Lo spogliatoio della palestra: quando lo sport diventa un sogno erotico

Graffi sulla pelle, silenzi in panchina: una breve storia erotica dello spogliatoio, tra sesso, competizione, sudore e paura di esporsi. Da Tony Jacklin, fotografato nel 1968 su una panca a Heated Rivalry

Corpi in sospensione, lo spogliatoio mascchile come anticamera del desiderio

Tony Jacklin è un golfista inglese, il migliore della sua generazione. In un giorno di marzo, durante il torneo Florida Citrus Open Invitational, viene fotografato nello spogliatoio del Rio Piano Country Club. Tony è solo nella stanza. Alle pareti, lunghe file di armadietti in metallo, tutti chiusi con lucchetti. Al centro, una panca in legno. Tony è seduto a gambe incrociate, porta un paio di stringate bicolor.  Altre paia di scarpe sono disposte in ordine sopra la panca. 

Pantaloni eleganti, un pullover, calzini scuri che gli arrivano poco sopra la caviglia. Tiene premuta la radice del naso tra pollice e indice destro, gli occhi chiusi, come a voler allentare il mal di testa o recuperare un’idea. Non sappiamo nulla del gioco: se avvenuto o in procinto di accadere, se vinto o perso. 

È il 1968, ma potrebbe essere oggi. Heated Rivalry, spicca il volo a partire da una scena uguale allo scatto di Jacklin. Il giocatore di hockey Shane Hollander (Hudson Williams) è solo in uno spogliatoio un po’ anonimo, se ne sta seduto su una panca di legno, tra file ordinate di armadietti in metallo. Indossa una tuta blu e calzini bianchi. Tiene lo sguardo puntato a terra. 

L’ingresso dell’altro: il corpo dell’avversario e l’innesco del desiderio

Poi compare l’avversario Ilya Rozanov (Connor Storrie). Porta un paio di ciabatte, un asciugamano legato in vita. Addominali in bella vista. Glabro, biondo. I capelli ancora bagnati. 

Shane infila nervoso le scarpe mentre chiede all’altro se possono dimenticare quello che è appena successo nelle docce, dove si sono visti nudi, per la prima volta, e piaciuti, abbastanza da accorgersene ma non così tanto da baciarsi, trovarsi, toccarsi. Sono giocatori professionisti di hockey, capitani di due squadre rivali: non può succedere nulla tra di loro.

Ilya gli sorride, gli chiede se è davvero quel che vuole, lo riprende dandogli del bugiardo e continua a guardarlo mentre l’altro sta chino ad allacciarsi le scarpe. Poi gli chiede cosa succederebbe se quella sera si presentasse davanti alla sua stanza d’albergo. Shane gli dice: “Potrei aprirti”. E Ilya conclude: “Potrei bussare” e lascia lo spogliatoio.
La partita può cominciare.

Heated Rivalry, dal romanzo alla serie che ha trasformato lo spogliatoio in un fenomeno culturale

È la serie del momento. Tratta dalla Game Changers Series di Rachel Reid, scritta e diretta da Jacob Tierney, realizzata con un budget bassissimo nel giro di un mese, poco più, e con due attori protagonisti al tempo quasi emergenti, ora in prima fila alla Milano Fashion Week, presentatori alla scorsa edizione dei Golden Globe e tedofori per i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026 – hanno trasportato la fiaccola nella tappa di Feltre, in provincia di Belluno. 

Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, per convincere i cittadini a restare a casa durante la tempesta di neve che si è abbattuta sulla città a fine gennaio, ha consigliato di fare un lungo sonnellino e approfittare del download gratuito di Heated Rivalry messo a disposizione dalle biblioteche pubbliche. Nel giro di pochi giorni, i download sono aumentati del 520% e il libro è stato scaricato più di 5mila volte. 

Pochissimo sport, moltissimo sesso: Heated Rivalry e la riscrittura dello spogliatoio

Heated Rivalry arriva in Italia il 13 febbraio, su HBO Max, ma tutti sanno già cosa aspettarsi: pochissimo hockey, tantissimo sesso. Con il benestare dello stesso regista-sceneggiatore, il quale sostiene che le numerosissime scene di sesso sono gli unici momenti in cui i protagonisti, nemici giurati in pista, siano onesti l’un con l’altro, data la difficoltà di rivelare i propri sentimenti, per paura e inconsapevolezza.

