
Olimpiadi 2026: il sudore come feticcio e prodotto moda
Crisi climatica, umidità permanente e Olimpiadi invernali: il sudore smette di essere un incidente fisiologico da cancellare e diventa linguaggio culturale e materia di moda.
Olimpiadi 2026: l’umidità come estasi
Per i più, si tratta di una notizia sgradita: la nostra cultura ha ostracizzato il sudore da diverso tempo. L’imbarazzo puberale degli adolescenti sui mezzi pubblici o durante l’ora di ginnastica causa-olezzo è un fenomeno assai noto. È uno dei motivi per cui negli Stati Uniti i deodoranti popolano un mercato da otto miliardi di dollari. A differenza di lacrime e urina, il sudore è il prodotto di una funzione corporea che non possiamo né sopprimere né ritardare. Non può esserci alcun controllo – è, in effetti, la perdita del controllo. Il che, in maniera quasi speculare, lo rende un feticcio sessuale. Un prodotto del piacere. Un detergente per lo stress. È l’umidità come estasi. Con le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 alle porte – la cerimonia di apertura è fissata al 6 febbraio – il sudore diventa (anche) un capitale di moda. “Sudiamo, desideriamo e prudiamo tutto il giorno”, scriveva Virginia Woolf. Nel mondo che suda – per il riscaldamento globale, per il lavoro fisico, per il desiderio – la moda va progettata di conseguenza.
Olimpiadi 2026: LGN di Louis Gabriel Nouchi e l’inverno dello SMUT
Parte della classe alto spendente non suda più avendo scelto di paralizzare programmaticamente i nervi che innescano la sudorazione – il Botox è uno dei santini dei nostri tempi. Altre azioni di lotta includono edulcorare con profumi, lavare via con acqua, assorbire con batuffoli di cotone stipati sotto le ascelle. Nel 1973 Bruce Lee si fece rimuovere chirurgicamente le ghiandole sudoripare delle ascelle, infastidito dalla vista degli aloni sul grande schermo. C’è anche chi prostra il proprio sudore in corsi di spinning, hot yoga e saune nel tentativo di espellerlo – ignorano che la teoria dei germi nel sudore sia una bufala. Si tralascia che l’espansione delle ghiandole eccrine sul nostro corpo sia stata un’evoluzione fondamentale al pari della deambulazione eretta: è il motivo per cui siamo nudi e sudati. È la conquista della pelle in sfavore dei peli – anche questi, nemici pubblici dell’estetica clean.
Nel Ventesimo secolo la moda ha capitalizzato sul disagio coprendo le epidermidi di tecnologie assorbi-sudore: spandex, lycra, nylon e altre varietà di poliesteri – plastiche, per intenderci – a mettere una pezza al disordine bagnato che il caldo infligge. La tendenza si inverte, con il sudore a fuoriuscire dal canale fin troppo scontato delle campagne a bordo piscina con Margarita alla mano, addominali e glutei scolpiti per i rispettivi generi.
Nel 2023 il designer Louis Gabriel Nouchi ha ironizzato sul concetto di sweatshirt – la traduciamo con felpa, ma significa letteralmente maglia del sudore – producendo per il suo brand LGN un capo pre-sudato. Una stampa trompe-l’oeil scura su fondo grigio simula il sudore su petto, schiena e ascelle. L’etichetta, fondata a Parigi nel 2017, si auto-proclama spazio libero in cui ciascuno può esprimersi secondo i propri desideri. Non ci sono limiti di età, genere o corporatura. Sensualità e fluidità nei tessuti sono i mantra. Ogni collezione è una riflessione sulla mascolinità – un concetto tanto sfuggente quanto quello di abbigliamento maschile. Dopo tutto, solo negli anni Settanta David Bowie indossava gonne e paillettes, mentre Diane Keaton aveva come riferimento di stile Cary Grant. Per Louis Gabriel Nouchi vestirsi significa compiere un desiderio: indossare il proprio sudore è tra questi. Lo fa con un’etica di trasparenza lungo tutta la filiera e avviando partnership con i gruppi tessili europei garanti della qualità della materia prima. Le sue sweatshirt letterali sono state un’avvisaglia di quel che l’inverno 2026 sarebbe stato: smut. Esplicito, erotico, con l’indecenza e il cattivo gusto estetizzati, e le buone cose dell’amica di nonna Speranza in soffitta.

