra voler ricordare alle altre reattive borghesi milanesi che di ogni disgrazia si può ridere – e discuterne con un ragazzo arrivato dal Belgio. L’ironia ruvida. Cini Boeri le avrebbe potuto rispondere a tono – così come Giulia Maria Crespi, Gae Aulenti o la Contessa di Monza – mantenendo l’acume del dialogo che Lina Sotis usava per un suo trafiletto. Oggi tra le fila, appropinquandosi per trovare il posto numerato, si notano annoiate quelle carine che si chiamano tutte Chiara, sempre troppo truccate e sempre con troppe paillette addosso – insieme alla giornalista che il trafiletto della Sotis, per quanto ci voglia provare, non riuscirà mai a scriverlo.
L’industria della moda è genericamente ossessionata da Prada. Vero che esiste un’ossessione ancora più drammatica di questa per Prada, che l’industria subisce: l’ossessione per Hedi Slimane. Rispetto a Prada, Hedi Slimane è inavvicinabile. L’industria della moda – non la moda di per sé – è una comunità di persone ossessionate. Quelli che hanno successo, in questa industria, sono quelli ossessionati – ed è vero che, ultimamente, questa ossessione sembra più stupida di quanto apparisse un tempo.
Per industria della moda non si intende solo la comunità di quelli che producono e vendono vestiti – ma un sistema che produce grafica, fotografia, che sovvenziona arte e istituzioni culturali, che catalizza i tentativi di studenti in ogni parte del mondo. La domanda è a monte: l’industria della moda è intellettualmente abile a tale ossessione?

Moda e nessun interesse per la sostenibilità?
Si può dare per assodato: alla moda non interessa la sostenibilità. Proviamo ad andare oltre. Cerchiamo la creatività – sì, anche con poliuretani, elastici e plastiche – ma cerchiamo una creatività forte, un disegno d’azzardo, un’idea inedita. Qualcosa che stia influenzando tutto il resto così come la moda è chiamata a fare. Non è rassegnazione, ma reazione: è virtù della creatività trovare soluzioni che non sappiamo immaginare.
La creatività si trova da Duran Lantink. I vestiti si staccano dal corpo, inventando volumi, trovando ironia e sprezzatura, raccontando un approccio scultoreo. L’asserzione è legittima per la moda: non esiste una bellezza data. I canoni estetici non devono essere standardizzati. Bruttezza e bellezza non sono concetti che la moda può veicolare come verità assolute – e questo le generazioni precedenti e i manager aziendali devono accettarlo.
Si può disquisire nel rapporto tra diversità e unicità: sei diverso dagli altri, o stai bene nella tua unicità? Diverso e unico sono sinonimi? Ragazze con pettorali maschili e mammelle che ballano su gambe da uomo. Jeans immettibili, ma pittorici. Il valore editoriale è già parte del prodotto – non serve fotografo, non serve il contesto autoriale di un giornale. Con un vestito così addosso, qualsiasi foto diventa virale.
Si riduce tutto a questo? Quanto meno se ne parla. Una presentazione con poca finanza – la domanda su come ci siano i fondi per un progetto simile. Quanto si possa vendere – ai buyer e ai clienti finali. Una sfilata in ufficio, dettagli ruvidi. Libero, indipendente – almeno per adesso. Le pubbliche relazioni dietro a un brand sono sufficienti a far crescere in imprenditoria il brand oppure si tratta solo di creare una brand awareness sufficiente affinché arrivi un gruppo finanziario a comprare il pacchetto e a dare uno stipendio al direttore creativo?
Il dubbio è se il lavoro di pubbliche relazioni dietro Duran Lantink sia ben progettato – o se sia soltanto l’ennesima frigidità dell’industria della moda, autocompiaciuta e sterile. Esiste ancora l’imprenditorialità della moda o la moda è solo un gioco a chi trova prima un investitore?

Il ritorno di Milano, la città con due orbite
Si raccoglie nell’aria una disillusione verso il sistema moda: espressione finanziaria più che creativa, fattore numerico e algoritmico. A Milano esistono due orbite che non si toccano.
La prima orbita è quella dell’ostentazione: urlare, mostrare denaro, esibire chirurgia plastica. Usare senza preoccuparsi. Dolce & Gabbana, Cavalli, Versace. Fibre a estrusione chimica, stampe psichedeliche, scintillio ovunque. È il mondo del Grande Fratello, di Alfonso Signorini, Barbara D’Urso, Fabrizio Corona, Fedez. Questa orbita umilia la cultura italiana e quella milanese.
L’altra orbita è quella che compone l’identità di Milano: Armani e Prada. Una città che lavora. Uno snobismo come understatement. Disegni di Gardella, Magistretti, BBPR. Sapienza strutturale, speculazione intellettuale. Qui la moda è ready to wear come progetto. Chi appartiene a questa orbita rimane in silenzio mentre dall’altra parte si urla.
Scrivere di moda può significare abusare di aggettivi, elencare dettagli sartoriali, riscrivere gossip come notizia. Oppure può diventare esercizio critico. La moda, nella sua accezione tecnica, è codificazione di prodotti che aumentano le vendite nei mercati. Non solo vestiti: immagini commerciali che si evolvono in cultura popolare. La moda genera immagini per l’economia di massa.
Carlo Mazzoni



