Qwstion tesse canapa e abacà in Svizzera come alternativa alle fibre sintetiche

Nel 2026 Qwstion lancia una collezione in canapa e continua a lavorare su Bananatex, tessuto in fibra di banano: due materiali vegetali scelti per sostituire le alternative fossili

In Svizzera la canapa si coltiva, ma la fibra resta un rischio industriale

In Svizzera la canapa è una coltura visibile, normalizzata, economicamente attiva. La canapa da fibra, invece, resta un materiale difficile da rendere continuo. Il tema, prima ancora che tecnico, è strutturale: la produzione tessile lavora su standard e prevedibilità, mentre la canapa svizzera si muove su un confine regolatorio che può cambiare l’esito di un raccolto. 

Christian Kaegi, co-fondatore e direttore creativo del marchio svizzero QWSTION, che sta per lanciare una collezione realizzata in cento percento fibra di canapa, spiega: «Le restrizioni sui livelli di THC nelle piante di canapa rendono difficile coltivare canapa da fibra su larga scala, perché c’è sempre il rischio di superare i limiti e vedersi il raccolto distrutto».

Questo rischio pesa soprattutto quando si ragiona in volumi e continuità. Se la materia prima è vulnerabile, anche la filiera lo diventa. Il settore tessile necessita di una fibra che possa essere programmata, replicata, approvvigionata senza scarti non previsti.

Il mercato del CBD accelera, la fibra manca di stabilità

La canapa in Svizzera oggi è trainata soprattutto dai segmenti più remunerativi: «È molto più redditizio coltivare canapa per prodotti a base di THC o CBD che per la fibra». La domanda di CBD, in particolare, crea un’accelerazione economica che non coincide con un miglioramento della qualità tessile: «La canapa per CBD è molto richiesta, ma non offre fibre di qualità». Ciò che funziona per un estratto, infatti, non è automaticamente adatto a diventare un tessuto.

Quando la filiera agricola è orientata verso altri mercati, la fibra diventa un sottoprodotto debole: «Questo porta a un interesse molto basso da parte dei coltivatori nel produrre canapa con caratteristiche specifiche per il tessile». La canapa destinata al tessile richiede varietà adatte, una gestione agronomica coerente, tempi e processi che proteggano la qualità della fibra. 

Quando la canapa diventa tessuto, serve una qualità ripetibile

Dopo la raccolta, la fibra deve essere separata dalla parte legnosa, pulita, resa uniforme, stabilizzata per poter entrare in lavorazioni successive. Nel tessile industriale la materia prima viene misurata su parametri concreti: regolarità, resistenza, prestazioni meccaniche, ripetibilità nel tempo. Per la canapa questo significa gestire una fibra lunga e resistente, ma anche strutturalmente irregolare: la qualità dipende dalla continuità della fibra, dal grado di pulizia, dalla presenza di residui lignei, dalla capacità di ottenere un comportamento stabile in filatura e in tessitura. Anche la resa finale si gioca su fattori che non si vedono a occhio: uniformità del titolo, risposta alla tensione, perdita di fibre corte, tenuta delle superfici nel tempo.

La canapa entra in questo sistema solo se riesce a produrre un materiale coerente. Senza standard, anche l’innovazione si inceppa: un lotto non uguale al successivo altera mano, resa, comportamento del tessuto, assorbimento, rigidità. A quel punto la fibra smette di essere un’opzione industriale e diventa un’incognita. I materiali sintetici, da questo punto di vista, continuano ad avere un vantaggio strutturale: uniformità e disponibilità. La canapa, per competere come fibra tecnica, deve avvicinarsi a quel livello di controllo, soprattutto quando viene impiegata in prodotti sottoposti a stress quotidiano.

QWSTION e la collezione in canapa: il tessuto è puro, il resto è ingegneria

QWSTION annuncia per il 2026 il rilascio dei primi prodotti in canapa, zaini e borse da uso quotidiano, cioè oggetti che mettono la materia sotto stress continuo, tra peso, attrito, pioggia e contatto: «In parallelo alla nostra ricerca sulla fibra di banano, abbiamo sperimentato la canapa nel contesto delle filiere europee. Come le piante di banano, la canapa è una pianta a crescita rapida, resistente, a bassa necessità di intervento, con fibre forti. I nostri prodotti saranno realizzati con un tessuto in cento percento canapa, non miscelato con altre fibre. Non chiameremmo mai “canapa” un tessuto mescolato con qualcos’altro; per noi è un obbligo comunicare con trasparenza e indicare il contenuto reale». La scelta incide anche sul fine vita: «Come qualsiasi fibra naturale che non è miscelata con sintetici o contaminata nei processi, è compostabile e può circolare nel ciclo biologico».

