La moda di Tod’s per due architetture milanesi: l’uomo con Portaluppi, la donna per Gardella

Da Villa Necchi al PAC, Tamburini attraversa Milano come una sezione architettonica: l’uomo razionale, la donna luminosa, due archetipi milanesi reinterpretati da Tod’s

Tod’s di Matteo Tamburini: abiti o facciate del corpo?

«Sono un pragmatico», afferma Matteo Tamburini, direttore creativo di Tod’s dal 2023. «Cerco soluzioni». Con gonne avvolgenti e cavallino drappeggiato, giacche di pelle imbottite, peplum rialzati e pantaloni di lana, rilegge gli abiti come facciate del corpo. Per le sue collezioni donna non parte da una figura, da un capo o da un tessuto, ma da un luogo. Si focalizza su aspetti diversi, spesso degli stessi luoghi: nel 2025 ha parlato del PAC come un sito di resilienza moderna (il 27 luglio 1993 una Fiat Uno grigia carica di esplosivo detonò all’esterno). Uno sguardo al passato, a Via della Spiga, dove negli anni Novanta la storica boutique accoglieva Diana Spencer, ma anche al futuro. Tamburini enfatizza gli elementi dell’eredità. Ignora il resto. 

Tod’s – qui si muovono due archetipi: l’uomo Portaluppi a Villa Necchi, la donna Gardella al PAC

Via Mozart 14, Milano, 20122. Nel 2010 il giornalista Armand Limnander si imbatteva per la prima volta in un esempio dell’ossessione architettonica milanese: Villa Necchi Campiglio. Un indirizzo che si nasconde dal centro caotico di Milano. Limnander era lì per scrivere dell’ultima collezione uomo di Tod’s. La villa, si disse, era protagonista, piuttosto che sfondo. Tod’s. Da decenni il brand, fondato a inizio Novecento da Filippo della Valle, opera un esercizio di selezione e curatela dei luoghi. Il menswear dialoga con Piero Portaluppi, all’intimità borghese e al razionalismo.

Io sono l’Amore, 2009, Villa Necchi interpreta sé stessa. Un luogo che suggerisce il fascino del vecchio denaro. Far credere agli altri che il denaro non esiste. «Il lusso, come la maggior parte delle persone lo percepisce, in questa casa in realtà non esiste. È molto severa e sembra quasi immobile, come un blocco di pietra», sostiene Guadagnino. Progettata da Piero Portaluppi e costruita tra il 1932 e il 1935, con una facciata rifinita in marmo e interni funzionali, Villa Necchi era una pausa modernista in una città piena di palazzi ornati. Era dotata della prima piscina riscaldata di Milano. Fu completata prima della Seconda Guerra Mondiale, quando la gente credeva ingenuamente che tutto sarebbe andato bene. Andò male: nel 1943 la casa divenne sede del Partito Fascista Repubblicano, mentre la famiglia che la abitava – le sorelle Gigina e Nedda Necchi e il marito di Gigina, Angelo Campiglio – andò a vivere in campagna. Negi anni Cinquanta, quando poté tornare, la famiglia chiamò il designer Tomaso Buzzi. Furono introdotti camini decorati, arazzi, tappeti, mobili di antiquariato e altri elementi un po’ kitsch, un po’ piccolo-borghesi. Un’eresia per i puristi. Ciononostante, trasmette ancora un senso di grandiosità e una rigorosa disciplina. 

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Tod’s FW26 show at PAC Milano

PAC: il museo come godimento contro il mileu intellettuale

La sfilata per la donna prende vita al PAC. Il Padiglione d’Arte Contemporanea progettato da Ignazio Gardella negli anni Cinquanta: un lavoro di luce, ritmo e sottrazione. Esiste un genere di architettura che somiglia al movimento postmoderno, senza esserlo. È stato realizzato a Milano a partire dagli anni Venti. È postmodernismo postmoderno – se così si può definire. Nei decenni in cui l’architettura di Parigi e Berlino si stava sviluppando in qualcosa di piuttosto freddo e austero – lo Stile Internazionale – a Milano veniva trasformata in modo inventivo. Non assomigliava al severo razionalismo né al revivalismo puro. Era intermedia. Un trionfo di questo intermezzo è il lavoro di Aldo Andreani: il suo Palazzo Fidia del 1930 è una massa imponente in cui il laterizio viene modellato in qualcosa di ritmico, quasi lirico. Riferimenti storici si sovrappongono, e Andreani sembra sfidare il caos. Come ogni artista di talento riesce a fermarsi appena prima, rivelando un ordine difficile da immaginare. O il PAC, il «museo di esposizioni temporanee» secondo la formula dell’architetto-ingegnere Ignazio Gardella. Inaugurato nel 1954, si distingueva per originalità e precari equilibri. Aveva un’incerta identità museale: una sezione permanente e un palinsesto variabile. Ad ogni modo, nell’Italia sgretolata dalla Seconda Guerra Mondiale, dedicare forze ed economie alla costruzione di spazi culturali era una presa di posizione. Secondo il lungimirante progetto, avversato (fatto strano) anche dal milieu intellettuale, la ricostruzione dei musei doveva essere affrontata di pari passo con quella delle strade e degli ospedali. L’arte, sosteneva Gardella, è curativa. 