«I do sex with fabrics». Odori acri e piogge giallo-urina in passerella
Nel 1998 Alexander McQueen metteva in scena Golden Shower – poi ribattezzata Untitled per amor del pudore. Sul finale gli abiti bianchi delle modelle venivano bagnati da una pioggia giallo-urina. Interrogato dai media americani in merito alla sua prima collezione per Maison Ungaro, nel 2013 Fausto Puglisi rispondeva: «I do sex with fabrics». Si riferiva agli abiti aderenti al corpo incorniciati da un’eredità greco-romana, motivi scozzesi con un kilt che sfiorava la coscia e gesti barocchi come visioni di Napoleone e Maria Antonietta. L’approccio ipersessualizzato ricordava un Gianni Versace grezzo, pre-glamazon. Un sesso poco vanigliato. Sudato e dall’odore acre, per intenderci. Ad ogni modo, il tessuto artigianalmente realizzato per lui era tutto: il significato dell’intera collezione. Il concetto di traspirazione gli era estraneo: nessuna stregoneria mentolata. Un concetto espresso altrove da Glenn Martens che per l’autunno-inverno 2024 di Diesel ha utilizzato una tecnica tessile di stampa a corrosione – il devoré – per riprodurre gli aloni di sudore post-rave-party.
Perspire di Alice Potts: cristallizzare il sudore
Il leitmotiv del brand Perspire fondato dalla specialista in materiali bio-attivi Alice Potts è che il sudore abbia un potere: rivelare il duro lavoro. Il sudore come storytelling. Le sue opere sono il prodotto della cristallizzazione del sudore – riproduzioni dei fluidi corporei con materiali bio-based riconfigurati in opere d’arte. Uno dei pezzi di spicco è la Sweat Bag realizzata in collaborazione con Gucci – una versione cristallizzata della borsa Gucci Horsebit 1955, rivestita o ricoperta da una cristallizzazione derivata dal sudore attraverso il processo Perspire. Potrebbe essere la prossima sacca sulle spalle degli Ambassador Gucci alle Olimpiadi.
Tra i progetti firmati da Alice Potts si trova anche la collezione Sweat Caps – cappelli del sudore. Realizzato in collaborazione con i brand di streetwear Reigning Champ, Tensaga e Section 35, il progetto, esposto nel 2023 alla Vancouver Art Gallery nell’ambito della mostra Fashion Fictions, è nato dall’osservazione di individui differenti, con stili di vita e background distanti. Soprattutto, con modi diversi di sudare. «Ogni cappello è stato indossato da otto individui per sei settimane durante la loro vita quotidiana, permettendo al sudore di impregnarsi nelle fibre dei capi e ai cristalli di crescere dall’interno di ogni prodotto». Il progetto mostra anche nuovi modi di progettare e re-immaginare i materiali di scarto: le paillettes in bioplastica dei cappelli nascono da fiori e cibo.
Versace di Dario Vitale: il carnale può essere intellettuale
A settembre, la prima e ultima collezione dell’ex direttore creativo di Versace Dario Vitale ha esibito, per la primavera-estate 2025, una volgarità nei tagli e nello styling. Smut. Questa aveva la forma di T-shirt senza schiena su uomini palestrati, pantaloni sbottonati stretti con cock ring, aperture profonde altezza-ascella. I colori ricordavano i video di allenamento anni Ottanta di Jane Fonda, pieni com’erano di righe, body, tocchi di colore e sudore. Un passata di intonaco bianco-beige ha reso la cultura dell’activewear rigida e sterile: colori smorzati. Tutto è stretto e sintetico. I colori sono ripetitivi. La ragazza che va a pilates in un completo rosa confetto e chignon laccato è diventata l’estetica dominante. Benché il cotone sia più confortevole, i poliesteri del sudore hanno avuto la meglio – fino ad ora. Quanto alla sfilata di Dario Vitale, è stata una conferma del fatto che il carnale può essere intellettuale.

Nylon, spandex e lycra, i poliesteri del sudore
Per diverso tempo l’athleisure è stata poco più di un’insegna confortevole dello slacker chic. Un comparto dell’armadio riservato alle domeniche all’aria aperta o alle scappate furtive per comprare una bottiglia di vino al minimarket sotto casa. Era un anonimo jolly del guardaroba: l’equivalente modaiolo della pasta al burro. Poi, la casualizzazione del lusso ne ha fatto un mercato. Le felpe – sweats – sono diventate capi premium. In evoluzione continua, si realizzano in tessuti tipo chiffon, organza, pelle e pizzo. Si può pensare che con un’umidità del novanta per cento il decoro vada alla finestra. Ma nel vuoto risultante da brand come Juicy Couture – il fornitore mondiale di tute in velluto rosa – e Lululemon – noto per aver commercializzato lo yoga con pantaloni trasparenti e insulti alle taglie over 38 – sono entrate diverse linee sportive indipendenti. E tutte dimostrano che la plastica vergine non è necessaria alla composizione.