La serie, con ritmo forsennato, racconta nove anni della vita dei due, un tempo lungo, ma necessario perché si scoprano, si accettino, e siano pronti a rivelarsi. Nove anni a partire da quell’incontro in spogliatoio, luogo cult della serie, ora protagonista assoluto dei molti video GRWM su TikTok, ispirati proprio a Heated Rivalry, in cui si vedono giovani giocatori semi-professionisti o amatoriali prepararsi prima di un match. Scarpe e mutande abbandonate a terra, le gambe pelose e i piedi nudi dei compagni che compaiono ai margini dell’inquadratura e ancora: magliette tecniche, protezioni, calzamaglie, calzettoni bucati, magliette, ciabatte, calzini bucati, sudati, sempre bianchi, sempre sporchi.

Quando il desiderio diventa politico: sport, omofobia e il peso del coming out

Oltre i pettorali c’è di più. Dimentichiamo per un attimo i glutei, i polpacci, le linee addominali, i pettorali, i capezzoli, le ascelle. Scordiamo i peli, il sudore, gli odori, le imprecazioni. Perché se è vero che il personale è politico, ecco che qui la storia – prima di letto, poi di quel che sarà – di Shane e Ilya, mina il precario equilibrio del sistema sportivo contemporaneo, ancora, purtroppo, profondamente omofobico.

Proprio l’ex hockeista, Jesse Kortuem, ha fatto coming out dopo anni di silenzio, ringraziando la serie di Tierney per averlo spinto ad aprirsi. Kortuem, nel lungo post  Facebook dove dichiara la propria omosessualità, scrive di non essere mai riuscito a sentirsi completamente se stesso sulla pista, dove doveva nascondere molte parti della sua persona. Era pronto ad appendere i pattini al muro per paura di non riuscire a conciliare la propria vita privata con la carriera sportiva. 

La questione è spinosa, difficile, ancora irrisolta. Resistono barriere culturali e commerciali, silenzi, esclusioni, pregiudizi. Il sistema fatica molto nel proteggere un atleta che decide di rivelare la propria omosessualità. E non si può far altro che sperare in una maggiore comprensione da parte delle nuove generazioni che già si stanno rivelando disposte ad ascoltare, accettare e continuare a tifare.
Prima di Heated Rivalry il tema dell’omosessualità maschile nel mondo dello sport è stato trattato in diversi film.

Cinema e sport maschile: lo spogliatoio come spazio del segreto e della paura

Si ricordano: The Pass, di Ben A. Williams, con Russell Tovey e Arinzé Kene, calciatori professionisti che si trovano in Romania per una partita di Champions League e si punzecchiano nella loro camera d’albergo fino a che uno bacia sulla bocca l’altro, cambiando ogni cosa; In from the side, di Matt Carter, storia d’amore travagliata tra due giocatori di rugby; Drown di Dean Francis, che vede un campione di surf maschio-alpha messo in crisi dalla nuova bellissima promessa dello sport, che è  gay; e ancora, Mario, di Marcello Gisler, che torna nei campi di calcio, raccontando la storia d’amore segreta tra due giovani giocatori. 

In tutti, ci sono sempre una panca in legno, degli armadietti in metallo, calzettoni e mutande sporche gettate a terra, docce e camere d’albergo, corpi svelati e altri nascosti, segreti sussurrati, confessionali, prigioni a cielo aperto e compagni ora amici, ora nemesi. Gira tutto intorno a uno spogliatoio, un attimo prima del fischio d’inizio, quando il gioco può ancora essere vinto o perso. 

