Ma perché ancora Prada, sempre Prada, vogliamo Prada? Per la sua “misura”

Nell’industria della moda, l’ossessione vuol dire Prada – come ci riesce sempre e ancora la Signora, anche nel dialogo con la freddezza di Raf Simons, a ritrovare e definire ancora la misura di Milano?

Prada e la misura di Milano

La parola chiave è misura. Non si tratta di stile, né di gusto, né di identità estetica – non si tratta neanche di metodo. La parola, se in tale singola parola si vuole tentare di riassumere il lavoro della signora Prada, è precisamente misura. Esercizio forse vanesio, quanto sterile – così come scrivere ancora un’altra recensione di una sfilata di Prada (e quante altre ne scriverò). Misura non è sapere cosa scegliere, sapere quanto sceglierne. La giusta misura la si trova solo quando sai fare bene quello che vuoi fare. La misura è anche il codice di una Milano intellettuale che ci torna in mente se pensiamo agli architetti maestri – Ignazio Gardella, Gae Aulenti, Franca Helg. La misura è un disegno, non è mai decoro.

La misura la trovi quando leggi un editoriale di Ferruccio De Bortoli – nel tratto di Forattini, così come di Emilio Tini e di Tullio Pericoli. Saper fare qualche cosa, e fare quella, bene. La misura la trovi con la signora Prada: è la misura di Milano. Diversamente da altre case – dove l’identità è così forte da diventare quasi didascalica, dove lo sforzo commerciale può schiacciare la creatività – da Prada non sai prevedere cosa possa uscire in passerella – eppure, stagione dopo stagione, dopo ogni presentazione, ti è chiaro negli occhi che tanto, quanto, è Prada. Solo Prada, ancora Prada, sempre Prada. 

Fondazione Prada, Tiktok, Hollywood, Kendall Jenner

Se non ci fosse Prada, per Milano sarebbe un problema. Noi che cerchiamo e ricerchiamo l’identità di Milano, senza Prada saremmo persi, stupidi e inutili. Prada è riferimento: un metro di paragone, una consolazione: se la cultura che Prada racconta, anche tramite la Fondazione, è così complessa – complicata, elitaria, non inclusiva – allo stesso modo, tale cultura di Prada veicola il prodotto di un’azienda con il fatturato in crescita. Significa che l’essere umano non è destinato alla semplificazione di TikTok. 

Per inciso, sembra che anche a Hollywood si proceda su sceneggiature semplificate. I dati dicono che gli spettatori siano più distratti di una volta, che anche davanti a un film, una volta ogni tot, devono controllare il feed del Social Media. Ne consegue che il film deve essere costruito di conseguenza: non una storia ben progettata in architettura, ma una storia che ti trattenga anche se cinque minuti fa ti sei distratto, perché cinque minuti fa non c’era alcun giro di trama necessario a capire cosa succede adesso. 

Chiudendo l’inciso – Prada ti consola. Non è vero che se non ti adatti al nuovo impianto neuronale dove le tubature sono i Social Media, sei un nostalgico sterile. In altre pagine, sia Miuccia Prada sia Lorenzo Bertelli ripetevano come il sentimento di appartenenza a una comunità – in inglese, community – che in tanti noi percepiamo quando si tratta di Prada, sia stato prodotto dalle attività culturali della Fondazione Prada. La difficoltà, la complicazione e la sofisticazione, hanno creato affiliazione. 

Senza diventare categorici – anche Prada sa scegliere leve commerciali. Cultura bene, ma bisogna vendere. Prima dell’inchiesta su Chiara Ferragni, la blogger era invitata da Prada (si dice la signora poco gradisse, ma le nuove gestioni la raccomandassero). Le campagne pubblicitarie con Kendall Jenner – diversi pesi nel mondo, ma matematiche simili. Tanta industria ossessionata da Prada storce il naso davanti a queste cadute di coerenza – ma il fastidio passa via come l’acqua di un temporale a luglio.

