Stranger Things season 5

La quinta stagione di Stranger Things: cosa rivela delle nostre paure?

Un viaggio nella serie dei Duffer, arrivata alla quinta stagione: dallo Starcourt Mall al Sottosopra, Stranger Things usa il linguaggio dell’horror anni Ottanta per raccontare ansie, traumi e incertezze del nostro tempo

Un fenomeno pop che interroga il presente: come Stranger Things riflette ansie culturali e nostalgie contemporanee

Quando Stranger Things arrivò su Netflix nel 2016 con la sua estetica anni Ottanta, si impose come un prodotto capace di intercettare il desiderio di un immaginario condiviso in un periodo storico attraversato da scosse politiche come la prima elezione di Trump e l’avvento di Brexit. La serie dei fratelli Duffer non rievocò solo la memoria visiva di quel decennio, ma riportò in circolo un linguaggio culturale che apparteneva all’infanzia e all’adolescenza di intere generazioni. 

La forza del progetto stava nel suo equilibrio tra familiarità e sorpresa. Sin dalla prima stagione il pubblico è stato in grado di riconoscere con facilità atmosfere, tropi e ritmi narrativi di un repertorio iconografico come Alien, La Storia Infinita, It, Stand by me, rielaborati per dialogare anche con chi quegli anni non li ha vissuti.

Con il passare delle stagioni, la serie ha mostrato di voler oltrepassare la citazione nostalgica. Hawkins, con le sue strade ordinate e la sua normalità apparente, iniziò a incrinarsi, prima con la scomparsa di Will, in seguito con gli effetti delle attività del laboratorio, le fratture dimensionali con il Sottosopra, l’espansione del Mind Flayer. Gli spazi cittadini cambiarono funzione, diventando luoghi attraversati da minacce. Seguendo la crescita dei protagonisti mentre il loro mondo cambiava, il pubblico ha trovato un racconto capace di tenere insieme l’esperienza personale e la dimensione collettiva. 

Il successo della serie misura la necessità di narrazioni che combinino memoria e inquietudine, mentre ci interroghiamo sul futuro che ci attende. Ora che la stagione finale si avvicina, la domanda sembra spostarsi dal “cosa succederà” al “cosa sta davvero cercando di dirci questa storia”.

La nostalgia riflessiva come strumento critico: rileggere il passato degli anni Ottanta attraverso Stranger Things

L’universo visivo dei fratelli Duffer costruisce un passato modellato sull’immaginario horror fantasy, utilizzato come spazio “nostalgico” per riflettere sul presente. I neon, le biciclette, i walkie-talkie, le sale giochi, il centro commerciale, tutto rimanda a una memoria collettiva tanto culturale quanto biografica. 

Svetlana Boym osserva in The Future of Nostalgia (2001) l’importanza di questo movimento sentimentale:

«Nostalgia (from nostos-return home, and algia-longing) is a longing for a home that no longer exists or has never existed. Nostalgia is a sentiment of loss and displacement, but it is also a romance with one’s own fantasy. Nostalgic love can only survive in a long-distance relationship. A cinematic image of nostalgia is a double exposure, or a superimposition of two images-of home and abroad, past and present, dream and everyday life. The moment we try to force it into a single image, it breaks the frame or burns the surface.» (2001, XIII-XIV)

La descrizione di Boym sembra adattarsi al modo in cui i fratelli Duffer lavorano sul passato. La nostalgia che attraversa Stranger Things non tenta di ripristinare un’epoca perduta, ma appartiene alla dimensione “riflessiva” di cui parla Boym. Non si rivolge al ritorno, ma allo sguardo. Boym distingue tra nostalgia restaurativa, che mira a ricostruire un passato idealizzato per compensare un presente percepito come instabile, e nostalgia riflessiva, che invece osserva il passato per capire come questo continui a modellare il presente. 

Stranger Things rientra in questa seconda categoria: non rievoca gli anni Ottanta come un passato da ripristinare, ma come un archivio culturale attraverso cui interrogare preoccupazioni attuali. Gli elementi più “consolatori” della serie non servono per fuggire nel “come eravamo”, ma mostrano piuttosto quanto quel passato sia una costruzione regolata da convenzioni visive e narrative. Il loro compito non è ricreare un’epoca perduta, ma evidenziare la distanza — e perché no, la frattura — tra passato e presente.