Lo spogliatoio come luogo-soglia: corpi nudi, sudore, graffi e l’immaginario maschile tra cinema, moda e sport

È il primo posto dove si vede il corpo nudo di uno sconosciuto e, allo stesso momento, si viene visti nudi da sconosciuti. Spettatori e spettacolo. È un luogo soglia: si cresce, ci si spoglia. Un’arena – si pensi agli spogliatoi delle ragazze nei film di De Palma (Carrie, Blow Out, Sisters): le docce, le mestruazioni, il disprezzo, il diverso, la rabbia che si fa violenza. È un confessionale. Su letterboxd c’è una lista di film dal titolo “men crying in locker room”, tra i titoli presenti: Rocky, Toro Selvaggio, The Fighter, Creed, Southpaw e i recenti F1, The Smashing Machine e Marty Supreme

È il set dell’ultima campagna di Lacoste, con protagonista l’attore Taylor Zakhar Perez, protagonista di Red, White & Royal Blue. Mura e pavimenti piastrellati in bianco e verde, addominali scolpiti, braccia e gambe non depilate, capelli bagnati, boxer aderenti e calzini in spugna. L’attore sta facendo una doccia, si asciuga, si veste e si infila delle cuffie in testa. Comincia a ballare sicuro che nessuno lo sta guardando, perché lo spogliatoio è una stanza tutta per sé, dove si è liberi di essere ciò che si vuole. All’improvviso però arriva un inserviente, Perez gli sorride imbarazzato, si ricompone ed esce di scena. 

L’immaginario è ricco, numerosi i riferimenti, moltissimi gli scatti che per un attimo sono riusciti a entrare in quelle stanze, tra i giocatori, regalandoci l’illusione, guardandoli, di origliare così un loro piccolo segreto.

Archivi visivi dello spogliatoio: rugby, calcio e corpi segnati prima del fischio

È il febbraio del 1964. I calciatori della London Welsh si ritrovano nello spogliatoio per bersi una birra dopo la partita. Indossano magliette a maniche lunghe rosse e pantaloncini bianchi, calzettoni bianchi e rossi. Sono tutti senza scarpe, sporchi di fango, sudati da testa a piedi. Giovani e bellissimi. Alle loro spalle una cassettiera di metallo e vestiti puliti appesi alle pareti. Sessant’anni più tardi, ci raggiunge ancora l’odore di quella stanza. 

È il 1967. Spogliatoio del Celtic all’Hampden Park. Prima di un’amichevole contro il Tottenham. Tre giocatori seduti su una panca, armadietti in legno, divise bianche e verdi. Davanti a loro un tavolino ingombro di medicinali e fasciature. Le gambe di uno dei tre sono distese, i piedi sul tavolo, porta calzini bianchi e non si è depilato. Gli altri due si stanno allacciando le scarpe. 

Lawrence Dallaglio e John Mallett

Ed è il giugno del 1994. I rugbisti Lawrence Dallaglio e John Mallett sono in uno spogliatoio apparentemente senz’anima. Finestre basse, panche in legno. I due vengono immortalati di schiena, s’intravede il profilo sinistro di Dallaglio e quello destro del compagno, i capelli di entrambi sono biondi, sudati, tagliati corti. La barba rasata, le spalle larghe. Si sono levati la maglietta e le schiene sono piene di graffi, ferite aperte da cui sgorga sangue. Portano tutti e due  pantaloncini bianchi, sporchi di polvere e fango. S’intravede l’elastico delle mutande di uno dei due. È verde scuro. All’attaccapanni sono appese una camicia di jeans e una t-shirt, sopra l’appendiabiti ci sono un borsone Nike e una bottiglia d’acqua naturale. 

Di Dallaglio e Mallett non sappiamo nulla se non quello che raccontano i loro corpi. Non ci guardano in faccia, non ci dicono niente. Perché le storie che i ragazzi si raccontano in spogliatoio sono destinate a restare tra quelle mura.  È un luogo segreto tutto loro, che puzza di sudore e biancheria sporca. Lì inciampano, si rialzano, crescono, s’imbruttiscono, piangono e ridono, si ubriacano, lottano, giocano, parlano e parlano e parlano. Cambiano, per non morire. A volte, accade che si innamorano. 

Nicolò Bellon

Gerry Cranham
Ph. Gerry Cranham
Ph. Gerry Cranham
Ph. Gerry Cranham
Ph. James Patrick Dawson for XY Magazine, 1997
Ph. James Patrick Dawson for XY Magazine, 1997
Brooklyn Dodgers locker room of Ebbets Field
Brooklyn Dodgers locker room of Ebbets Field