
Il Marchesato dei Tre Confini – tra Umbria, Lazio e Toscana, le pieghe del Rinascimento
Sulla via, per Città della Pieve, quando lungo il viaggio la sosta era alla Foresteria di Palazzo Baldini: il Perugino e il Marchese dei Tre Confini – una mappa disegnata da IF Experience
Tre Confini: Umbria Toscana e Lazio
Vita di confine: tra Umbria, Toscana e il Lazio, questa zone d’Italia è un incrocio di terre, dove le colline sembrano intersecarsi come gli insiemi in matematica che ci insegnarono un tempo. Tutto si interseca qui: tre confini, le colline e le valli, come i rami degli alberi nei boschi – i dialetti si mescolano – gli animali vagano tra un pendio e una piana, un dirupo sopra la radura della cascata. Il cinghiale, la volpe – ci sono i lupi. La camminata per la foresta italiana è ancora un moto di edonismo. L’arte si trova negli angoli di queste intersecazioni – sotto il fango, ci sono i tartufi – e la cucina rimane ignorante – si usa dire da queste parti – per intendere genuina, ruvida, poco rifinita. Al burro si sceglie l’olio, allo zucchero si preferisce la frutta.
Un territorio che non ha mai avuto nome, né definizione – se non questa che vogliamo provare a suggerire: i Tre Confini. Un’area nel centro d’Italia che si espande dal punto dove si incontrano tre confini – Umbria, Toscana e Lazio. Dove la densità di arte e tradizione porta il team di esperti per IF Experience – architetti, curatori d’arte, storici e manager – a tracciare un percorso per colline e radure, sentieri, castelli e abbazie, alla ricerca di un Italia che non sarà mai perduta. Capitale ideale è Città della Pieve, per dove si entra e si sale a sinistra, lungo la via del Barbacane. Oltre la torre del Vescovo, eccolo, il barbacane, architettura militare – una putrella in legno è un ribassamento fortificato sulla strada, così che il cavaliere straniero sia costretto a scendere da cavallo, e abbassare la testa per proseguire.
Città della Pieve: i Flagellanti e il Perugino
Luogo di confraternite, Città della Pieve. Gruppi laici con protocolli e cerimonie, forti sugli uomini semplici – quelli del popolo, perché portavano loro protezione divina. La Confraternita dei Flagellanti nacque a Perugia nel 1260 con Raniero Fasani. Flagellanti – o anche riconosciuti come Disciplinati, o gli Incappucciati – questi proseguivano la disciplina del flagello, offendendo la propria carne così da dar nobilità all’anima in ogni dolore: giravano per le strade di Città delle Pieve, i Flagellanti, con le tuniche tagliate sulla schiena, così che gli astanti, sui cigli delle strade a lasciar loro il passo, potessero vedere segni e cicatrici tra le loro scapole, scendere alle natiche. La rabbia espressa contro la loro pelle chiedeva clemenza al Signore, e portava clemenza al paese – o almeno così voleva la credenza.
Agostino Chigi usava dire che il Perugino fosse il primo maestro in Italia – tanto che Raffaello studiò da lui; il Pinturicchio presso di lui fece bottega. Il Perugino rifiutò la commissione di Ludovico il Moro; Isabella d’Este si lagnò con lui per i suoi ritardi alle consegne, per lo studiolo che non le piacque – la marchesa, si sapeva già ai suoi tempi, non era malleabile. Il Perugino arrivò a Città della Pieve nel momento di suo maggior successo, quanto i signori di tutta Italia avrebbero voluto ingaggiarlo presso le loro corti. Il Perugino arrivò qui, al centro di questa terra sui Tre Confini, dopo avere completato la Cappella Sistina.
La Confraternita dei Flagellanti ebbe titolo e potere per commissionare al Perugino la pittura e il decoro della propria sala di preghiera. La richiesta inziale del Perugino fu di 200 fiorini – la Confraternita ribassò a 100 – per poi chiudere a 75 in tre rate, oltreché la confraternita prevedendo per il maestro un’abitazione degna in città, e una mula – come fosse un autista – che ogni mattina da questa casa lo portasse al cantiere della sua arte. Solo nel 1832 durante alcuni interventi di restauro, si ritrovarono i fogli che riportano le missive per i termini di questi accordi – erano arrotolati e riposti dentro tubi di ferro, posati tra i mattoni, e coperti da intonaco e calce, murati e nascosti alla vista e al tempo dei secoli.
