Milano: milioni di metri quadri sono tetti vuoti che vogliono diventare verdi

Dai tetti verdi condivisi di via Russoli alla Barona alle coperture del San Raffaele: le Nature-based Solutions funzionano quando diventano infrastruttura sociale, non solo estetica urbana

Tetti verdi condivisi e infrastruttura sociale: il caso di via Russoli a Milano tra comunità, cura e Nature-based Solutions

Senza una comunità che se ne prenda cura, il verde rischia di trasformarsi in un’immagine destinata a scomparire. Il caso di via Russoli, a Milano, è emblema di un’infrastruttura sociale che ha colto nel segno. Nata all’interno delle sperimentazioni legate a Coltivare la Città e inserita all’interno di CLEVER Cities, la proposta delle Torri Risorsa, nel quartiere di Barona, ha lanciato una sfida: il verde pensile non è stato concepito come un insieme di superfici da coltivare in forma individuale, ma come un unico giardino-orto situato sul tetto delle Torri e condiviso da un gruppo di residenti. 

«La scelta è stata di mantenere un luogo condiviso, non frazionato», racconta l’architetta Monterisi, che ha seguito il progetto, «gli orti non sono stati divisi in lotti privati, ma rimasti spazi comuni. Oggi sono circa una ventina gli inquilini che si occupano in modo continuativo di curare gli spazi coltivati, con il sostegno di circa duecento abitanti del quartiere». Qui il verde non è perfetto né statico; cambia, cresce, a volte si impoverisce, ma resta vivo perché abitato. La scelta di non frammentare il progetto in lotti privati rafforza l’idea di comunità, costituendo un risvolto sociale prezioso: «La progettazione collaborativa delle Nature-based Solutions permette di costruire rapporti umani».

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Torri Risorsa, 2025, Milano. Progetto Ricehouse. Foto Beatrice Arenella

Green Wise e la progettazione del verde urbano ispirata al Giappone: Slow Green, imperfezione e rispetto dei cicli naturali

Green Wise è una realtà milanese che porta in Italia una tradizione progettuale nata in Giappone, fondata su un rapporto non gerarchico con la natura. L’azienda nasce nel 1905 e costruisce nel tempo un approccio che rifiuta il controllo totale in favore dell’ascolto: «Non consideriamo la natura come qualcosa da controllare, ma come un sistema da accogliere, rispettando il tempo, il cambiamento e anche l’imperfezione». Questa visione si traduce in una pratica che privilegia la lettura dei luoghi, delle stagioni, delle condizioni specifiche di ogni spazio in cui si va a operare. Progetti di allestimento e installazioni temporanee, continui dialoghi tra elemento naturale e contesto architettonico definiscono il lavoro di Green Wise, che ha l’obiettivo di rispettare sempre le specie vegetali. É la filosofia Slow Green a guidare ogni scelta del brand: dalle piante – «evitiamo specie fuori stagione o eccessivamente controllate» – ai materiali e ai metodi di installazione, pensati per ridurre l’impatto ambientale e favorire la durata.

Anche nei progetti temporanei, il verde non è mai usa e getta: «Pianifichiamo fin dall’inizio il riutilizzo o una seconda vita delle piante. Prima di realizzare qualcosa ci fermiamo e analizziamo la luce, i flussi delle persone, i tempi di permanenza nel luogo. Solo dopo ci chiediamo se il verde sia davvero necessario». Una posizione che restituisce centralità al contesto, all’ambiente, e che si inserisce perfettamente nel dialogo con la progettazione su larga scala.

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Green Wise Italy, Casa degli Artisti. Foto Elisa Biagi

Clever Cities e Nature-based Solutions: i tetti verdi come infrastruttura ambientale, sociale ed economica nelle città europee

Clever Cities rappresenta la cornice pubblica più ampia entro cui il tema dei tetti verdi è stato osservato e testato, non come soluzione standardizzata, ma come pratica situata. Il progetto europeo, durato cinque anni, è nato con l’obiettivo di dimostrare che le Nature-based Solutions (tetti e pareti verdi, giardini e orti condivisi) possono produrre giovamento concreto per le persone e per l’ambiente. Il progetto afferma che «le Nature-based Solutions sono interventi capaci di generare benefici ambientali, sociali ed economici. Il verde urbano non è solo un elemento estetico, ma una risorsa capace di migliorare la qualità della vita delle persone». Un’affermazione che chiarisce il cambio di paradigma: il verde non è un’aggiunta, una superficie decorativa, ma un’infrastruttura. 