Il centro commerciale di Starcourt Mall è presentato nella terza stagione come simbolo di spensieratezza e allo stesso tempo come la maschera dietro cui si nasconde un’operazione sotterranea. È un luogo fragile, pronto a crollare, ma anche pieno di colori e movimento. È la nostalgia riflessiva di Boym in forma visiva attraverso cui il passato rende evidenti le crepe del presente.

Hauntology e futuro mancato: perché Stranger Things vive in un tempo sospeso tra memoria e inquietudine

Le scelte narrative dei Duffer dialogano con una temporalità che fatica a immaginare il futuro. Nel vuoto lasciato da questa incertezza, gli anni Ottanta della serie diventano un punto di riferimento riconoscibile, anche se non del tutto rassicurante.

Guardando Stranger Things, infatti, emerge una sorta di interferenza che fa percepire il passato come se non fosse davvero trascorso. È il tipo di ritorno che Mark Fisher definisce “hauntologico”, una presenza che non si è mai compiuta del tutto e che continua a insistere nel presente.

La sua idea di hauntology trova in Stranger Things una manifestazione immediata. Le ambientazioni messe in scena dai Duffer sono costruite con precisione iconografica, ma la loro stabilità è incrinata, stagione dopo stagione, da segnali disturbanti. 

Le interferenze che attraversano Hawkins rendono visibile questa tensione. Le luci della casa di Joyce si accendono e si spengono senza motivo, la voce di Will arriva tramite codice Morse dai muri, il corpo di Billy è posseduto dal Mind Flayer e così via. Sono fenomeni che rompono il quotidiano. Qualcosa di irrisolto continua a tremare sotto la superficie. Presente e futuro non riescono a incontrarsi. Fisher descriverebbe questa condizione come la «materializzazione di una promessa mancata», il tentativo di «sentire qualcosa che non c’è, la voce registrata, la voce che non è più garante di presenza».

L’horror come linguaggio dell’adolescenza: crescere tra paure, trasformazioni e mondi paralleli

Se il cinema e la narrativa tra gli anni Settanta e Ottanta hanno fornito una base per l’immaginario di Stranger Things, è perché molti di quei racconti usavano il mostruoso per esplorare la crescita e le difficoltà dell’adolescenza. Film come The Fog di John Carpenter, Poltergeist prodotto da Steven Spielberg o A Nightmare on Elm Street di Wes Craven collocavano i giovani al centro di storie in cui il sovrannaturale dava forma a paure difficili da nominare. Il genere horror, infatti, si è affermato in quegli anni come mezzo per rappresentare ciò che si muove sul confine tra infanzia e pre-adolescenza.

L’adolescenza è un momento di transizione verso l’età adulta, in cui identità e ruoli sono ancora indefiniti. È una condizione liminale, dove ciò che sembra stabile può cambiare da un istante all’altro. È su questo terreno che lavorano i fratelli Duffer. Il Sottosopra diventa il teatro di questo attraversamento, in cui Hawkins appare riconoscibile ma stravolta, con le stesse stanze, le stesse strade e gli stessi boschi, ma privati della loro funzione protettiva. È lo spazio in cui ciò che i personaggi non riescono a gestire nella vita quotidiana affiora in modo concreto. Non è un mondo alternativo, è la versione incrinata del loro.

In questa cornice, la paura e il mostruoso non sostituiscono la realtà, anzi la rendono leggibile. Il senso di solitudine di Will dopo il suo ritorno, la difficoltà di Eleven nel trovare un’identità propria e la rabbia di Max quando tutto ciò che conosce crolla sono segnali di una crescita. Queste traiettorie mostrano come i giovani protagonisti costruiscano il proprio arco narrativo. I “mostri” che affrontano rappresentano il linguaggio per raccontare ciò che l’adolescenza porta con sé: la sensazione che tutto stia cambiando, anche quando non è ancora chiaro in quale direzione. 

Mostri, liminalità e crisi delle categorie: la monster theory applicata all’universo di Stranger Things

I mostri nascono in uno spazio liminale, dove categorie come umano e non umano, normale e anomalo, noi e loro perdono significato. È un confine in cui l’ordine simbolico si frammenta e ciò che di solito diamo per costituito diventa fluido.