Michelangelo e il Perugino
Michelangelo liquidò il Perugino come un vecchio goffo nell’arte – e Perugino di replica, accusò un giovane Michelangelo di dipingere la provocazione – quei corpi nudi come Dio e madre li han fatti, ma con muscoli palpitanti che l’esercizio fisico, la passione e il lavoro terreno aggiungono. Michelangelo argomenta come Perugino non sappia raccontare il tormento sociale e umano del tempo loro attuale. Ci fu una causa, e una corte tribunale e decidere la disputa – la ragione fu data a Michelangelo, Perugino ebbe da pagare multa – e peggio: pochi anni dopo, Michelangelo avrebbe coperto, nella Cappella Sistina, il lavoro del Perugino con il Giudizio Universale. Quando all’uomo non è dato, è il fato – pochi anni dopo la morte del Buonarroti, sappiamo bene, papa Pio IV diede ordine al Volterra di coprire le pudenda dei gironi e del paradiso, con fazzoletti, alla maniera di nuvole e orpelli.

Marchese Ascanio della Corgna a Città della Pieve
Nel Cinquecento, il signore di Città delle Pieve fu Ascanio della Corgna – costui ottenne il titolo di Marchese, e la sua casata diventò celebre con il segno della pianta di corniolo nello stemma. Nella piazza centrale, di fronte alla cattedrale di Città della Pieve, il Palazzo della Corgna è costruito con la pietra serena del Lago Trasimeno – una pietra che si sfoglia nel tempo, levigandosi e disegnando gli anni come impasto per la cucina ignorante.
Fu il pontefice Giulio III, nel 1550, a concedere il marchesato ai nipoti, figli di sua sorella – prima di tanto, Ascanio era un mercenario. Alla sua morte, il papa avrebbe chiamato tre giorni di lutto, tale sorse la fama di questo eroe. Al passaggio del suo carro funebre, tutte le campane avrebbero suonato. Sfortuna storiografica, il nostro protagonista rinascimentale fu poi dimenticato – le sue spoglie ritrovate nel Pantheon di Perugia, in una scrigno abbandonato in disparte.
Aveva solo un occhio, Ascanio della Corgna. Lo perse nella battaglia di Casale Monferrato nel 1536 – così come un occhio lo perse Annibale da Cartagine per un’infezione nella campagna d’Italia. Federico da Montefeltro perse il suo, di occhio, quando una lancia gli tranciò l’elmo e fracassò il setto nasale e l’orbita oculare. Un solo occhio per l’eroe era ormai d’uso, che sia leggenda o necessità, il setto nasale doveva poi esser rotto e ricostruito deviato, così che l’altro occhio, quello vivo, potesse recuperare la vista a tutto campo, senza impedimento di gobba. Era frequente, tra i mercenari del primo Rinascimento, subire ferite al volto, e deturparlo dal mastro chirurgo tagliando via parte del naso per restare potenti in battaglia – il naso storto, piegato e riposto, divenne un simbolo di bellezza virile.
Ascanio della Corgna fece erigere il palazzo che porta il nome della sua famiglia a Città della Pieve. Si trovò signore e sovrano di un territorio poco esteso, questo che oggi si espanderebbe sui tre confini a pochi chilometri sotto San Casciano ai Bagni. I Tre Confini – il Marchesato dei Tre Confini – vorremmo chiamarlo oggi. Ci stiamo soffermando sul nome, perché già a quei tempi non fu chiaro come indicarla – le persone, il popolo, usavano riferirsi ai possedimenti di Ascanio come a un generico Marchesato – e basta, senza ulteriore indicazione.
Storie, cronache scomparse, meandri e labirinti tra le filigrane delle pagine, il Rinascimento e questi primi anni di Manierismo. La sosta è a Palazzo Baldini, un edificio antecedente che risale al Trecento. Le finestre affacciano sulla piazza della cattedrale di Città della Pieve, quasi dirimpetto al Palazzo della Corgna. Oggi, Palazzo Baldini appartiene a Jerome Bellavista Caltagirone – e accoglie gli ospiti che, come un tempo, si sarebbe fermati, attraversando il nostro Marchesato, i Tre Confini. La Foresteria Baldini ha poche stanze, alcuni arridi antichi di una sala da bagno, altri appartamenti più moderni, con un tavolo da pingpong nel centro. Al posto della cantina un hammam, con piscina tra le fondamenta. Una corte interna. La sera: una crema di zucca, il pollo all’arancio. Il tavolo è apparecchiato nel salone principale – una stanza di oltre 120 metri quadri affrescata al modo ottocentesco, come un giardino esotico – tra i tronchi, si nasconde Napoleone Bonaparte – ma questa è un’altra storia ancora.
Carlo Mazzoni









