
Lo stato dell’arte del riciclo tessile: la partita industriale delle fibre in Europa
Normative europee, cinque milioni di tonnellate di rifiuti tessili l’anno e nuove tecnologie di rigenerazione: dati e casi industriali sulla trasformazione della filiera delle fibre in Europa
Riciclo tessile in Europa: tecnologie, normative e filiere emergenti
Nel settore tessile europeo il tema del riciclo sta entrando in una fase di transizione. Le pressioni normative, l’aumento dei rifiuti tessili e la crescente domanda di materiali riciclati stanno spingendo industrie, laboratori e istituzioni a ridefinire l’intera filiera.
Secondo le stime della Commissione Europea, ogni anno nell’Unione Europea vengono generati milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Una parte viene riutilizzata o esportata, mentre una quota significativa finisce ancora in discarica o incenerimento. Il problema riguarda l’intero ciclo del prodotto: progettazione, composizione dei materiali, gestione del fine vita.
Negli ultimi anni l’Europa ha iniziato a intervenire con un quadro normativo che include la strategia europea per i tessili sostenibili, l’introduzione della responsabilità estesa del produttore (EPR) e il regolamento sull’ecodesign.
Il riciclo delle fibre tessili — soprattutto quello fibra-a-fibra — rappresenta una delle sfide tecnologiche più complesse. Come ha osservato la Commissaria europea all’economia circolare Jessika Roswall, «la tecnologia esiste, ma manca ancora fiducia nella domanda futura di fibre riciclate».
Sostenibilità nell’industria tessile: progettare il prodotto pensando al fine vita
Uno dei nodi centrali per incrementare la sostenibilità nell’industria tessile riguarda la progettazione dei prodotti tessili. Gran parte degli indumenti oggi presenti sul mercato è stata progettata all’interno di un modello lineare: produzione, consumo, smaltimento.
Secondo Grazia Cerini di Centrocot Multilab — centro di ricerca e laboratorio indipendente specializzato nella caratterizzazione, certificazione e validazione dei materiali tessili — la transizione verso modelli circolari richiede un cambiamento di paradigma nella fase progettuale: «Il primo principio è progettare meglio il prodotto. Chi dimostra con dati e prove di laboratorio la qualità e la riciclabilità del proprio prodotto paga meno e valorizza di più il materiale».
Il regolamento europeo sull’ecodesign introduce, infatti, nuovi criteri per i prodotti tessili: durabilità, riciclabilità, contenuto di materiale riciclato e tracciabilità lungo la filiera. Il Joint Research Center della Commissione Europea sta lavorando alla definizione operativa degli atti delegati che entreranno in vigore nei prossimi anni.
Emerge così la necessità di sviluppare sistemi di prova e validazione specifici per i materiali riciclati: «Oggi i laboratori eseguono circa duemila prove diverse pensate per la vita lineare del prodotto. Dobbiamo sviluppare metodi per valutare materiali che nasceranno già con una seconda vita prevista». Centrocot ha avviato nuovi programmi di ricerca dedicati alla caratterizzazione delle fibre riciclate e alla validazione delle loro prestazioni.
Filiera tessile italiana: il ruolo della responsabilità estesa del produttore
Sul piano normativo, uno dei cambiamenti più significativi riguarda l’introduzione della responsabilità estesa del produttore. In questo modello le aziende che immettono prodotti sul mercato diventano responsabili anche della gestione del loro fine vita.
Massimiliano Marin, del Gruppo SAFE — consorzio italiano che sviluppa sistemi di gestione e tracciabilità per la raccolta, il riuso e il riciclo dei prodotti tessili — descrive questo passaggio come uno dei pilastri della nuova governance europea del settore: «I produttori non possono limitarsi a progettare i prodotti e metterli sul mercato; devono assumersi la responsabilità della gestione del loro fine vita».
Secondo Marin, la transizione verso filiere circolari richiede anche strumenti di tracciabilità e qualificazione della catena di raccolta e trattamento dei rifiuti tessili: «Abbiamo costruito sistemi di qualificazione della filiera e tracciabilità dei flussi per garantire legalità, sicurezza del lavoro e controllo dei materiali».
Tema che riguarda l’efficienza ambientale, ma anche la governance del settore. Diverse indagini parlamentari hanno evidenziato in passato la presenza di circuiti illegali nella gestione di alcuni flussi di rifiuti tessili. La tracciabilità diventa quindi uno strumento industriale e allo stesso tempo un presidio di legalità per rafforzare la trasparenza della filiera tessile italiana.
Materie prime e fibre riciclate: una sfida tecnologica
Dal punto di vista industriale, la complessità del riciclo tessile deriva soprattutto dalla composizione dei materiali. Oggi la maggior parte delle fibre tessili utilizzate nel mondo è sintetica. Il poliestere rappresenta oltre la metà della produzione globale, mentre il cotone costituisce una quota significativa e fibre come la lana hanno percentuali molto più ridotte. Questa eterogeneità rende difficile il recupero delle fibre a fine vita.
Secondo i dati raccolti da operatori del settore, in Europa vengono generati ogni anno circa cinque milioni di tonnellate di rifiuti tessili post-consumo. Una parte viene selezionata per il riuso, mentre la quota effettivamente riciclata in nuove fibre resta ancora limitata.