Le case delle fibre naturali dall’altra: Reda, Girlfriend Collective e BAM
Sono carnali e intellettuali. Come Reda, certificata B-corp, con un codice etico strutturato e l’abbinamento di fibre funzionali e lana Merino come esaltatore del comfort. Quella di Reda è una storia familiare: inizia nel 1865, anno di fondazione del lanificio Valle Mosso, nel biellese, a opera dell’imprenditore piemontese Carlo Reda. Nel 1919 i fratelli Botto Poala, discendenti da una famiglia di tessitori, acquisiscono il lanificio Reda, facendone un punto di riferimento nel mercato tessile italiano e internazionale. Da allora, la produzione non ha mai abbondato la dimensione naturale: dall’abbattimento dei consumi di acqua agli impianti fotovoltaici, dal sistema di ECO-gestione certificato EMAS al Made in Italy duro e puro – una rarità, oggi. «Tutti i tessuti Reda sono il risultato di un processo produttivo che si svolge interamente in Italia: il vello viene pettinato presso la Pettinatura di Romagnano, in provincia di Novara, per essere in seguito tinto, filato, tessuto e finito direttamente nel lanificio di Reda a Valle Mosso, in provincia di Biella». Un’etica che si ritrova anche nelle linee Active e Feeling Active, laddove la ricerca si dirige verso nuove tipologie di T-wool – l’unione di lana Merino, lino e cashmere.
Girlfriend Collective è stato fra i primi brand a realizzare nel 2016 capi performanti utilizzando materiali riciclati da plastiche consumate. La gamma include oggi cinque tessuti riciclati premium: Compressive, FLOAT, Reset, Luxe e SuperTrack. Tutti a bassa compressione: devono guidare il corpo, accompagnarlo piuttosto che strizzarlo. Tra le note di merito, l’estromissione di PFAS – anche noti come «sostanze chimiche eterne» per via della permanenza quasi eterna nell’ambiente e nell’organismo. Ricorrenti in tessuti impermeabili come ombrelli e trench, troppo spesso ignoriamo che l’abbigliamento sportivo ne sia saturo – il fallo è nella cultura anti-sudore che si diceva. I materiali con PFAS sono la via semplice ed economica alla traspirazione. La via difficile, adottata da Girlfriend Collective, è l’inserimento di uno strato idrofilo certificato Bluesign – uno standard internazionale garante della massima tutela delle persone e dell’ecosistema.
Anche la viscosa di bambù, una coltura a minor impatto rispetto al cotone o agli alberi di legno duro perché necessita di minore acqua e pesticidi, può dare vita a un armadio sportivo (le viscose non sono mai tessuti di prima scelta e non sono da intendere quali tessuti naturali – ndr). È quello che fa il marchio britannico BAM. Si sostiene che il bambù rilasci il 35% di ossigeno in più rispetto alla media, richieda meno terreno perché cresce velocemente, possa essere raccolto senza danneggiare gli habitat circostanti. Più morbido del cotone, è naturalmente fresco perché traspirante. Consente la respirazione della pelle e lascia che le gocce di sudore si liberino nell’aria: il tessuto tecnico che ne deriva gode di eccellenti prestazioni. Tra gli obiettivi aziendali fissati entro il 2030, quello di evolvere in Impact Positive: zero rifiuti in discarica, zero inquinamento e zero spreco d’acqua. Dalla coltivazione del bambù al riciclo dei capi. Il sito ufficiale ha una sezione BAM Preloved: capi che i clienti non indossano più e che possono rivendere tramite il marketplace ufficiale – una delle tante forme che la circolarità può assumere.

L’Athleisure non è il futuro della moda: è tutta la moda
Il tema non riguarda solamente le sessioni di cardio pilates o i campi olimpici. Non è nemmeno recente: quasi ogni capo scandaloso che gli studenti indossavano nelle palestre di inizio Novecento è stato accettato come casual entro la metà del secolo. Il concetto dell’ultimo secolo di moda occidentale è stato prendere abiti progettati per l’attività e adattarli all’inattività. Gli orologi da polso furono progettati per la puntualità dei soldati durante la Prima Guerra Mondiale. Oggi li indossiamo come gioielli. Il denim era per gli uomini impegnati in fabbriche e fattorie. Oggi è per i casual Friday e per l’ozio. Può essere perfino couture – così Matthieu Blazy ha portato un paio di simil-jeans di mussolina di seta bianco-azzurra sulla passerella di Chanel. In assenza di spandex, l’athleisure non è il futuro della moda: è tutta la dannata moda. Con essa il corpo ha smesso di essere una lastra di vetro limpido, una bella statuina dritta e chiara da foderare. Il corpo è pieno di disordine e nervo. Curve, giunture e torsioni che stirano la pelle. La moda va progettata di conseguenza.
Stella Manferdini