Non è introdotto per abbellire, ma per raffreddare, assorbire, rallentare, creare condizioni di vivibilità. Si è dunque dimostrato che l’habitat urbano in cui viviamo può migliorare grazie a una presenza naturale, seppur minima: «Anche piccoli interventi possono migliorare un quartiere, rendendo i cittadini parte attiva del cambiamento», dichiara CLEVER Cities. Da qui l’attenzione ai processi di progettazione green, definiti come «strumenti in grado di contribuire alla mitigazione degli effetti climatici, all’incremento della qualità ambientale, allo sviluppo dei rapporti sociali e di presidio di aree degradate, al benessere psicofisiologico, al rafforzare la coesione sociale».

Dal Terzo Paradiso di Pistoletto a Coltivare la Città: architettura naturale, tetti produttivi e materiali bio-based a Milano

Prima che il tema del verde urbano entrasse nel lessico delle politiche urbane, una riflessione culturale sul rapporto tra natura ed edificato era già in corso. Michelangelo Pistoletto, artista e fondatore di Cittadellarte, ha lavorato per decenni sul concetto di Terzo Paradiso, che nasce proprio come tentativo di ricucire la frattura tra artificio e natura. In questo contesto si inserisce Tiziana Monterisi, architetta con una ricerca focalizzata sull’architettura naturale e sui materiali bio-based: il loro lavoro comune prende forma nel manifesto Coltivare la Città, che propone di riportare la produzione agricola nello spazio urbano, a partire dai tetti. 

Nel 2014 questa visione è diventata concreta con SuperortoPiù, realizzato per Superstudio in via Tortona durante il Salone del Mobile. Un tetto realizzato con materiali naturali, che è diventato spazio di attivazione urbana, luogo di incontri, performance, laboratori ed eventi culturali. Da questa esperienza nasce una traiettoria coerente che porta l’architetta Monterisi, insieme al geologo Alessio Colombo, alla fondazione di Ricehouse, realtà che oggi trasforma gli scarti della filiera del riso in materiali da costruzione naturali e performanti. 

«Ogni struttura deve essere concepita come un ecosistema duraturo, sostenibile nel tempo dal punto di vista ambientale, economico e sociale. Ricehouse è un’azienda che unisce competenze tecniche, sperimentazione scientifica e un approccio profondamente rigenerativo all’architettura» racconta Monterisi. L’obiettivo non è solo ridurre l’impatto ambientale, ma pensare l’edificio come un organismo.

«Milano ha milioni di metri quadrati di coperture trasformabili, può attivare una rete di tetti verdi che funzioni come una terza pelle per la città». 

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Superortopiù. La Risaia sul tetto. Progetto by Ricehouse
Superortopiù. La Risaia sul tetto. Progetto by Ricehouse
Superortopiù. La Risaia sul tetto. Progetto by Ricehouse

Tetti verdi a Milano tra spazio pubblico e prestazione ambientale: HIGHLINE Milano, San Raffaele, ATM, VP22 e Bosco Verticale

Oltre ai casi già approfonditi, Milano negli anni ha visto realizzare una serie di interventi che mostrano come la copertura verde stia diventando una superficie pubblica e infrastrutturale, prima ancora che un elemento formale. In questa direzione si colloca HIGHLINE Milano, il percorso sopraelevato sul tetto della Galleria Vittorio Emanuele II (aperto al pubblico dal 7 febbraio 2026), che integra il verde all’interno di un sistema di riattivazione urbana e conservazione architettonica. Gli interventi di eco-progettazione tra aree verdi e piccole oasi pensili realizzate su misura lungo la Skywalk trasformano la copertura storica in un micro-paesaggio sospeso, dove la presenza delle piante contribuisce alla mitigazione climatica e a una lettura ecologica di uno dei luoghi più simbolici della città. 

Sempre in ambito pubblico, abbiamo l’esempio del nuovo polo ospedaliero del San Raffaele, parte del progetto di riqualificazione curato da MCA – Mario Cucinella Architects: una terrazza verde progettata come sistema intensivo di giardino pensile capace di incidere sul comfort ambientale di un edificio ad alta intensità d’uso. O ancora la copertura green della sede ATM in viale Sarca, sviluppata come progetto di CasaEnergetica con una stratigrafia dedicata alla gestione delle acque meteoriche e dell’irraggiamento solare, che porta il tema del tetto verde dentro un’architettura produttiva e di servizio. 