Il problema principale riguarda la separazione dei materiali: capi composti da fibre miste, accessori metallici, etichette e trattamenti chimici rendono complesso il recupero. La fase di selezione rappresenta quindi uno dei punti critici dell’intero processo industriale.
Manifatture sostenibili: il ruolo delle tecnologie di rigenerazione
Le manifatture sostenibili stanno affrontando questi limiti attraverso sistemi di recupero delle fibre sempre più sofisticati. Nel caso del riciclo meccanico, l’obiettivo è recuperare fibre sufficientemente lunghe e resistenti da poter essere reimpiegate nei processi di filatura.
Tra le tecnologie sviluppate negli ultimi anni c’è Recoline, sistema industriale progettato per il trattamento di scarti tessili pre e post consumo. La tecnologia utilizza un processo di defibrazione progressiva che riduce la rottura delle fibre e preserva la loro lunghezza, parametro per la successiva lavorazione nei processi di cardatura e filatura.
Gli impianti sono modulari e possono essere configurati con più unità operative per adattarsi a diversi flussi di materiale. Le linee industriali raggiungono capacità produttive comprese tra circa cento e oltre mille chilogrammi di materiale all’ora, trattando tessuti, filati e non tessuti sia naturali sia sintetici. L’obiettivo è recuperare fibre con caratteristiche tecniche sufficienti per essere reimmesse nei cicli produttivi come materia prima seconda.
Il caso Rieter: filatura e fibre riciclate
Un altro punto della filiera riguarda la trasformazione delle fibre rigenerate in filati. Rieter — gruppo svizzero specializzato nelle tecnologie per la filatura — sta sviluppando soluzioni per integrare fibre riciclate nei sistemi industriali di produzione del filato.
Michael Will, Head of Textile Technology dell’azienda, sottolinea che la sfida principale riguarda la compatibilità delle fibre recuperate con le tecnologie di filatura esistenti: «Le fibre riciclate presentano spesso lunghezze inferiori e una maggiore variabilità rispetto alle fibre vergini. Questo significa che l’intero processo di preparazione della fibra e i parametri di filatura devono essere adattati».
L’integrazione delle fibre riciclate richiede quindi interventi nelle diverse fasi della lavorazione, dalla preparazione delle fibre alla filatura vera e propria: «Oggi l’industria utilizza soprattutto sistemi ring spinning e rotor spinning, progettati per fibre con caratteristiche molto uniformi. Quando si introducono fibre riciclate bisogna gestire una maggiore variabilità del materiale».
Rieter opera lungo l’intera catena di produzione del filato, dai sistemi di apertura e cardatura fino alle tecnologie di filatura ad anello, rotor e air-jet. Nel mondo sono attivi oltre duecentocinquanta milioni di equivalenti fuso per la produzione di filati da fibre corte, con una capacità produttiva annuale che coinvolge circa sessanta milioni di tonnellate di fibre staple. L’integrazione di fibre riciclate in questi flussi rappresenta uno dei passaggi per aumentare la quota di materiali circolari nel settore.
Il caso Ommi: recuperare fibre dai rifiuti tessili
All’inizio della filiera del riciclo si colloca la fase di apertura e separazione dei materiali, passaggio tecnico che determina la qualità delle fibre recuperate. Qui operano aziende specializzate nello sviluppo di macchine e impianti per il trattamento degli scarti tessili. Tra queste c’è Ommi, realtà italiana attiva nella progettazione di tecnologie per la preparazione delle fibre destinate alla filatura e ai materiali non tessuti.
Gli impianti sviluppati dall’azienda integrano sistemi di apertura, dosaggio e mescolatura delle fibre con linee di alimentazione e cardatura. L’obiettivo è trasformare scarti tessili complessi — provenienti da abbigliamento, tessili tecnici o componenti industriali — in fibre nuovamente utilizzabili nei cicli produttivi.
La difficoltà principale riguarda l’eterogeneità dei materiali: «Quando si parla di riciclo tessile si pensa spesso agli abiti che abbiamo negli armadi, ma in realtà i flussi di materiale comprendono anche tessili tecnici, componenti per l’automotive o materiali compositi».
Nei prodotti tessili sono spesso presenti fibre miste, componenti metallici, parti plastiche e accessori: «Prima di poter recuperare le fibre bisogna separare tutti questi elementi. È una fase complessa che richiede sistemi di selezione e apertura molto precisi».
Economie circolari: il passaggio industriale delle fibre riciclate
Il passaggio verso economie circolari nel tessile dipende dalla capacità di trasformare le fibre recuperate in una materia prima tecnicamente affidabile per l’industria.
La qualità delle fibre riciclate deve essere compatibile con i parametri dei processi industriali: lunghezza della fibra, uniformità, contenuto di impurità e stabilità durante le lavorazioni meccaniche. Quando queste condizioni vengono rispettate, il materiale riciclato può essere miscelato con fibre vergini e utilizzato nei processi di filatura o nei materiali non tessuti.
La sfida riguarda la standardizzazione dei materiali riciclati e la capacità della filiera industriale di integrarli in modo stabile nei processi produttivi. Tecnologie di selezione, sistemi di tracciabilità dei materiali e nuovi criteri di progettazione dei prodotti rappresentano alcuni degli strumenti su cui l’industria tessile europea sta lavorando per consolidare questo passaggio.
Debora Vitulano