Kaegi spiega che inizialmente si è tentato di costruire una supply chain locale, ma che ad oggi mancano «opportunità e know-how» per la costruzione di una filiera di canapa in Svizzera, similmente a ciò che accade in Italia. La soluzione è stata allargare il perimetro all’Europa: «Abbiamo ampliato il nostro raggio e utilizzato canapa dal Belgio, filata in Italia e tessuta in Svizzera. Speriamo un giorno di poter usare canapa svizzera, dato che i recenti sforzi sostenuti dal governo per la coltivazione di canapa da fibra stanno iniziando a mostrare risultati».

Anche dei componenti non tessili vengono dichiarati origine e trattamento: «Per questa collezione combineremo il tessuto in canapa con un’imbottitura in feltro di lana merino prodotta in Germania con lana di origine mista, senza mulesing, pelle proveniente da vacche svizzere allevate all’aperto da agricoltura biologica certificata e conciata al vegetale in una conceria nel sud della Germania, e minuterie in acciaio inossidabile prodotte in Svizzera».

Punto critico resta la completa tracciabilità dei metalli: «Per elementi come fibbie metalliche e zip non abbiamo lo stesso livello di trasparenza degli altri materiali: sappiamo chi li produce e come, ma al momento non possiamo risalire ai metalli fino alla loro fonte. È il risultato della legislazione attuale». 

Bananatex e abacá: una fibra vegetale ad alta resistenza

Prima di sperimentare con la canapa, QWSTION aveva già concentrato parte della propria ricerca su un’altra fibra vegetale: l’abacá. Da qui è stato sviluppato Bananatex, un tessuto sviluppato a partire da fibre estratte dal fusto della pianta: «Bananatex nasce dal desiderio di creare un tessuto ad alte prestazioni, totalmente vegetale. L’abacá è una delle fibre naturali più robuste e durevoli».

L’abacá è una fibra lunga, con buona resistenza alla trazione, che storicamente viene utilizzata per corde e applicazioni dove la tenuta meccanica è centrale. Nel caso di Bananatex, la sfida è trasformare una fibra vegetale grezza in un tessuto industriale stabile: non solo filabile, ma consistente tra lotti, gestibile in tessitura, compatibile con trattamenti e finissaggi senza perdere integrità. 

L’abacá cresce in contesti tropicali umidi e viene coltivata in aree dove la pianta si adatta bene per ciclo e rendimento. La fibra viene ricavata dal pseudofusto, attraverso decorticazione e separazione delle fibre, passaggi che determinano il livello di impurità residue e quindi la qualità finale. 

Lo scopo di Bananatex è portare una fibra vegetale nel settore dei tessuti per accessori e prodotti sottoposti a carico, dove normalmente dominano poliammidi e poliesteri, senza costruire il materiale su miscele sintetiche che ne rendano opaca la composizione: «Volevamo un tessuto che potesse rimpiazzare nylon e poliestere senza compromessi sull’uso. Non si tratta di fare un prodotto green, si tratta di fare un prodotto migliore con materiali diversi».

Materie prime naturali ed economie circolari: abacá extraeuropea, canapa continentale

Nel passaggio dalle dichiarazioni ai materiali, Bananatex e la collezione in canapa rendono evidente una differenza di geografia produttiva. L’abacá utilizzata per Bananatex arriva da una filiera extraeuropea: la coltivazione è concentrata soprattutto nelle Filippine e, più in generale, nel Sud-Est asiatico. La materia prima nasce quindi fuori dal perimetro continentale e si inserisce in una catena lunga, con fasi distribuite e tempi più estesi, dove la continuità tra lotti diventa una variabile tecnica.

La canapa scelta per la collezione 2026 segue invece una traiettoria: Belgio per la fibra, filatura in Italia, tessitura in Svizzera. Il tessuto viene quindi chiuso nel contesto di Zurigo, città che negli ultimi anni ha impostato parte della propria strategia di sostenibilità su sistemi misurabili — trasporto pubblico, gestione dei rifiuti, efficienza energetica degli edifici — e su una cultura amministrativa che lavora per standard. In questo quadro, anche le materie prime naturali vengono lette in termini di controllo: «Se un materiale non può essere prodotto con continuità e con qualità controllabile, non è un materiale su cui costruire».

Dentro un impianto che si colloca nel campo delle economie circolari, la differenza tra una fibra extraeuropea e una filiera continentale non riguarda solo la distanza. Riguarda la possibilità di concentrare trasformazioni e verifiche, mantenere catene più leggibili, ridurre passaggi opachi. È una questione di filiera: quante trasformazioni attraversa il materiale, dove vengono concentrate, quanto resta stabile quando arriva alla fase tessile. Abacá e canapa diventano così due casi distinti dello stesso sistema produttivo: la fibra vegetale può entrare davvero nel tessile tecnico quando la catena riesce a renderla continua e verificabile.