Jeffrey Jerome Cohen, teorico di monster theory, descrive il mostro come «difference made flesh, come to dwell among us», non un’entità che arriva dall’esterno, ma una forma di alterità che si manifesta all’interno della società stessa e che mette a nudo ciò che la comunità rimuove, teme o non riesce a classificare. Il mostro occupa la crepa tra le categorie identitarie e mette in discussione le norme che si sfaldano davanti alla sua alterità.

L’ambiguità del mostro è il contenitore di tutto ciò che la società preferisce espellere, «the Outside, the Beyond-of all those loci that are rhetorically placed as distant and distinct but originate Within». Da un lato, rivela l’arbitrarietà delle norme che definiscono identità e comportamento; dall’altro, etichetta e demonizza ciò che non si conforma alla “norma”. I mostri, in questa struttura simbolica, sono indicatori di crisi piuttosto che avversari da eliminare.

Vecna/Henry Creel, antagonista della quarta stagione, rende evidente questo meccanismo. La sua origine non proviene da una forza esterna; piuttosto, affonda le proprie radici nelle dinamiche di Hawkins e nelle spaccature che la sua comunità non ha saputo riconoscere. Henry è un bambino dotato di capacità psichiche, cresciuto in una famiglia che non comprende il suo disagio e in un contesto privo di mezzi per interpretare la sua sensibilità. La sua sofferenza non trova parole, né ascolto in famiglia e viene così confinata nelle stanze dell’Hawkins National Laboratory. 

Gli episodi che segneranno l’infanzia di Henry — la morte della madre e della sorella, l’accusa del padre, l’internamento nel laboratorio di Brenner — non vengono affrontati a livello collettivo. Henry non ha una figura di riferimento a cui appoggiarsi, è solo con il suo dolore. È da questa solitudine che nasce la figura di Vecna. In quell’esperienza fatta di esperimenti e isolamento, ogni possibilità di costruire un sé diverso da quello imposto appare impossibile. La sua mostruosità è ciò che resta della sua disumanizzazione. In Vecna prendono forma rifiuti, paura di ciò che è Altro, parti di sé che nessuno ha saputo accogliere. Il bambino Henry, rimasto solo, trova nel mostruoso il suo unico modo di tornare alla superficie per vendicarsi di ciò che rappresenta Hawkins.

Hawkins come specchio della società: una città fragile che rivela tensioni, comunità e contraddizioni del nostro tempo

Hawkins è nata come qualsiasi altro personaggio, con le sue abitudini e le sue piccole certezze, ma stagione dopo stagione, i suoi problemi si sono intensificati. La città non è solo un luogo narrativo ma è un vero e proprio microcosmo che riflette tensioni riconoscibili anche fuori dallo schermo. Mostra come una società apparentemente stabile possa trasformarsi in un territorio fragile, dove le strutture che dovrebbero proteggere i propri cittadini finiscono per alimentare timori e pericoli.

Di fronte a una Hawkins che si sfalda, la serie sposta l’attenzione su ciò che ancora regge. Amicizie e famiglie improvvisate sono le risorse per muoversi in un paesaggio incerto. Pur tra conflitti e incomprensioni, la comunità, con tutte le sue imperfezioni, rende possibile una forma di resistenza.

È in questo equilibrio tra instabilità e solidarietà che la storia trova la sua forza più duratura. Eleven e il suo gruppo di amici, intrecciando nostalgia e inquietudine in un linguaggio comprensibile, riescono a restituire stati d’animo collettivi: la paura della perdita, l’incertezza sul futuro, la difficoltà nel gestire il cambiamento mentre ci si avvicina all’età adulta.

La stagione finale si presenta come la conclusione di un percorso che ha guardato il presente attraverso il filtro del passato. È probabile che non risolva tutte le domande aperte, ma non p mai stato questo l’obiettivo. Invece, il valore di Stranger Things sta nell’aver proposto un metodo: utilizzare le immagini della memoria per interpretare un’epoca il cui il futuro è difficile da prevedere.

Micaela Flenda

Bibliografia 

Boym, Svetlana (2001). The Future of Nostalgia. New York: Basic Books. (Edizione italiana: 2008)

Cohen, Jeffrey Jerome (1996). “Monster Culture (Seven Theses)”. In Monster Theory: Reading Culture. Minneapolis: University of Minnesota Press, pp. 3–25.Fisher, Mark (2018). Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti. Roma: minimum fax. (Titolo originale: Ghosts of My Life, 2014)