Miuccia Prada e Raf Simons
Miuccia Prada e Raf Simons

La sfilata Uomo di Prada FW26: il ragazzo efebico

Poche ore fa andava in scena la sfilata uomo FW26 – i vestiti che andranno in vendita per Prada all’inizio del prossimo autunno. Il ragazzo efebico diventa un manifesto di fluidità – anche se nell’immaginario comune si fa fatica a materializzare la Signora in dialogo con quel bambino fragile ed esile, che forse non ha neanche un pelo pubico. La signora è regina borghese su mezzo tacco e gonna al ginocchio che ha trasformato il disagio e la timidezza femminile in robusta e orgogliosa bellezza al comando – tanto che la donna di Prada potrebbe spezzare il braccio a un operaio edile dopo averlo canzonato come la Vanoni con Califano. La prima uscita in passerella è un angelo senza sesso, con un cappotto a doppio petto lungo che potrebbe camminare da solo.

Percepiamo la misura con cui iniziavo queste righe: non è una questione di un ragazzo efebico, non è neanche una questione politica e polemica sulla differenza di genere in questa epoca avvilita da cancel culture. Si tratta di disegnare un cappotto che stia bene addosso – sia a un uomo sia a una donna – nelle taglie corrette. Ancora: l’immaginario è quello attuale, la misura è quella che riconosciamo: un ragazzo per bene che se ti cammina a fianco ti volti a guardare perché vorresti vestirti come lui. Poi arriva lo styling – i polsini della camicia che escono in abbondanza dalla manica del cappotto sartoriale, con dei gemelli grossi, smaltati, che potrebbero essere orecchini. 

L’uomo di Prada in prima fila: da Boeri a Troye Sivan

Tutto, con una misura. Anche quel forte odore di plastica, nuova, pulita, che ti entrava nelle narici sulla soglia dell’atrio di Rem Koolhaas. Tutto è misura – la musica, il passo. La scelta delle persone sedute in prima fila: da Stefano Boeri a Troye Sivan, da Nicholas Hoult a Mahmood. Sono uomini, esseri umani con attributi maschili, validi per estetica, sensualità e modo di fare. La misura di Prada sta nel mescolare l’alto e il basso, il pop e lo snob – così come qui da Lampoon cerchiamo di intercettare in un mondo distratto da input digitali.

Fuori dalla sfilata, sulla strada, a sinistra gli alloggi per il Villaggio Olimpico. Davanti il cantiere per lo Scalo, una torre ancora in fase di cantiere. In un momento di crisi per Milano – di fastidio per noi milanesi che abbiamo bisogno della misura che la Signora Prada ci ha saputo insegnare, e che continua a ripeterci. Ci svegliamo in una città che accoglie i milionari e che fa morire di freddo i clochard. Che io so possa qui essere liquidato di romantica pateticità – succede in ogni grande città, non puoi certo cambiare il mondo. Stai solo scrivendo, ancora, sempre e ancora, una ennesima recensione su Prada – eppure. Ci vuole politica, anche nella moda – invece che parlare di sesso frustrato. Non intendo lai politica di Montecitorio o in Groenlandia – intendo politica come nell’antica Grecia: argomenti della polis, della città, del vivere insieme in una collettività che non può essere basata solo sul profitto – o peggio, sull’autocompiacimento di una vanità digitale. 

Ancora Prada, sempre Prada, di nuovo Prada – siamo ossessionati da questa misura che la Signora ha negli occhi e nei suoi circuiti neuronali – per fortuna nostra. La possiamo immaginare, la Signora, che sorride mentre vede sfilare i suoi ragazzi efebici che poco comprende – ma quanto bene sono vestiti, la Signora ammette – e quella melodia in testa, che le hanno fatto sentire l’altro giorno, per spiegarle chi fosse Troye Sivan. Rideva, forse – ci piace immaginarla, con un bicchiere di champagne in mano – quando le hanno fatto vedere quanto bravo sia Troye Sivan, a ballare.

Carlo Mazzoni

Prada FW 2026 Menswear
Prada FW26
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Prada FW26
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Raf Simons FW 2017
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Prada FW26
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