Nel settore privato e direzionale, la copertura diventa invece uno spazio di mediazione tra immagine, benessere e prestazione ambientale. VP22 “The Hidden Woods”, firmato dallo studio Tectoo, costruisce un sistema continuo di verde in quota fatto di terrazze alberate, giardini pensili e un vero e proprio bosco interno che lavora sul microclima e sulla percezione degli spazi di lavoro. Da citare, sebbene non sti tratti di un tetto in senso stretto, resta il riferimento culturale del Bosco Verticale di Boeri Studio, un progetto – ormai icona della città – che ha contribuito a spostare l’immaginario urbano verso l’idea di un verde integrato all’architettura. Nel loro insieme, questi interventi delineano una stessa traiettoria: il tetto come spazio operativo, dove prestazioni ambientali, uso pubblico e rappresentazione urbana si incontrano.

Highline –  eco-progettazione tra aree verdi, piccole oasi pensili realizzate su misura e disposte lungo il percorso, pannelli solari e soluzioni a basso impatto
Highline – eco-progettazione tra aree verdi, piccole oasi pensili realizzate su misura e disposte lungo il percorso, pannelli solari e soluzioni a basso impatto
La Sala degli Orologi, con la macchina che un tempo regolava tutti gli orologi della città
La Sala degli Orologi, con la macchina che un tempo regolava tutti gli orologi della città

Come funziona un tetto verde: stratigrafia tecnica, carichi strutturali, gestione dell’acqua

La riuscita di un tetto verde si gioca su una logistica tecnica che rimane in gran parte invisibile, ma che determina la sua capacità di funzionare come infrastruttura ambientale nel tempo. Prima di qualsiasi messa a dimora, la verifica strutturale della copertura è il passaggio decisivo: serve a valutare la compatibilità tra carichi permanenti e accidentali – substrato, acqua meteorica, crescita vegetale e presenza umana – e le prestazioni statiche dell’edificio esistente o di nuova costruzione. Su questa base si costruisce una stratigrafia articolata, che combina impermeabilizzazione, protezione antiradice, strati drenanti e tessuti filtranti, pensati per regolare il deflusso delle acque e proteggere la struttura portante nel lungo periodo. 

In contesti urbani come quello milanese, segnati da estati sempre più calde e da regimi di pioggia irregolari, l’integrazione di sistemi di irrigazione automatizzati e sensori di umidità diventa una componente progettuale a tutti gli effetti, perché consente di modulare l’apporto idrico in base alle condizioni climatiche reali e di ridurre gli sprechi. Nei progetti di riqualificazione, il lavoro sulla copertura si estende spesso all’involucro edilizio, con materiali isolanti e traspiranti che contribuiscono a migliorare comfort interno e prestazioni energetiche stagionali, rafforzando il ruolo del tetto verde come dispositivo climatico.

Tetti verdi di Milano: specie resilienti e manutenzione climatica

La scelta delle specie segue criteri di resilienza ambientale e rendimento ecologico più che puramente ornamentali. Su coperture leggere, piante tappezzanti, sedum e graminacee resistenti alla siccità favoriscono la ritenzione idrica, la riduzione delle temperature superficiali e una manutenzione contenuta, mentre substrati più profondi permettono l’introduzione di arbusti e perenni capaci di incrementare biodiversità, habitat per insetti impollinatori e capacità di filtrazione degli inquinanti atmosferici. Nei primi mesi dopo l’installazione, il controllo dell’attecchimento radicale e la regolazione dell’irrigazione sono fasi decisive, perché definiscono la stabilità biologica dell’intero sistema. 

La manutenzione si configura così come un processo continuo e progettato, che affianca agli interventi ordinari di potatura e verifica degli strati impermeabili un’attività di monitoraggio ambientale su temperatura superficiale, qualità dell’aria e bilancio idrico. In questo modo, la copertura vegetata smette di essere una soluzione tecnica isolata e diventa un’infrastruttura misurabile, capace di produrre effetti climatici, ambientali e sociali che si consolidano nel lungo periodo e si riflettono sulla qualità dell’abitare urbano.

Martina Bonetti