Il Padiglione d’arte contemporanea di via Palestro fu l’unico a nascere ex novo dalle macerie. Nelle intenzioni di Gardella il sistema di illuminazione, aggiornato secondo un modello svizzero, avrebbe movimentato il percorso.  Laboratori, depositi attrezzati e spazi di lavoro avrebbero fatto il resto: il museo come luogo vivo. Come godimento. L’estrema libertà di movimento si evince anche da un disegno in cui Gardella configura un’ariosa disposizione dello spazio – una sagoma di donna è esposta in dodici esemplari, con una sorta di copricapo inclinato. La donna Tod’s. 

Matteo Tamburini: distillare essenza, risalire alla materia ruvida dei mattoni

Si potrebbe dire che Tod’s sia una tela bianca su cui Tamburini lavora. Parte dei suoi riferimenti estetici si trova nelle opere che posta sul suo profilo digitale – un progetto in fieri. Hokkaido, Daidō Moriyama (1978/79). Una fotografia in bianco e nero ad alto contrasto, tipica dell’estetica are-bure-boke, dove grana, movimento e imperfezione sono la grammatica di una visione urbana radicale. Aetherette Diptych 1, Sterling Ruby (2009), un dittico materico che combina superfici sintetiche e interventi gestuali, esplorando la tensione tra industriale e organico. Seraph I,  Bernhard Heiliger (1950), una scultura astratta in metallo che traduce la figura angelica in forme dinamiche e appuntite, tra spiritualità e guerra. Dettaglio della scala nello studio/casa di Piero Portaluppi, Milano (1935-1939), un esempio di razionalismo milanese che trasforma un elemento funzionale in un gesto scenografico. Sono opere rivelatrici delle intenzioni di Tamburini: rappresentare Milano e la sua dualità. Fondere il dinamismo urbano, con il formale, con il borghese. Un marchio con un secolo di eredità alle spalle – rappresentata per lo più da quel mocassino con gommino progettata da Diego dalla Valle come car shoe per afferrare il freno – che non si adagia su una solida reputazione. 

In un’industria portata a pensare che più sia meglio, Tamburini va nella direzione opposta: bisogna distillare l’essenza, levare per poter ricostruire. Per questo le sue sfilate sono difficili. Oltre che dall’arte e dall’architettura, trae ispirazioni di ulteriori fonti che non ti aspetteresti: come David Bowie. Ma non quello dei palchi. Quello fuori scena, noncurante: qualcuno che gioca con gli stereotipi. Allo stesso modo, la primavera 2026 menswear è stata allestita al Gommino Club, il lounge aperto nel giardino di Villa Necchi. I modelli erano disposti a bordo piscina. Un campo da tennis era stato allestito per esporre gli accessori. Originario di Pesaro, e dunque profondo conoscitore del concetto di villeggiatura, Tamburini l’ha portato a Milano. Pomeriggi pigri, distese di sabbia, sartoria e sportività da gente ricca al mare. Anche l’autunno 2026 si è tenuto – come di consueto – a Villa Necchi. Tamburini ha parlato di equilibrio – non ostentazione. La collezione prediligeva la misura dello spettacolo, ma con un cappellino da baseball in testa: un accorgimento pensato per rendere tutto più reale. Grezzo e vissuto. Nessuno in fin dei conti usa più il basco. Per la collezione donna al PAC ha preferito un sinonimo di ruvido: lavorato. Il che significa maglie tarlate, intrecciati storti, patchwork e pennellate. Superfici piene di espressività. L’alpaca spazzolato richiamava le forme delle opere di Accardi, l’assemblaggio delle texture in un unico colore le Plastiche di Burri, vale a dire tele in PVC bruciato, multi-materico e monocromo. L’architettura milanese e l’arte povera possono convivere dalle parti di Tod’s. 

Stella Manferdini

Tod's FW26 show at PAC Milano
Tod’s FW26 show at PAC Milano
Tod's FW26 show at PAC Milano
Tod’s FW26 show at PAC Milano
PAC Milano, Ignazio Gardella
PAC Milano, Ignazio Gardella
Interiors at Villa Necchi Campiglio_02
Villa Necchi Campiglio
Villa Necchi Campiglio
Villa Necchi Campiglio
Tod’s Men’s Spring-Summer 2026 Gommino Club collection showed in Villa Necchi
Tod’s Men’s SS 2026 Gommino Club collection, Villa Necchi Campiglio